Lui che diceva di non essere mafioso. Adesso dirà di essere nullatenente.
Milano. I Carabinieri del Comando Provinciale di Varese, con il supporto dei Carabinieri della sezione di P.G. del Tribunale di Milano e dei Comandi territorialmente competenti, hanno dato esecuzione, nelle Province di Varese, Milano e Crotone, a un decreto di confisca di beni adottato dal Tribunale di Milano su richiesta della Dda di Milano nei confronti di Vincenzo Rispoli, elemento a capo della compagine criminale di stampo mafioso riconducibile alla ‘ndrangheta denominata ‘Locale di Lonate Pozzolo’, affiliata alla cosca Farao-Marinicola della provincia di Crotone, nonchè a un decreto di sequestro dei beni propedeutico alla confisca emesso dal Tribunale di Varese su richiesta della Dda di Milano nei confronti di Giulio Baracchi, individuato quale ‘commercialista’ del sodalizio. I provvedimenti emessi sono frutto delle indagini patrimoniali condotte nell’ambito di attività investigativa denominata dalla ‘Bad Boys’, avviata dal Reparto Operativo di Varese nel 2005 e coordinata dal pm Mario Venditti, che ha portato alla individuazione dell’organizzazione criminale radicatasi nel territorio della Provincia denominata ‘Locale di Legnano – Lonate Pozzolo’. Il sodalizio, grazie alla forza derivante dal vincolo associativo con la cosca madre Farao-Marinicola di Cirò Marina, e attraversodiverse azioni di intimidazione e ritorsione, ha posto in essere il controllo di attività criminose nella zona e il condizionamento di soggetti imprenditoriali, acquisendo – direttamente o indirettamente – la gestione di attività economiche afferenti i settori del commercio, dell’edilizia e del mercato immobiliare. L’operazione si inserisce, evidenziano i Carabinieri, nella strategia di contrasto alle infiltrazioni della ‘ndrangheta’ in Lombardia con particolare riferimento alla aggressione dei patrimoni risultanti da attività di estorsione e usura, predisposta dalla Dda di Milano e che ha visto in prima linea il Comando Provinciale di Varese collegare e approfondire alcuni filoni investigativi insorgenti da altre indagini condotte con le Procure di Varese e Busto Arsizio.
I patrimoni oggetto di confisca, che erano stati preventivamente sequestrati l’11 dicembre 2009 a carico di Vincenzo Rispoli, consistono in una unità abitativa situata in Legnano (Monza-Brianza), un terreno agricolo situato in Cirò Marina (Crotone), diversi rapporti di credito con vari istituti bancari e postali nonchè due autovetture, stimati in un valore complessivo di circa un milione di euro. A Giulio Baracchi, invece, i Carabinieri di Varese hanno sequestrato due fabbricati con relativo arredamento, due terreni, una abitazione in villini e un box, tutti siti in Portovaltravaglia (Varese), le quote di una società operante nel settore della gestione del personale e vari titoli bancari (uno dei quali, in particolare, attivo presso un istituto di credito ticinese, avente un saldo attivo di 1.300.000,00 euro) valenti complessivamente, secondo una stima preliminare, circa 3 milioni di euro. Nel corso dell’intera operazione sono stati già sequestrati beni per circa 33 milioni di euro a carico dei componenti del citato sodalizio criminale. A Vincenzo Rispoli, inoltre, attualmente detenuto poichè condannato con sentenza di primo grado emessa dal Tribunale di Busto Arsizio lo scorso 4 luglio alla pena di anni 11 di reclusione per associazione per delinquere di stampo mafioso e altro, è stata notificata anche la misura di prevenzione personale della Sorveglianza Speciale con obbligo di soggiorno nel Comune di residenza o di abituale dimora per la durata di anni 4.
Adnkronos
Scrivo questo post senza aggiungere nessun mio commento. Non perché mi manchino le parole ma semplicemente perché sono (ancora) le stesse che mi ero ritrovato a ripetere già nell’occasione delle mie dimissioni (l’articolo qui) e nella precisazione di alcuni giorni dopo. Almeno qualcuno avrà più chiaro il percorso di alcune mie scelte e soprattutto almeno non potrà dire di non sapere o altro. Perché serve parlare di ombre e organizzare convegni ma soprattutto serve l’imperativo di fare chiarezza e di avere una reazione politica.
Nell’ordinanza dell’ultima operazione antimafia Milano – Reggio Calabria contro il clan ‘ndranghetista Lampada compare la cronaca di un (presunto, siamo agli inizi) incontro tra il boss Francesco Lampada insieme a Antonino Cotroneo (prelevato in precedenza a Pogliano Milanese dal Lampada) e presumibilmente l’onorevole Gaetano Porcino (IDV). Il fatto (riportato a pagina 146 dell’ordinanza) parla dell’Audi intestata all’onorevole che arriva su C.so Regina Margherita all’incrocio con via Consolata da cui è sceso un uomo elegante, alto circa 1.90/1.95, stempiato e brizzolato, che li ha salutati confidenzialmente, seguito da una donna di circa 40/45 anni, capelli lunghi scuri, alta circa 1.65. Poi, intono aile 13.05, i quattro si sono salutati e la coppia LAMPADA COTRONEO è rientrata a Milano.
Il riscontro è tutto da dimostrare ma (si legge) in effetti, dalla successiva visione della foto dell’On.le PORCINO Gaetano, pubblicata sul sito internet del parlamentare, il personale impiegato nel servizio di osservazione ha riconosciuto in PORCINO Gaetano l’uomo aveva incontrato Ia coppia LAMP ADA-COTRONEO, per ragioni rimaste ignote, ma verosimilmente riconducibili alla transazione della societa DUE P.
Citando (pedissequamente, come piace a noi che le intercettazioni e gli atti giudiziari e le notizie non vogliamo imbavagliarle) si legge: come si vede i Lampada (ma anche i Valle) – che sono legati ai Cotroneo da una dichiarata relazione di comparaggio (relazione essa stessa indice di legame mafioso) – mantengono sistematici rapporti con compare Nino, con il quale scambiano favori, scambiano influenze elettorali e fanno affari . Colpisce il fatto che la coppia abbia frequentazioni non casuali con l’ onorevole Porcino. L’indagine non ha consentito di comprendere quali fossero gli interessi comuni tra questi soggetti. Tuttavia si ricordi che Porcino è gia emerso nella indagine torinese “Minotauro” per suoi contatti con esponenti della ’ndrangheta. Come si sa i politici non sanno mai nulla delle persone con cui entrano in contatto. Ma alla fine – sarà uno sfortunato caso- sono sempre gli stessi politici a frequentare i mafiosi.
Avevo letto con attenzione le motivazioni di Gaetano Porcino riguardo il suo primo discusso incontro emerso nell’operazione Minotauro. L’onorevole scriveva testualmente a me e Sonia Alfano: non voglio le tue scuse Sonia. E neanche quelle del tuo amico Cavalli. Ma la forza di una persona, l’onesta’, la correttezza, passano soprattutto, quando e se capita, dal saper riconoscere i propri errori, e fare ammenda. Spero solo che sia tu che Cavalli, con lo stesso mezzo, la stessa enfasi, la stessa determinazione, vogliate provvedere a rettificare quanto divulgato, ed a dare ai lettori, agli elettori, ai cittadini, la giusta informazione sul fatto che incidentalmente, e ritengo indebitamente e sfortunatamente mi ha visto citato. Ed io confido nella tua correttezza, sensibilita’, ed onesta’ intellettuale, cosi’ come in quella di Cavalli. Qui non si tratta di decidere lo spessore di eventuali ombre (per questo c’è già l’autorità giudiziaria) ma ribadire che l’opportunità è un dovere politico. E anche discuterne. E soprattutto valutare il silenzio dei quotidiani e colleghi su questo punto e il silenzio (che confido essere brevissimo) di chi crede che non ci si possa permettere di fare finta di non vedere. Questo blog rimane a disposizione di eventuali repliche da parte di tutti e io rimango in attesa delle azioni politiche (che già una volta sono state taciute). Certo ora gli incontri “sfortunatamente” emersi sono due. E immaginatevi se fosse stato Angelino Alfano, Cicchitto o Formigoni come l’avremmo letto e discusso dappertutto.
L’on. Porcino rilascia una dichiarazione a Roberto Galullo. Gustatela:
“Io non ho la più pallida idea di chi sia il signor Lampada. Spero che i magistrati di Milano, su mia richiesta spontanea , mi ricevano al più presto. Mi meraviglia, e lo dimostrerò, che si possa dire che io ho frequentazioni, non casuali, con questo sig. Lampada. Io non solo non ho frequentazioni, ma non lo conosco, e non so chi sia. Quanto ai rapporti confidenziali poi, si commentano da soli. Come si possono avere rapporti confidenziali con uno che non si conosce? Ho rimesso il mandato al mio presidente perché non voglio che il partito entri in questa vicenda. Sono indignato e dire che non lo conosco e che sono estraneo ai fatti non rende l’idea. Io nego assolutamente e sfido chiunque a dimostrare che io abbia frequentazioni con Lampada o rapporti confidenziali. Quello che è scritto non corrisponde al vero. Se risulta un secondo contatto o un contatto precedente con Lampada, non casuale, chiedo di essere arrestato, altrimenti chiedo le scuse. Io conosco migliaia di persone: se vado in un bar e incontro Riina che colpa ne ho io?. Chiederò al gip e alla dottoressa Boccassini come si fa a dire in un’ordinanza che ho una frequentazione non casuale con una persona che non conosco e che non ho mai incontrato salvo in quel puro caso e casualmente. Il Gip lo deve dire e deve esserne dato pubblicazione sui giornali. Mi devono dire come posso salutare in modo confidenziale uno che non avevo mai visto prima e dopo nella mia vita. Se non mi ascolteranno è un assalto alla mia dignità, come si fa a sopportare un affronto di questo tipo? Io mi incateno davanti al Tribunale di Milano”.
(per info il pezzo su Il Fatto Quotidiano e su Narcomafie e sul blog di Roberto Galullo)
RIFIUTOPOLI: DIECI DOMANDE, FORMIGONI RISPONDA. E POI SI DIMETTA
appreso che lunedì sarà presente in Aula per riferire sulle circostanze che hanno portato all’arresto del vicepresidente del Consiglio Nicoli Cristiani e considerato che di norma i suoi interventi su qualsiasi tema si riducono a relazioni conclusive senza alcuna possibilità di confronto, abbiamo preparato in anticipo dieci domande per facilitarle il compito di chiarire ogni aspetto politico della vicenda. Le lasciamo tutto il tempo per ponderarle. Aspettandoci, naturalmente, risposte esaustive.
Restiamo in attesa di risposte convincenti. E soprattutto delle sue dimissioni”.
Milano, 2 dicembre 2011
Dopo gli ultimi arresti sull’asse Milano-Reggio Calabria c’è un’aria di festeggiamenti. E se la soddisfazione è comprensibile (se si può essere soddisfatti dell’arresto di un Giudice, di un avvocato e di un Consigliere Regionale, a dimostrazione di una ‘convergenza’ ormai ai livelli più alti delle istituzioni democratiche) mi sfugge come non possa alzarsi (subito) l’allerta. Perché la magistratura interviene spesso sulle macerie e la bonifica è un’opera sociale, politica e culturale. L’ombra peggiore però è lo scenario di talpe nelle procure che rimanda agli anni più bui di questo Paese. Mentre qualcuno a Milano parla ancora di “infiltrazioni” senza voler vedere che gli “infiltrati” hanno le redini del gioco.
E’ questo in sintesi il contenuto di una conversazione del 2 novembre 2007 tra Giulio Lampada e tale Alberto, riportata nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere del gip di Milano Giuseppe Gennari. Lampada dice al suo interlocutore: “allora, Alberto! non vedi niente su cosa si possa realizzare, che ci possa tornare utile sul discorso … davanti alla costruzione di un Aeroporto?…”. Alberto risponde: “sai cos’é… Bisogna valutare perché l’aeroporto di Milano eh!!… Bisogna vedere, potrebbe pure affondare quello di Reggio”. Dopo i due passano a parlare di argomenti generici, tra cui le conoscenze nel mondo politico nazionale: – Lampada G.: ‘A Formigoni come lo vedi? Alberto!” – Alberto: “Bene! Dicono che sia lui…” – Lampada G.: “il futuro?” – Alberto: “Eh!” – Lampada G.: ‘apposto del Berlusca?” – Alberto: “Dicono cosi!” – Lampada G.: “e lo vedo preparato anche io!” – Alberto: “A me piace!” – Lampada G.: “A me piace anche! Bravo!… Sono stato a cena io con Formigoni!… eravamo da … alla festa del … (inc.) che fanno insieme ad Armando! (Vagliati, ex consigliere comunale, ndr) Tutti i consiglieri comunali, provinciali, regionali… C’era pure il presidente del parlamento europeo Mario Mauro… Sempre tramite… (inc.), ed Armando (inc…) eravamo nel tavolo, io, lui… una bella cosa… in una villa d’epoca”.
La telefonata tra il gip di Palmi Giancarlo Giusti e il capocosca Giulio Lampada. I due parlano dell’idea di coinviolgere anche il giudice Vincenzo Giglio nei viaggetti a Milano con escort a disposizione. E Giusti si lascia andare…
LAMPADA (riferendosi al magistrato Vincenzo Giglio): “…Del nostro Presidente, dobbiamo dire!!… Il Presidente delle misure di prevenzione di tutta Reggio Calabria! Sai che dobbiamo fare?…..”
GIUSTI: ”… che facciamo, che facciamo??
LAMPADA: ”lo convochiamo qualche giorno su a Milano e lo invitiamo… come la vedi tu?”
GIUSTI: ”… minchia!! guarda!! dobbiamo parlarne col medico!!!.”..(ride)…
LAMPADA: non dirgli nulla che ti ho detto che è un mese che non ci sentiamo!
GIUSTI: ”… tu ancora non hai capito chi sono io… sono una tomba, peggio di.. ma io dovevo fare il mafioso, non il Giudice… però l’idea di portarci il Presidente a Milano non è male, sai?!… Lo vorrei vedere di fronte ad una stoccona!!”
COMUNICATO STAMPA
L’arresto del vicepresidente Nicoli Cristiani è l’ennesimo caso che si aggiunge all’elenco ormai insopportabilmente lungo di rilievi giudiziari riguardanti il Consiglio e la Regione.
Dai festini a luci rosse alla malasanità, dai rapporti con la ‘ndrangheta al traffico illecito di rifiuti, ce n’è davvero per tutti nel centrodestra lombardo, anche nelle posizioni istituzionali di maggior rilievo.
I filoni di indagine aperti sono molteplici e coinvolgono o in qualche modo riguardano consiglieri, assessori e dirigenti regionali di alto livello. E poi anche amici e parenti stretti.
Abbiamo fiducia nel lavoro della magistratura. Ma da subito occorre rilevare il dato politico: Formigoni, la sua Giunta, la sua maggioranza e la loro azione di governo non hanno più alcuna credibilità, progressivamente minata e a questo punto frantumata da una sequenza di inchieste impressionante.
A breve, per esempio, Regione Lombardia dovrà legiferare sulle cave. Viene da chiedersi, a fronte di quanto sta emergendo, con quale legittimità possa farlo. E il discorso vale ugualmente per tutto il resto, dal piano casa ai provvedimenti nel settore socio-sanitario.
Non è più accettabile alcuna mediazione. Non ci si può accontentare della rinuncia a un ruolo. Perché in discussione ci sono l’onorabilità e l’attendibilità dell’istituzione tutta.
Le ombre sono ormai troppe e troppo dense. Formigoni, peraltro sostenuto da un’alleanza che a livello nazionale non esiste più, ne prenda atto. E la parola torni agli elettori.
(Mentre scrivo continuano ad arrivare le notizie sull’operazione che ha portato all’arresto del vicepresidente del Consiglio Regionale Nicoli Cristiani)
Il PD chiede a Formigoni di riferire in Aula. Scusatemi, ma non sono d’accordo. Perché dobbiamo smettere di non volere vedere che questa Lombardia perde ogni giorno un pezzo. Credibilità bruciata a partire dalle firme false del listino, alla vicenda San Raffaele, all’operazione Infinito e le rivelazioni sugli appoggi elettorali della ‘ndrangheta, agli indagati che farciscono l’Aula tra dame di compagnia, maghe, patetici figli, alle bonifiche di Grossi fino ai cerotti (bipartisan) all’ufficio di Presidenza del Consiglio. Cosa può dirci ancora Formigoni (sostenuto da una maggioranza che non esiste più), come facciamo a sederci con quelli per discutere della legge sulle cave e sull’amianto? Non prendiamoci in giro, andiamo tutti a casa e lasciamo giudicare gli elettori. Qualcuno (a destra e sinistra) perderà il posto ma ci guadagna in credibilità.
Pubblicato su IL FATTO QUOTIDIANO
Ieri a Palermo con Giuseppe Pignatone (Procuratore a Reggio Calabria che ha seguito la maxi operazione che ha coinvolto 150 affiliati di ‘ndrangheta solo in Lombardia) e Piergiorgio Morosini (GIP del Tribunale di Palermo) abbiamo incontrato centinaia di studenti (e qualche migliaio in diretta video da tutta Italia) per l’annuale progetto di educazione alla legalità del Centro Studi Pio La Torre. A pochi giorni dalle condanne in primo grado del processo ‘Infinito‘ è stata l’occasione di provare a leggere gli elementi, i fatti egli arresti: farsene carico, com’è doveroso per una Regione che voglia uscire dal negazionismo e iniziare un percorso di alfabetizzazione e consapevolezza. “Abbiamo messo a disposizione il materiale per conoscere meglio il nostro Paese”, ha dichiarato il Procuratore di Reggio e ora sta a tutti leggerlo, studiarlo e, soprattutto al Nord, raccontarlo. Senza remore, senza eroismi, senza personalismi.
Perché la ‘ndrangheta che esce dalle indagini (e dalle condanne in primo grado) non è solo il più pericoloso fenomeno in Italia (e non solo) ma ha dimostrato di avere esportato al Nord oltre ai soldi la struttura e il controllo. Almeno 25 locali in Lombardia, con centinaia di affiliati coinvolti e la consapevolezza di un’organizzazione: a Paderno Dugnano (nel tristemente famoso incontro avvenuto nel Centro Falcone e Borsellino) sono state ratificate le decisioni prese in Calabria. Organizzazioni territoriali che partono da Reggio Calabria e sono clonate in Lombardia, in Piemonte, Toronto e a Melbourne. Del resto non sono lontani i tempi in cui due locali con problemi di confini tra Svizzera e Germania si sono ritrovate a Rosarno per risolvere la disputa. In un’intercettazione qualcuno dice “qui se si sfascia l’organizzazione torniamo allo sgarro”, e allora il primo allarme è una consapevolezza internazionale che oggi l’Italia non ha nel senso di misura del fenomeno. Per questo è urgente ritrovare le chiavi di lettura per leggere (dietro queste ultime condanne) non solo l’aspetto più pittoresco e militare ma i punti di PIL persi in questi 30 anni (ne aveva parlato anche Mario Draghi scatenando feroci polemiche), la necessità di una serie legge anticorruzione, un nuovo dovere di ‘opportunita’ per la politica che non può permettersi di interloquire giustificandosi dicendo di non sapere, chiedere ostinatamente una norma anti riciclaggio per smutandare l’economia illegale e parlarne, parlarne ovunque, studiare subito.
Il problema non è solo economico o politico, la questione è vitale. Riguarda le vite di tutti: dei nostri figli che potrebbero avere dei concorrenti che vinceranno sempre perché lavorano per riciclare e non guadagnare, delle nostre città che si riempiono di case che sembra non interessi vendere, capannoni che cambiano gli orizzonti dalle nostre finestre costruiti per rimanere sfitti, ipermercati così vicini da non avere abbastanza clienti per sostenersi, pizzerie e bar nei centri delle nostre città che vengono acquistati e sontuosamente arredati senza avere bisogno di clienti: soldi che hanno bisogno di assumere in fretta una forma qualsiasi per non puzzare più di soldi.
Si invoca la magistratura, ma spesso la magistratura interviene sulle macerie, ha detto il GIP Morosini, il resto è cosa nostra.
Dopo la prima puntata, Mantova continua a bruciare. Basta mettere in fila tre articoli. Non c’è nemmeno bisogno di un commento. (Grazie a Maria Regina)
Un rogo con la firma della mafia
Incendio nell’azienda Villagrossi di Rivalta. A fuoco otto betoniere. A incendiarle due individui con una tanica di benzina. Sale l’allarme per le infiltrazioni. Domani la riunione del comitato per la sicurezza
Il rogo alla Villagrossi di Rivalta (Rodigo) è stato uno shock. Metodi tipici dei clan sono ormai all’ordine del giorno e le istituzioni, restie ad ammettere infiltrazioni nel Mantovano della malavita organizzata, devono prendere atto che il livello delle intimidazioni ha raggiunto la soglia d’allarme. A Mantova arriverà l’antimafia. Vuole vederci chiaro nell’incendio che sabato ha distrutto otto betoniere dell’azienda Villagrossi.
Un rogo doloso, come aveva detto da subito il titolare dell’impresa. Un incendio che porta la firma della criminalità organizzata. Le fiamme, secondo le prime ricostruzioni, sarebbero state provocate da due uomini, ripresi dalle telecamere, che hanno agito con precisione quasi chirurgica. Hanno versato la benzina in maniera tale da incendiare le otto betoniere (costo 350-400.000 euro l’una) che servivano per trasportare il calcestruzzo nei cantieri di cui la Villagrossi è fornitrice. L’ultima fornitura di rilievo dell’impresa di Rivalta sul Mincio è per piazzale Mondadori a Mantova, per il cantiere gestito dalle imprese di Antonio Muto e della cooperativa La Leale.
Il prefetto ha convocato per martedì il comitato provinciale per la sicurezza e l’ordine pubblico. Ma l’allarme è salito all’improvviso. Se il prefetto Ruffo annuncia il coinvolgimento degli uomini dell’antimafia, gli industriali cominciano a mostrare segni di preoccupazione. “Facciamo quadrato contro la criminalità – dice il presidente di Assindustria, Alberto Truzzi – è un episodio che non mi sarei mai aspettato, cado dalle nuvole”.
Ma i segnali premonitori non erano mancati, come ha messo in luce nel luglio scorso l’inchiesta della Gazzetta di Mantova sulla recrudescenza di attentati incendiari. “E’ vero – risponde Truzzi – ma finora sono sempre stati episodi isolati. Rimane in me la convinzione che questa criminalità sia estranea al tessuto sociale e produttivo del nostro territorio”.
E l’azienda di Rivalta come commenta? “Non abbiamo mai subito intimidazioni e minacce – spiega Teresa Villagrossi, figlia di Aldo, uno dei fondatori dell’impresa – per questo l’attentato alla nostra azienda ci sconvolge e ci preoccupa. Voglio comunque tranquillizzare tutti: la nostra azienda rispetterà il calendario delle consegne e i nostri dipendenti non perderanno una sola giornata di lavoro”. Il contratto della Villagrossi con il cantiere di Piazzale Mondadori, a trattativa privata, ammonta a due milioni di euro per la durata di due anni. I danni subiti dall’impresa sono rilevanti: altre alle otto betoniere distrutte, sono stati danneggiati altri sei automezzi e una parte del capannone. Gli attentatori erano molto informati. Hanno approfittato dell’assenza del custode e hanno sapiuto evitare gran parte delle telecamere. Come dire, sapevano parecchio di quell’impresa.
Dati inequivocabili: secondo le notizie di reato che il comando dei vigili del fuoco ha mandato in Procura nel primo semestre del 2011 su 27 incendi di autoveicoli e mezzi pesanti, ben 12 sono stati dolosi. A questo numero vanno aggiunti il rogo dell’Audi di Gaetano Muto a Buscoldo e l’incendio a Rodigo. Difficile credere ancora alla favola delle auto, nuove di pacca, che bruciano per “autocombustione”, per colpa del caldo, del freddo o del caso.
La cronaca dell’incendio di Igor Cipollina
RODIGO. Le otto betoniere fumano ancora, quasi fossero di carta e cenere. A sciogliere subito il sospetto è uno dei titolari, mentre vigili del fuoco e carabinieri si affannano attorno alle lamiere annerite. «Doloso al massimo», ringhia affranto Alfredo Villagrossi, titolare insieme al fratello Aldo dell’omonima azienda in strada Settefrati, Rivalta sul Mincio. Cave, calcestruzzi, lavori stradali. Tre impianti produttivi, trenta automezzi, una cinquantina di dipendenti. Un’azienda larga sulla quale si allunga l’ombra di un incendio appiccato in segno di sfida, sfregio, avvertimento. Ieri sera, intorno alle 20, nonostante gli occhi di dieci telecamere, approfittando dell’assenza del custode. La firma sarebbe nella lingua di fuoco che Alfredo racconta di aver visto correre davanti alle cabine delle sette betoniere parcheggiate l’una di fianco all’altra. L’ottava era posteggiata più in là, impossibile che sia bruciata per contatto con le altre.
Alfredo, 80 anni, è stato il primo ad arrivare, insospettito dal fumo. Passava di lì, sulla provinciale che allaccia Rivalta a Goito. È inciampato nell’incendio quasi per caso, ed è ancora frastornato dall’inferno di gomme, serbatoi, lamiere. Dalla violenza delle fiamme che hanno aggredito la sua azienda. Perché? La domanda sembra tormentare anche Aldo, suo fratello gemello, che vaga a piedi nudi, le ciabatte in mano. Vero, grazie ai suoi numeri, gli impianti, i mezzi, i dipendenti, nel corso degli anni la Villagrossi ha partecipato alle opere più importanti, dall’ospedale Poma alla Spolverina. Ma sempre attraverso forniture, mai con appalti pubblici.
Attualmente è impegnata nel cantiere di piazzale Mondadori, a Mantova (gestito dalle imprese Muto e cooperativa La Leale). Orgoglio, rabbia, incredulità s’impastano nelle parole di Teresa, figlia di Aldo, che cerca di alleviare lo sconforto del padre e dello zio. È lei a rispondere alle domande, gentile e garbata nonostante l’azienda in fumo e la puzza acre di gomma bruciata. Il danno? Nessuno azzarda una cifra, non ancora.
Si può solo osare un calcolo approssimativo, considerando che una betompompa nuova costa 400mila euro. Il danno potrebbe ammontare a due milioni di euro, senza contare che adesso l’attività dell’azienda frenerà bruscamente. E poteva anche andare peggio se Gianpaolo Ballarini, dipendente da dodici anni, non avesse strappato alle fiamme altre tre, forse quattro betoniere. Arrampicandosi sula cabina per metterle al riparo, lontano dalla lingua di fuoco.
4 0ttobre 2011 - - MANTOVA.
Le cosche del mattone. Investimenti edilizi con i soldi della droga
di Rossella Canadè
MANTOVA Il diavolo come vicino di casa. Nicolino Grande Aracri è tornato a Brescello. Sarebbe proprio il ritorno alla libertà – per un ricalcolo della pena – di “Manuzza”, il boss riconosciuto della ’ndrangheta, con 37 ordinanze di custodia cautelare in carcere sul groppone, condannato a 17 anni per associazione mafiosa e tentato omicidio, una delle cause, se non la causa, dell’accelerazione delle incursioni di violenza di questi mesi. Nel Crotonese, innanzitutto, nel Reggiano, territorio scelto da tempo da molte ’ndrine, e di riflesso nel Mantovano. Secondo gli investigatori calabresi, Manuzza starebbe muovendo pedine per riacquistare la postazione che ritiene gli spetti di diritto: recuperare terreno, ristabilire gli equilibri. Ipotesi, per ora, che tengono gli inquirenti mantovani con gli occhi puntati su quello che accade dall’altra sponda del grande fiume. «La ’ndrangheta non consente una libera forma di concorrenza. Quello che sta accadendo vicino al Po segue il modello calabrese» a dirlo è Antonio Nicaso, uno dei massimi esperti di criminalità calabrese, giornalista e scrittore, autore di diversi libri a quattro mani con il magistrato antimafia Nicola Gratteri. Non è stupito, Nicaso, dell’episodio di Rodigo che ha invece lasciato sbigottiti cittadini, politici e forze dell’ordine. «È un fatto grave, eclatante: significa che la posta in gioco è alta. La tattica della ’ndrangheta in fondo è quella di punirne uno per educarne cento. Al Nord bisogna smetterla di pensare che ci siano anticorpi. Non è vero: la ’ndrangheta ha 44 miliardi di euro di fatturato, sono stime Eurispes. Può corrompere chi vuole con questi soldi: dai politici ai colletti bianchi delle banche, per avere informazioni sugli imprenditori in difficoltà. I mafiosi sono ignoranti, come Riina? Certo, ma hanno i soldi per assumere professionisti che hanno studiato e sono capaci di costruire relazioni». Denaro sporco da riciclare e investire: è questa, secondo Nicaso, la traccia da seguire. La cocaina ha portato alle ’ndrine bottini inimmaginabili, che ora devono essere investiti, «mai al Sud, ma sempre al Nord, dove ad una maggiore ricchezza corrisponde una minore percezione del rischio. Allora si aprono supermercati e si creano filiere edilizie: così si dà lavoro, si costruiscono rapporti con famiglie e persone che poi vanno a votare: si crea consenso sociale». La polvere grigia, spiega Nicaso, è la faccia della ’ndrangheta. L’edilizia, il movimento terra, il trasporto di inerti non richiedono grandi know-how: basta avere denaro fresco in tasca. «In questo modo le ’ndrine al Nord trovano facilmente anche la manovalanza. Con il consenso ottenuto con valigie di denaro riescono a gestire gli affari in un regime di monopolio». Quando qualcosa va storto, qualcosa di succulento, scatta la rappresaglia. «Credo che possa essere successo questo. Un appalto importante finito in mani non gradite alla ’ndrangheta, che reagisce in maniera inequivocabile. La ditta di calcestruzzi immagino che sia assolutamente estranea a queste logiche, ma probabilmente quella commessa doveva finire in altre mani». Secondo questa lettura, forse lo scopo di chi ha ordinato di appiccare il fuoco non era solo quello di spaventare i titolari di Villagrossi, un avvertimento, ma di mettere in ginocchio la ditta, una delle più attive e robuste nel settore. Neutralizzarla per mettere al suo posto, nell’affare di piazzale Mondadori, quella “giusta”.
5 0ttobre 2011 - - MANTOVA.
Villagrossi consegna la lista dei debitori Una pista per il rogo?
L’azienda ricostruisce con i carabinieri anni di affari. E spuntano i no a spartire le commesse con i concorrenti – di Rossella Canadè
RODIGO (Rivalta) «Ci chiamano da tutt’Italia, ogni minuto. Guardi, i nostri telefonini sono perennemente scarichi. Leggono i titoli sui giornali e ci chiedono in che guai ci siamo cacciati. Non per curiosità o diffidenza, ma per manifestarci solidarietà, appoggio aiuto. Tutti ci conoscono e sanno come lavoriamo. Quello che è successo è stato un fulmine a ciel sereno». È una donna garbata, Teresa Villagrossi, una che misura le parole ad una ad una per non farsi scappare accenti di polemica, di rabbia. Per non ferire nessuno, anche dopo che il rogo che ha distrutto le betoniere ha rischiato di mandare all’aria la ditta. «Non ce l’hanno fatta. La nostra attività continua, e continueremo a dare lavoro ai nostri dipendenti. È questa la cosa più importante». Pensa a loro, quando sente parole come mafia, ’ndrangheta, cosche del mattone, «ho paura che abbiano paura, ecco, questo. Ma la solidarietà che tutti ci stanno dimostrando ci fa andare avanti». Cresciuta a fatica e conti da far quadrare, in mezzo a gente che si alza all’alba e va a letto al tramonto, i mafiosi se li immagina con coppola e mitraglietta a tracolla, gente con cui i Villagrossi non hanno mai avuto a che fare. Sabato ha toccato con mano che mafia significa anche ritorsione, ricatto, intimidazione, avvertimento. Vendetta di qualcuno che hai danneggiato, magari senza saperlo. Perché lavori più di lui, perché hai i prezzi più bassi, perché non scendi a patti. Qualcuno che non esita a fartela pagare, con i mezzi drastici della criminalità organizzata: colpirne uno per educarne cento. Questa mafia a Teresa Villagrossi sembra meno lontana. «In questi ultimi anni, con la crisi del nostro settore, ci siano trovati ad aver a che fare con gente che non pagava. Abbiamo dato queste grane in mano al nostro avvocato, che ha fatto dei decreti ingiuntivi per farci recuperare gli insoluti. Non escludo che qualcuno sia fallito o che si sia trovato in serie difficoltà. E abbia visto in noi il suo nemico, quello che lo aveva mandato a gambe all’aria». Registri, carte, fatture: in queste ore i Villagrossi stanno passando al setaccio la contabilità, le lettere di ingiunzioni di pagamento che poi verranno acquisite dai carabinieri. Con cifre e nomi in mano, la caccia ai piromani e ai loro mandanti potrebbe trovare un sentiero. «La fame di soldi può spingere le persone a compiere gesti sconsiderati. Uno si sente danneggiato e perde la testa. Posso immaginarlo. Ma non riesco a capire chi possa essere. È capitato anche che abbiamo smesso di vendere il calcestruzzo a qualcuno dopo che non ci aveva pagato alcune forniture. Questo crea danno, è indubbio, perché se una ditta non arriva allo stato di avanzamento lavori paga ingenti penali. Forse è uno di questi, ma io non sono in grado di saperlo. Forse abbiamo fatto uno sgarbo a qualcuno, e questo mi ha bruciato i camion. Non lo avremmo mai immaginato». A Rivalta non sono mai arrivate minacce, né preavvisi di rappresaglie, «le uniche cose che mi sono venute in mente in queste ore convulse sono le conversazioni con alcuni concorrenti, o meglio colleghi che in alcune occasioni ci hanno chiesto con insistenza di spartire con loro i lavori più grossi. Perché ne abbiamo tanti, non solo piazzale Mondadori. Non abbiamo partecipato a gare, ma sono state tutte trattative private: le nostre offerte evidentemente erano le più convenienti». Alcuni impresari del settore si sono già offerti di dare una mano, con macchine in prestito o a noleggio, «con questi aiuti non avremo problemi». I fotogrammi che ritraggono l’incursione dei due piromani all’interno della Villagrossi sono all’esame dei carabinieri di Mantova, che hanno già interessato i comandi interprovinciali della Dia e della Dda, ma i titolari dell’impresa hanno potuto visionarli, «sapevano come muoversi e, dato che sui nostri dipendenti mettiamo la mano sul fuoco, significa che ci hanno studiato».