Facevano finta. E se funziona c’è da chiedersi quanto veramente abbiamo il polso della credibilità delle mafie.
Cinque persone sono finite in carcere altre tre ai domiciliari nella notte a Trapani nel corso di una operazione della squadra mobile denominata “Pizzo al Pomodoro”. In manette sono finiti otto pluripregiudicati del quartiere San Giuliano a Erice. A capo della organizzazione malavitosa: Francesco Paolo Cammareri che si faceva chiamare da tutti “padrino”, ma non aveva alcun collegamento con la mafia. La banda si era specializzata in estorsioni e traffico di droga, eroina in particolare. L’organizzazione si avvaleva anche di ragazzini, “i picciriddi”, incaricati di eseguire ritorsioni e danneggiamenti ai danni di attività commerciali o anche di accompagnare gli indagati, armati di coltello, presso gli esercizi commerciali taglieggiati di Trapani ed Erice. Gli indagati, a vario titolo, chiedevano la corresponsione mensile di somme di denaro o l’esecuzione gratuita di commesse di lavoro (ad esempio la realizzazione di infissi in alluminio), prospettando la necessità di adempiere a quanto richiesto per assicurarsi la necessaria “protezione” ed evitare spiacevoli episodi di danneggiamento alle attività commerciali.
Lettera dei sindacati di polizia (tutti!) al Ministro Maroni. O meglio: lettera della declinazione istituzionale e operativa dell’Antimafia (quella che respira anche nelle scuole, nei libri, nei comitati, negli incontri, negli studi) ad un Paese che (mentre sbadiglia, si svende e si arrocca) sta mangiandosi il cuore della sua storia migliore. Ma soprattutto: lettera da tenere in tasca in ogni angolo della vostra città in cui ancora danza impunito il mito di un Governo (e un Ministro) che ‘ha fatto’ contro le mafie.
Onorevole Signor Ministro,
ci rivolgiamo a Lei con fiducia nella Sua veste di massima Autorità politica quale Ministro dell’Interno e per quello che in questi anni ha dimostrato con coerenza d’indirizzo, ponendo sempre grande attenzione ai temi riguardanti il contrasto alle mafie.
Non avremmo mai voluto scrivere questa lettera ma gli ultimi avvenimenti che si sono verificati presso la Direzione Investigativa Antimafia ci hanno spinto a farlo. Dai primi giorni di luglio, come Lei sa, si è insediato il Direttore della D.I.A. “pro tempore”, di nuova nomina. Questi, come primo atto, senza concertazione alcuna, ha messo a disposizione del Dipartimento della P.S. l’indennità aggiuntiva che i dipendenti D.I.A. percepiscono dal 1992, come previsto dalla legge istitutiva: un taglio di circa 7 milioni di euro, che comporterà una decurtazione dello stipendio al personale pari al 20%; una “punizione” nei confronti di chi, fino ad oggi, ha costantemente raggiunto brillanti risultati di servizio.
L’indennità “incriminata”, peraltro, è notevolmente inferiore a quella percepita dai dipendenti delle Agenzie di informazione DIS, AISI e AISE e, nonostante sia a questa legata, non è mai stata adeguata a livello ISTAT. I circa 1300 operatori D.I.A., grazie alla loro professionalità, hanno conseguito risultati eccellenti nell’azione di contrasto. A titolo esemplificativo, in tema di aggressione ai patrimoni mafiosi, nel periodo 2009 – 2011 (primo semestre) sono stati sequestrati e confiscati beni stimati, rispettivamente, per un valore di 5,7 miliardi di euro e di 1,2, miliardi di euro. Tutto ciò rende la D.I.A., in termini aziendalistici, “un’impresa in attivo” che contribuisce in maniera significativa ad implementare le risorse del Ministero dell’Interno e della Giustizia attraverso il FUG.
Il vertice della struttura, prima di intraprendere azioni estemporanee, avrebbe potuto proporre risparmi di spesa conseguenti ad una gestione più oculata delle risorse: anziché mettere le mani nelle tasche dei dipendenti, avrebbe potuto operare sui costi di locazione delle sedi occupate dai Centri Operativi trasferendole in immobili demaniali oppure confiscati alla criminalità organizzata. A questo proposito citiamo l’esempio del Centro Operativo di Palermo che in questi giorni si trasferirà presso una villa confiscata alla mafia.
Altra nota dolente è il costo dell’immobile che ospita a Roma, in zona Anagnina, gli uffici centrali della Direzione Investigativa Antimafia, della Direzione Centrale Servizi Antidroga e della Direzione Centrale Polizia Criminale, il cui canone di locazione, esorbitante, ammonta a circa 17 milioni di euro annui.
Con il suo “atto d’imperio” il Direttore della D.I.A. sembra volersi sostituire a Lei ed al Legislatore, quindi all’intero Parlamento.
Come Lei può immaginare, l’iniziativa ha creato malumore e mortificazione in tutto il personale D.I.A., di ogni ordine, qualifica, grado e provenienza (Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri, Guardia di Finanza, Amministrazione Civile dell’Interno), generando in esso un senso di mancata considerazione per l’opera prestata con impegno costante ed abnegazione, a volte mettendo a repentaglio la propria incolumità, nella consapevolezza e convinzione di rendere un servizio al Paese.
Sicuramente l’azione della D.I.A. ha dato prestigio allo Stato in campo nazionale ed internazionale ed ha riscosso il massimo consenso anche nell’opinione pubblica.
I risultati ottenuti sono tangibili: è sufficiente consultare le relazioni semestrali periodicamente inviate al Parlamento.
Tutto ciò con le difficoltà che Lei può immaginare, dovute a risorse economiche destinate alla D.I.A., sempre minori nel corso degli anni: dai 28 milioni di euro stanziati per la D.I.A. nel 2001 si è passati ai 15 milioni di euro attuali; a personale sotto organico, poco più di 1300 unità contro le 1500 previste; a continue emorragie di personale D.I.A. impiegato in “uffici doppione” presso la D.C.P.C. (i gruppi di lavoro sulle “Grandi Opere”, G.I.C.E.R., G.I.C.E.X., G.I.T.A.V.); alla disparità di trattamento nella progressione in carriera riservato al personale D.I.A. nelle rispettive amministrazioni di appartenenza non essendo mai stato istituito il previsto “ruolo speciale”.
Ci creda, Signor Ministro, tutto questo appare avvilente ed inaccettabile. Abbiamo il dovere morale di denunciare questo ennesimo tentativo di depauperamento della D.I.A., così fortemente voluta da Giovanni Falcone, attentando così anche alle sue idee.
In quest’ultimo caso, La invitiamo ad assumersi, innanzi al Paese, la responsabilità, chiara e trasparente, di “cancellare” l’Istituzione che rappresenta l’organismo antimafia per eccellenza. Se, invece, tutto ciò è avvenuto a sua insaputa, come noi crediamo, ci attendiamo un suo immediato, diretto e risolutivo intervento, capace di restituire a tutto il personale della D.I.A. la serenità necessaria ad operare in un settore così delicato della sicurezza.
Sarà che la Storia se non si impara si è condannati a riviverla, sarà che tutti parlano di cambiamento e vogliono farci l’ultimo giro possibilmente senza cambiare ma la notizia di Leoluca Orlando che si propone sindaco di Palermo è la sostituzione della politica del cambiamento con la politica cangiante. Che non sono proprio la stessa cosa. E tra il PD che appoggia la giunta Lombardo in Sicilia, Genchi che ne è consulente e un’orda di indagati tra gli eletti, rischierebbe anche di sembrare una buona notizia. Cambiare significa farsi da parte. Almeno a 64 anni dopo avere già dato e già preso. Per favore.
Rifiuta le primarie dopo essersi autocandidato dicendo ma la scelta del candidato sindaco dovrà passare attraverso le primarie e scambiando il vento per uno scirocco di ritorno.
Sonia Alfano lancia la sua candidatura a sindaco di Palermo. E questa è la prima notizia. Leggendo bene dice di farlo senza IDV che dovrebbe proporsi invece con Leoluca Orlando. Questa è la seconda notizia.
De Magistris? Ha bisogno di un bagno, di un bagno di umiltà. Mannino? Non è un mafioso. Il processo Andreotti? andava archiviato. Cuffaro? punizione esagerata. Lombardo? vittima di un complotto giudiziario. Lo dice Genchi qui.
“NOMI, COGNOMI E INFAMI” SBARCA IN SICILIA
Domani 23 novembre inizia il tour di presentazione del libro “Nomi, cognomi e infami” di Giulio Cavalli (Ed. Ambiente collana Verdenero) in Sicilia.
Martedì 23 novembre alle h18:00 sarà a Catania presso la Libreria Cavallotto in Viale Ionio 32. Parteciperanno i ragazzi di Addio Pizzo.
Mercoledì 24 novembre alle h19:00 la presentazione avverrà a Messina presso il Circolo Pickwick in via Ghibellina 32. Interverranno Guglielmo Pispisa e Alessio Caspanello.
Infine, giovedì 25 alle h18:00 Giulio Cavalli presenterà il suo libro presso la libreria S.F.Flaccovio di Palermo. Interverranno Chicco Alfano (in rappresentanza dell’Associazione Nazionale Familiari vittime di mafia) e I.M.D. della Squadra Catturandi di Palermo.
Giulio Cavalli ha portato alla Schiranna il suo spettacolo “Nomi, cognomi e infami” sulla presenza di mafia e ‘ndrangheta in Lombardia
Suona una sveglia un po’ particolare ad Anche Io. È quella di Giulio Cavalli con il suo teatro-verità su un tema duro da mandar giù: quella della presenza mafiosa in terra lombarda. “Nomi, cognomi e infami” prometteva, e“tagliando e cucendo” fatti recenti e meno recenti, per il pubblico della Schiranna ne è uscito una sorta di promemoria del malaffare, del cancro malavitoso che corrode la pubblica fiducia in una regione che, in teoria, con le mafie e la mentalità che le partorisce e sostiene, non dovrebbe avere nulla a che fare. Invece è la quarta regione mafiosa d’Italia, e, per l’entità dei vorticosi giri di soldi legati ad appalti e riciclaggio di denaro sporco, probabilmente in ultima analisi la prima. E non da ieri.
Impossibile andare ad analizzare tutti i vari aspetti che Cavalli ricostruisce: la sua ormai è «una missione, una battaglia», caotica quanto può esserla quella sul campo. Da quello spettacolo “Do ut des” che dal 2006 portò avanti, in Sicilia in vere capitali storiche di clan potenti come Gela o Corleone, con l’appoggio di sindaci-coraggio (Crocetta) e le risate del pubblico che cominciavano a demolire sottilmente il potere totalitario dei boss, vennero le prime minacce, giunte in terra lombarda. A quel punto non restava che proseguire a testa alta: una volta irritati i “mammasantissima” di turno, indietro non si torna. E allora ecco Cavalli portare avanti una sua politica teatrale, dichiarata: mettere a nudo i boss, evidenziare insulsaggini, «medievalità e pochezza», come dice, delle organizzazioni mafiose e dei loro rituali. Come quello, che descriveva al pubblico facendosene allegramente beffe nel suo monologo, della punciuta, con cui si affiliano i nuovi picciotti di Cosa Nostra.
Con tanto di ramo di arancio amaro, spina, sangue versato su un santino da dare poi simbolicamente alle fiamme, giuramento di fedeltà. O ancora i soldi sepolti sottoterra dai boss Lo Piccolo di Palermo; o i “pizzini” sgrammaticati di Provenzano. Spigolature che riportano i temutissimi signori della violenza e dell’abuso a dimensione d’esseri umani fallibili, custodi di “sacre regole” giurate che, ricordava Cavalli, vengono puntualmente violate. Si giura, entrando nella mafia, di non tradire la moglie, ma i boss non disegnano di certo amanti e prostitute; non si dovevano avere rapporti con gli “sbirri”, e poi si trattava dietro le quinte con settori deviati dello Stato; e così via.
Tornando a noi dalla Sicilia, è in Lombardia che il pericolo dell’assopimento delle coscienze è più alto. In questa nostra terra in cui prima clamorosa vittima di mafia fu, ricorda Cavalli, nel 1979, l’avvocatoGiorgio Ambrosoli, il liquidatore del Banco Ambrosiano che fu di Calvi, l’allievo di Sindona. Un uomo simbolo della migliore borghesia Ambrosoli, ucciso dai mafiosi perchè onesto. Il lombardo Cavalli, ora anche consigliere regionale, può ben lanciare i suoi allarmi ancora adesso, nel 2010, quando ripete che ormai il vero centro della ‘ndrangheta, la più potente mafia italiana, è proprio a Milano e dintorni. Un centro ancora sottomesso a decisioni calabresi, se è vero quanto emerso dalle più recenti indagini: ma un vero “cervello” strategico per gli interessi, il transito e la moltiplicazione del denaro e del potere. Cavalli descrive dunque, in questo spettacolo, la mutazione generazionale degli ‘ndranghetisti trapiantati al Nord e giunti a dominare varie cittadine dell’hinterland milanese, “coree” tristemente note.Dai sequestratori anni Settanta ai boss del narcotraffico, fino alla grande torta degli appalti edili e del movimento terra in cui le seconde generazioni spadroneggiano ormai in veste di imprenditori, in un curioso fenomeno di ascesa sociale, diciamo così.
Tutto mentre, fustiga Cavalli, “a Milano la mafia non c’è” hanno detto a più riprese sindaci e persino prefetti dagli anni Ottanta fino a tempi recentissimi. Invece c’è eccome. E «sta a cento passi da Palazzo Marino». Basti ricordare chi ha ammesso di aver finanziato la campagna elettorale di un importante esponente della Regione… Per tacere della provincia lombarda. Anche la nostra zona fa la sua molto disonesta parte, fra gli omicidi di ‘ndrangheta che nel decennio scorso hanno insanguinato l’alto Milanese, fra Lonate Pozzolo, Ferno e il Legnanese, o quel boss che vantava di aver mobilitato il voto dei calabresi trapiantati verso un determinato amministratore di una città della zona di Malpensa. Aeroporto nel quale i Filippelli di Lonate entravano e uscivano a piacere, operando sotto l’ala di quel Vincenzo Rispoli descritto da Cavalli come «il principe nero delle vostre zone». “Onore” forse eccessivo, ma le indagini puntano dritte su di lui come capo della “locale” di Legnano-Lonate.
La battaglia contro la mafia, comunque essa si chiami, «è ricerca di dignità ed è una responsabilità della politica», ci ricorda Cavalli in veste di martello delle coscienze. Perchè tacendo, chiudendo occhi, bocca e orecchie, avverte «non resteremo impuniti, bensì finiremo complici» del nostro stesso asservimento. Perchè, insiste l’attore, «Gomorra è qui».
Domenica 14 Marzo h21:00 “Stazione di servizio” Via A.Caretto 4 Proiezione del documentario “Storie di resistenza quotidiana“.
In un’epoca di chiasso mediatico, in cui spesso si rendono noti solo gli aspetti negativi e fallimentari dell’ordinamento sociale, Storie di resistenza quotidiana è un documentario che mette al centro dell’attenzione le persone e le loro iniziative, testimoniando in primis la forte volontà e l’impegno di fare fronte comune contro il fenomeno del racket e le pratiche dell’illegalità da movimenti come Addiopizzo e prendendo spunto dall’esperienza dell’associazione Libera Terra che lavora alla riconversione delle terre confiscate ai boss. Girato a Palermo – una città che attualmente riassume le istanze del Paese intero – e in alcune zone dell’Alto Belice corleonese, Storie di resistenza quotidiana nasce da un’idea del filmmaker romano Paolo Maselli e della scrittrice palermitana Daniela Gambino. Sono le persone quindi a raccontarsi davanti alla telecamera. Persone che hanno fatto della loro vita l’esempio di una sostanziale “resistenza quotidiana”, di consumo critico, di elaborazione pacifica e propositiva, persone che ogni giorno mettono a disposizione la propria esperienza e il proprio sapere nell’elaborazione di strategie di prevenzione e di contrasto, capaci di radicare nel territorio una nuova idea di legalità. Il documentario raccoglie le testimonianze, fra gli altri, di Lirio Abbate, Salvatore Gibiino, Vincenzo Agostino, Enrico Colajanni, GIULIO CAVALLI, Ernesto Bisanti, Giuseppe Glorioso, Francesco Galante, Don Luigi Ciotti. Sarà presente all’evento il regista Paolo Maselli.
Progetto Educativo Antimafia 2009-2010
Presenta: Vito Lo Monaco (Presidente Centro Pio La Torre)
Relatori: Alessandra DINO, Renate SIEBERT
Interviene Giulio CAVALLI
Modera: Vincenzo VASILE
Cinema Teatro Golden Palermo