Niente è per caso o forse è una sinistra catena di coincidenze. Qualche giorno fa esce una nota di Palazzo Chigi (in una settimana di pochissime parole dal Governo) che lascia intendere un affievolimento del regime 41 bis. Si alza un coro di proteste e una nuova nota di Palazzo Chigi corregge il tiro. Ieri la famiglia di un boss deceduto in regime carcerario 41 bis al carcere di Opera presenta un esposto lamentando la mancanza di cure. E si ricomincia a parlare della “bestialità” del carcere duro. Intanto gli avvocati dei collaboratori di giustizia raccontano di come il Governo abbia abbandonato i pentiti e i loro legali. Chissà cosa avrebbe pensato Paolo Borsellino.
l’intervista/giulio cavalli
«La parola può sconfiggere la mafia»
L’attore sarà sabato alla Schiranna con il suo «Nomi, cognomi e infami». Ingresso gratuito
varese«A teatro non esistono condizioni, non ci sono intermediari. Il teatro, così come un certo tipo di giornalismo è inattaccabile. E la parola recitata è la sua forza, l’arma che mette i mafiosi con le spalle al muro». Probabilmente perché per il giovane attore antimafia lodigiano Giulio Cavalli, che è anche scrittore, regista e politico, fare “teatro civile” o “teatro di parola” non è mai stata soltanto una scelta, piuttosto una necessità. E lo vedremo all’area feste della Schiranna, sabato 4 settembre alle 21, ad ingresso libero, nell’ambito dei festeggiamenti dei lettori di VareseNews, «Anche Io», con lo spettacolo intitolato «Nomi, cognomi e infami».
Autore di testi improntati a mettere in ridicolo un soggetto prettamente tragico come la mafia, Cavalli è un nemico del malaffare. In prima linea, con i suoi spettacoli combatte Cosa Nostra in Lombardia. Una vita blindata la sua. Sotto scorta da quando i criminali si sono resi conto che i loro nemici non stanno soltanto nei tribunali, nelle procure della Repubblica o nelle caserme, ma anche in qualche giornale e soprattutto a teatro.
Giulio, perché nonostante le minacce fai questo lavoro?
Ognuno di noi ha dei limiti personali di compromesso ed integrità. Lo faccio per puntare il dito in maniera forte e diretta sulle organizzazioni criminali, prendendomene tutte le responsabilità ed esponendomi in prima persona.
Stai semplicemente dalla parte delle regole. Eppure quello che fai è diventato straordinario, eccezionale. Non suona un po’ strano?
La straordinarietà, l’eccezionalità spesso hanno a che fare con quel “voyeurismo” televisivo per cui provo ribrezzo. E’ una curiosità che non serve a nessuno ed è addirittura svilente per chi semplicemente chiede il rispetto delle regole. Che in questo sistema costano care. Io lavoro con le regole, ma anche contro qualcuno. Così uno ci rimette di tasca propria.
Quand’è che hai cominciato ad impaurire al punto d’aver bisogno di una scorta?
Questo bisognerebbe chiederlo a loro. Anche se le prime minacce sono arrivate quando è cominciata la mia amicizia con Rosario Crocetta, sindaco di Gela, posto dalla lunga mano, che tiene sotto controllo tutto il lodigiano.
Come lo spieghi ai tuoi bambini piccoli?
Ecco il vero problema. Se fossi stato da solo la mia vita sotto scorta non mi avrebbe dato alcun fastidio. Ma è come se i bambini stessero già pagando.
Veniamo allo spettacolo “Nomi, cognomi e infami”?
I nomi e i cognomi appartengono a tutti gli uomini che con le loro storie mi hanno fatto crescere. Gli esempi più alti di come spesso cercare il bello ti metta in una situazione torbida. Si parte dalla strage di Via D’Amelio col nome di Paolo Borsellino passando per quelli di don Peppe Diana, prete ucciso per il suo impegno contro la camorra, uno che non aveva scelto di andare in guerra, o del magistrato Bruno Caccia assassinato dalla ‘ndrangheta. E si chiude con Pippo Fava, giornalista e scrittore ammazzato dalla mafia, troppo politicizzato per essere un teatrante – come dicevano – e troppo teatrale per essere un politico. Un po’ come me.
Chi sono gli infami?
Sono quelli che ci costringono a non dimenticare queste storie. Quelli che ci obbligano a raccontarle. Molti di loro sono ancora in giro. E di certo non si meritano l’oblio.
Cosa distruggerebbe definitivamente la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra?
In senso più scenografico: parlarne ovunque, davanti a tutti, come sosteneva Borsellino, individuare i malavitosi e impedir loro di lavorare. Ormai lo sappiamo tutti chi sono. E’ questo il nostro scopo: renderli indicabili. In Lombardia poi bisognerebbe rinunciare a quel 2 o 3% di successo elettorale. Ed essere pronti ad una manovra finanziaria della dignità.
Barbara Rizzo
I fatti, i nomi, le facce di una vita che non ci appartiene e che non ha nè dignità, nè onore, una vita che stride di fronte a quella di persone come Don Peppe Diana, Paolo Borsellino o Bruno Caccia, tutti uccisi per il loro impegno contro la camorra, la mafia e la ‘ndrangheta.
Martedì 31 agosto Castello di Ivrea ore 21,30.
In caso di maltempo all’ABCinema d’essai.
Cooperativa Rossetorri in collaborazione con La Galleria del Libro e con Libera Ivrea
Si avvicina sempre più “ANCHE IO”, la festa dei lettori di VareseNews che si svolgerà dal 3 al 5 settembre all’area feste della Schiranna. Oltre alla tradizionale area gastronomica in cui a servire sono gli stessi giornalisti di VareseNews, la festa ha un’area bimbi sempre attiva e propone incontri, spettacoli, concerti e laboratori.
Tra le tante attività proposte, quella di cui siamo più orgogliosi quest’anno è però lo spettacolo “Nomi, cognomi e infami” del bravissimo Giulio Cavalli, che vi proporremo a ingresso libero e gratuito.
Cavalli è un attore, scrittore, regista e politico italiano superpremiato, che da anni porta in teatro scomode come “Re Carlo”, dedicato al G8 di Genova, “Linate 8 ottobre 2001″, dedicato all’incidente aereo costato la vita a 118 persone e “Bambini a dondolo”, dramma sul turismo sessuale infantile.
A Varese porterà “Nomi, cognomi e infami”, un toccante spettacolo dedicato a persone che per il loro lavoro sono state uccise dalla mafia. Cavalli ricorda Don Peppe Diana, il prete ucciso a Casal di Principe per il suo impegno contro la camorra, Paolo Borsellino e il magistrato Bruno Caccia, ammazzato dalla ‘ndrangheta il 26 giugno 1983. Uno spettacolo che vuole far riflettere: la società “civile”, se così si professa, dovrebbe indignarsi e reagire di fronte a qualcosa che non è “normale”.
La capacità recitative di Cavalli e le sconvolgenti verità contenute nel copione, rendono questo evento un appuntamento d’impatto e riflessione. L’appuntamento è fissato per sabato 4 settembre alle 21:00. L’area di intrattenimento bambini sarà attiva anche la sera, proprio per consentire ai genitori di godere dell’appuntamento. Per altre informazioni www.ancheio.it.
Esce in libreria “Di testa nostra” di Andrea Camilleri e Saverio Lodato (Chiarelettere). Il libro propone i testi di Camilleri e Lodato pubblicati su l’Unità nella rubrica “Lo chef consiglia” dal 23 maggio 2009 al 6 giugno 2010. Per gentile concessione dell’editore ne pubblichiamo due brani.
Ma il berlusconismo va denunciato?
LODATO - È nato prima il berlusconismo o l’antiberlusconismo? Indovinello non peregrino: l’antiberlusconismo giova o nuoce all’opposizione? Questione spinosa. C’è chi dice che se non ci fosse il berlusconismo non si darebbe, in natura, l’antiberlusconismo; e chi obietta che, dando fiato alle trombe, Berlusconi vincerà all’infinito. Il conflitto d’interessi? Anticaglie. Le frequentazioni piduiste? Idem. Lo stalliere di Arcore? Eroe di Stato. Palpeggiamenti e show internazionali? Papi e Noemi? Non è di gossip che è lastricata la via dell’opposizione. Ma sì, teniamocelo!
CAMILLERI - L’antifascismo è nato come reazione al fascismo. Non è sostenibile che l’antifascismo esistesse in natura prima che Mussolini concepisse il fascismo. E l’opposizione al fascismo giovò al regime? O non servì a far capire al mondo cos’era, in realtà, la dittatura fascista? Gramsci e Gobetti, i fratelli Rosselli e Matteotti, avrebbero rafforzato il fascismo? È chiaro che Berlusconi non è Mussolini, ma è pur sempre un pericolo, più o meno strisciante per la democrazia. Molti Soloni della politica hanno sostenuto che demonizzando Berlusconi si fa il suo gioco. E com’è che non si fa il suo gioco? Glissando sul conflitto di interessi che inquina l’Italia? Ignorando le vergognose leggi ad personam? Fingendo di non vedere lo scempio della legalità e dell’informazione? Credo al contrario che sia il tacere a fare il suo gioco. Berlusconi agisce, e lo dimostra in ogni occasione, come un padrone assoluto. Non solo tiene le riunioni per nominare i dirigenti Rai a casa sua, ma ha l’impudenza di dirlo pubblicamente. Tanto, può fare quello che vuole. È come un pachiderma che procede implacabile. E i non demonizzatori, con i loro colpi di spillo, che fastidio pensano di dargli? (27 maggio 2009)
La strage di via D’Amelio
LODATO – Domani ricorre il diciassettesimo anniversario della strage di via D’Amelio, a Palermo, in cui persero la vita Paolo Borsellino e gli agenti Emanuela Loi, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina e Agostino Catalano. Ci sono ancora processi aperti. Si indaga per scoprire i mandanti. Nonostante il lassismo diffuso, la magistratura si ostina a scavare. È un bene che il reato di strage non cada in prescrizione. Ma è pur vero che, in Italia, il mandante è bestia rara, quasi uno yeti giudiziario, sempre avvistato, mai localizzato con certezza. Lei ha mai assistito all’arresto e alla condanna di un mandante? Il mandante è come l’araba fenice?
CAMILLERI – Caro Lodato, ha sbagliato indirizzo. Questa domanda non deve rivolgerla a me, ma a se stesso, dato che lei è un serio storico della mafia. Comunque, rivolto un pensiero di profonda gratitudine a Borsellino e alla sua scorta, sto al gioco. I mandanti, lei dice, sono come l’araba fenice, quella che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa. Il bello è che da noi i mandanti dei delitti per interesse, prima o poi, vengono scoperti. Perché quelli di interesse mafioso, invece no? Va fatta una considerazione: un delitto come quello dell’uccisione di Borsellino, e in precedenza come quello di Falcone e tanti altri magistrati, non è solo ed esclusivamente di mafia. La mafia ne è compartecipe ed esecutrice. Compartecipe, diciamo, al 50 per cento. L’altro 50 appartiene a gente riverita e dal comportamento ufficiale irreprensibile, che gode di favori, agganci, solidarietà, anche dentro le istituzioni. E la rete di protezione è così fitta da essere quasi impenetrabile. Quando Riina manifestò il proposito delle stragi, Provenzano fece un sondaggio segretissimo fra imprenditori, politici e massoni. Provenzano i risultati non li divulgò. Ma il pentito Giuffrè riuscì a sapere che alcuni industriali del Nord si erano dichiarati favorevoli all’uccisione di Falcone e Borsellino. I loro nomi? E qui torniamo all’araba fenice. (18 luglio 2009)
“Non li avete uccisi: le loro idee camminano sulle nostre gambe”
Presidio 19 Luglio 2010 – h. 18,30 / 21,00 Via Benedetto Marcello – Milano
Il Popolo Viola Milano ricorderà il Magistrato Paolo Borsellino e gli Agenti della scorta Emanuela Loi,
Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano e Eddie Walter Cosina assassinati nell’attentato
di Via d’Amelio a Palermo il 19 Luglio 1992.
Delitto efferato nella contiguità stragista mafiosa iniziata con la bomba di Capaci e l’esplosione di un
tratto dell’Autostrada Palermo-Punta Raisi che uccise il Magistrato Giovanni Falcone, la moglie
Magistrato Francesca Morvillo e gli Agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio
Montinaro.
Verrà inoltre ricordato l’impegno coraggioso fino all’estremo sacrificio dell’Avvocato Giorgio
Ambrosoli (“Un eroe borghese” cit. Stajano), commissario liquidatore di un istituto di credito in
dissesto del banchiere Sindona, che per aver scoperto gravi e sospetti legami con poteri forti e
mafiosi venne ucciso da un killer l’11 Luglio 1979.
Il Presidio si articolerà in letture, citazioni e memorie, ma altresì verranno denunciati i legami della
mafia, della ‘ndrangheta e della camorra nel tessuto sociale ed imprenditoriale milanese e lombardo
a dimostrazione dell’extra-territorialità con cui la criminalità organizzata agisce rispetto ai confini
regionali tradizionali ed alla quale si vuole concedere ulteriore libertà operativa con l’approvazione
della nefasta Legge Bavaglio / D.D.L. Intercettazioni.
Una fiaccolata commemorativa di raccoglimento concluderà l’Evento.
Federico Ferme 339. 74 27 980
Ludovica Pizzetti 347. 51 31 176
Marina Varriano 333. 82 14 598
press@popoloviolamilano.it
FaceBook: Popolo Viola Milano
FaceBook Evento: Anniversario Stragi di Falcone e Borsellino
Riferimenti organizzativi e informativi
POPOLO VIOLA MILANO
Agende Rosse
Qui Milano Libera
Omicron
Libera contro le mafie
Adesso Basta !
Le Girandole
Grilli del MU1 di Milano.
di Salvatore Borsellino
E’ passato un anno da quando ci siamo ritrovati tutti a Palermo, in via D’Amelio, per impedire che quel luogo, reso sacro dal sacrificio di Paolo e dei suoi ragazzi, venisse ancora una volta profanato. Profanato dagli avvoltoi che, tornando sulla scena del delitto, arrivano come ogni anno ad assicurarsi che Paolo sia veramente morto. Ad assicurarsi che non possa più mettersi di traverso rispetto ad una ignobile trattativa stretta tra Stato e antistato della quale oggi continuiamo a vedere gli effetti ed a pagare le conseguenze. Ad assicurarsi che possano continuare a godere i frutti di quel patto scellerato e continuare a pagare le cambiali contratte per concludere quel patto.
Roma, 21 maggio 2010. Se vogliamo davvero arrivare ai nomi di chi ha assassinato Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e gli altri martiri del crimine organizzato, se vogliamo risanare le Istituzioni dalla presenza del virus mafioso, se vogliamo aprire gli occhi, liberarci dai pregiudizi e dire no ai poteri deviati, all’alleanza scellerata fra malaffare e politica – alleanza che in diversa misura condiziona ormai tutti i comparti della società italiana -, se vogliamo uscire da un tunnel troppo buio e troppo lungo, dobbiamo cogliere le opportunità che il coraggio e il lavoro di magistrati onesti e capaci mette a nostra disposizione. Chi teme che la verità trapeli può attuare ricatti e minacce, controllare l’informazione, tacitare i testimoni, smussare gli strumenti di indagine, posizionare i suoi luogotenenti in ogni posizione di potere, ma la verità resta sempre lì, nuda e vicina, quasi a portata di mano. La lotta alla mafia ha sempre identificato i collaboratori di giustizia quali strumenti fondamentali per scardinare i meccanismi omertosi, la rete di interessi e paure, le protezioni dietro cui si muove la criminalità organizzata. Il pentito è consapevole dei rischi che corre direttamente o indirettamente, ma una volta che ha scelto di svelare la verità, diventa un cronista del sommerso, una mappa vivente dei luoghi e dei fatti legati al delitto di mafia. Ecco perché chi ha un passato e/o un presente da nascondere, paventa quale insidia massima la parola dei pentiti. Gaspare Spatuzza è un pentito di assoluta attendibilità e può aiutarci, senza ombra di dubbio, a conoscere la vera storia di tanti delitti e complicità mafiose.
Grazie a Spatuzza il crimine organizzato ha subito sconfitte di grande rilievo. Grazie alla testimonianza di Spatuzza un funzionario dei servizi segreti ancora in forza all’Aisi, l’Agenzia di informazioni per la sicurezza interna che ha preso il posto del vecchio Sisde, è indagato dalla Procura di Caltanissetta. L’ipotesi di reato è il concorso nella strage di via D’Amelio, nella quale furono assassinati Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. L’uomo è una figura chiave nell’àmbito delle nuove indagini sull’autobomba esplosa a Palermo il pomeriggio del 19 luglio 1992, 56 giorni dopo la strage di Capaci. Spatuzza era il boss palermitano di Brancaccio che aveva procurato agli attentatori la Fiat 126 destinata ad accogliere l’ordigno. Nel 2008 decise di collaborare con i magistrati anti-mafia. Durante gli interrogatori a Firenze, il 17 dicembre 2008 parlò per la prima volta di un membro dei servizi segreti legato ai fatti di via D’Amelio. Lo riconobbe in uno degli album di fotografie che i magistrati gli sottoposero e che raccoglievano appartenenti ai servizi segreti. Gaspare Spatuzza ha testimoniato anche in relazione a importanti contatti fra mafia e politica, riferendo nomi eccellenti, fra cui quello del Presidente del Consiglio. Sono teoremi ancora da risolvere, ma che destano sdegno e preoccupazione, perché sula base delle testimonianze dei pentiti si evince che la “filiera” di interessi economici e politici di natura criminale che hanno caratterizzato la stagione delle stragi non è mai stata smantellata, ma ha saputo trasformarsi, ripulire la propria immagine e riposizionarsi a “buccia di cipolla” in posizioni cardine della politica, della finanza e dell’informazione in Italia.
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Ho letto (e guardato) con sconcerto e una certa desolazione l’articolo della Casa della Legalità sulla cena elettorale della candidata Cinzia Damonte insieme a Orlando Garcea, indicato da più fonti come esponente di spicco di ‘ndrangheta, già condannato per droga e coinvolto nell’inchiesta sul controllo del gioco d’azzardo dei videpoker del clan dei Macrì’, di cui è considerato un esponente di vertice. Ho riletto con attenzione anche la risposta della Damonte che dichiara di “non sapere il nome di quel signore” e la risposta del suo mandatario elettorale Enrico Zerbo che dice “Il nome di quel signore non mi dice nulla. No, non sono in grado né di confermare né di smentire che fosse presente. Sarà stato uno dei tanti”.
Al di là dei giudizi nel merito, ancora una volta, mi spiace dirlo, leggo la risposta bagliata.
Chi mi segue sa bene quanto abbia espresso con rabbia la mia desolazione verso chi, come Maullu o Colucci o tanti altri, si è sempre difeso dicendo di “non sapere” o addirittura di “non potere sapere con tutte le persone che si incontrano in campagna elettorale”. Nessuno si sogna di criminalizzare gli eventuali incontri nell’attività politica (anche se, personalmente, conosco benissimo chi mi paga le cene elettorali e chi organizza i miei appuntamenti); qui si tratta di chiedere scusa e prendere le distanze da qualsiasi individuo che sfoggi credibilità criminale giocando di sponda con questo o quel politico.
E prendere le distanze con la schiena dritta, significa evitare teorie di complotto e creare subito una barriera contro mafiusetti infiltrati facendo i nomi e i cognomi: che si risponda dichiarando che Garcea e i suoi compari troveranno sempre una feroce ostilità politica.
Ogni cena elettorale con l’odore marcio di mafie è l’occasione doverosa per prendere una posizione. Un’occasione d’oro per dichiarare da che parte stare. Che sia una candidatura di destra o di sinistra. La superficialità e la disattenzione verso le mafie sono il vero concime della criminalità organizzata; un’indifferenza che si paga. E cara. Potete chiedere a mia moglie o ai miei figli.
La vicenda dei testimoni di giustizia in Italia (sempre confusi e indegnamente in bilico nella melma del fraintendimento tra “pentito” e “testimone”) è uno degli angoli vergognosi e tenuti sotto chiave da una paese che è fortissimo nelle celebrazioni ma colpevolmente distratto nella gratitudine dei suoi uomini migliori. C’è una differenza sostanziale tra un collaboratore di giustizia (volgarmente detto “pentito”) e un testimone di giustizia: il primo rinuncia ( o comunque tratta) alla propria pena, il secondo spesso alla propria dignità di vita. E sulla bilancia della giustezza (prima della giustizia) qualcuno ci dovrà spiegare perché un concetto così lapalissiano non sia comunicabile. Perché non venga ritenuto “giornalistico” o politicamente “strumentalizzabile” al di là di qualche serata di costume d’antimafia o qualche docu-marketing-fiction. Un paese che culla le puttane perchè servano a sputtanare il re e intanto lascia sui marciapiedi gente come Pino Masciari o Piera Aiello perché sono spendibili solo nei processi. Un paese che celebra le “scorte letterarie” come oggetto da bestseller e nasconde (male) sotto lo zerbino chi ha sfidato la criminalità mettendosi a verbale. Un paese in cui succede che gente che dallo Stato si aspetta il diritto di stare in sicurezza nell’ombra sia costratta ad urlare per salvarsi e contemporaneamente uccidendosi. Il comunicato di Piera Aiello (attraverso l’Associazione Rita Atria) e quello di pochi giorni fa di Pino Masciari sono il grido più doloroso (e sottovalutato) dell’antimafia non di chi la vorrebbe tanto imparare a fare; ma di chi ci è caduto dentro con la testa alta, lo sguardo fiero e sempre in piedi.
Se ci fosse cuore sarebbe un grazie come un mantra da tutti gli spigoli della nazione.
ASSOCIAZIONE ANTIMAFIE “RITA ATRIA”
OGGETTO: Comunicato stampa: Piera Aiello, testimone di giustizia, torna a Partanna (TP) dopo 18 anni per rivendicare il suo diritto a Vivere
Tornata nella sua casa di Partanna (TP), Piera Aiello, testimone di giustizia dal 1991, per constatare il suo effettivo status di “ex testimone”, come da comunicazioni (e senza motivazione) del Servizio centrale di protezione, che ha demandato alla Prefettura della località segreta i problemi legati alla
sicurezza in base a motivazioni contenute nel documento “stralcio del verbale di riunione del 15 aprile 2009” recapitato alla Aiello (i cui dettagli renderemo noti durante la conferenza stampa).
La Prefettura competente, da parte sua, ritarda ancora ad ottemperare alle misure concordate con Piera Aiello già nel maggio scorso (teniamo a sottolineare che il 2 aprile Piera Aiello aveva appreso che la sua copertura è stata vanificata per cause ad oggi ancora oggetto di indagine e sulle quali
non desideriamo soffermarci, nel pieno rispetto della serenità di giudizio delle istituzioni competenti).
Ricordiamo inoltre che l’art.16-ter della L 45/2001 prevede che le misure di protezione siano mantenute fino alla effettiva cessazione del rischio, cessazione della quale la diretta interessata non ha ricevuto alcuna comunicazione, nemmeno dopo le ripetute richieste rivolte al Servizio
centrale di protezione, che fa capo al ministero degli Interni. Da qui la sua decisione di chiedere un sereno colloquio con le procure siciliane che si sono avvalse delle sue testimonianze per avere chiarezza sulla condizione di pericolo in cui attualmente versano lei e la sua famiglia.
Ci riserviamo inoltre di discutere nell’ambito di “Contromafie”, organizzato da “Libera” a Roma il 23/24/25 ottobre, le politiche da intraprendere insieme ad altre associazioni affinché siano accolte le
proposte di modifica alla legge già presentate ad alcuni parlamentari al forum (organizzato dall’Associazione Antimafie “Rita Atria”) sui testimoni di giustizia tenutosi a Roma il 26 luglio scorso, durante la giornata in memoria di Rita Atria.
Martedì 6 ottobre alle 11.30 a Partanna (TP), in via Crispi 199, si terrà una conferenza stampa in presenza di Piera Aiello, di don Luigi Ciotti.
Per motivi legati alla sicurezza di Piera Aiello è necessario accreditarsi inviando una email all’indirizzo info@ritaatria.it (per informazioni tel 347.262.27.46).
Documento Piera Aiello
Io sottoscritta Piera Aiello nata a Partanna il 02-07-1967 Testimone di giustizia dal 1991 e residente in località protetta, scrivo e intendo rendere pubblico questo documento dopo 18 anni di non vita, grazie ad uomini di Stato preposti a garantire la mia sicurezza – come quella di altri Testimoni di Giustizia – e che invece si sono dimostrati ASSENTI e peggio INDIFFERENTI alle nostre condizioni di vita ed alle condizioni di pericolo cui eravamo esposti.
Sono persone che hanno dimostrato purtroppo un assoluto senso di superficialità per quanto riguarda la questione delicatissima dei Testimoni di Giustizia, invece di dimostrare quella attenzione e quell’attento accompagnamento dei “Testimoni di Giustizia” che lo Stato ha progressivamente imparato ad assumere come compito e tradurre nello spirito e nel dettato delle specifiche Leggi promulgate, ma di cui costoro sembra non abbiano mai avuto conoscenza o comprensione.
Pertanto ho deciso di elencare e rendere pubblica questa situazione attraverso la narrazione di una piccolissima parte della mia vicenda umana che attesta il poco tatto con cui io, e sicuramente molti altri Testimoni di giustizia come me, veniamo trattati fino ad oggi da funzionari e rappresentanti istituzionali che avrebbero invece il compito di essere delicati e quantomeno premurosi e solerti nell’affrontare i nostri problemi, e che invece dimostrano la volontà di lasciare irrisolte le questioni, spesso vitali, poste dal Testimone, o di costruire percorsi limpidi per una fuoriuscita dal Programma di Protezione ed un ritorno a nuova vita in modo dignitoso, dopo il lungo periodo di tribolazioni e peregrinazioni nelle aule dei vari tribunali.
La mia storia è forse risaputa, in quanto ampiamente riportata dai mass media, ma sento necessario – per dare un ordine ed una ragione comprensibile alla conclusione verso cui sono orientata – raccontarne qualche breve tratto ben sapendo che non è possibile rappresentare in poco spazio tutta la drammaticità quotidiana della vicenda che ho scelto di vivere per contrastare la criminalità mafiosa, vicenda che è stata aggravata proprio da una inattesa insensibilità istituzionale da parte di chi avrebbe dovuto accompagnarmi in questa scelta di vita dura e difficile.
Divenni Testimone di Giustizia nel 1991 a seguito di avvenimenti criminali rivelati in deposizioni rese davanti al Giudice Paolo Borsellino ed allo stuolo di Sostituti Procuratori che con lui collaboravano. Venni messa sotto regime di protezione immediatamente. Subito dopo la mia decisione, mia cognata Rita Atria volle condividere la medesima scelta di Testimone di Giustizia.
Quando ho preso la decisione di testimoniare vigeva l’istituto dell’Alto Commissario, solo successivamente vi sarebbe stato l’avvento del Servizio Centrale di Protezione.
Già a quei tempi, in regime di Alto Commissario, si registrava una profonda confusione di compiti, ruoli e modalità di intervento, in quanto i funzionari non sapevano bene come gestire il fenomeno dei Testimoni di Giustizia e facevano molta fatica a distinguere tra questi ultimi ed i collaboratori di Giustizia, cioè coloro che – a differenza dei Testimoni, i quali non avevano mai colluso con i crimini ed i criminali di cui riferivano vicende e comportamenti – si erano dissociati per le più varie ragioni dai crimini e dai criminali con cui avevano precedentemente collaborato direttamente ed attivamente.
L’unica cosa che posso dire con certezza è che quando era in vita Paolo Borsellino le varie mancanze e difficoltà venivano sempre risolte tempestivamente e grazie a suoi diretti interventi, mentre dopo la sua morte le cose precipitarono.
Già dopo pochi giorni dall’omicidio del Giudice, si verificò infatti una vicenda sconcertante. Vennero cioè a trovarci (me e mia cognata Rita) due funzionari che ci dissero: “Dalla morte del Giudice, molti collaboratori si stanno tirando indietro. Voi cosa volete fare?”. Allora ci chiamavamo tutti collaboratori, senza distinzione, perché non c’era ancora una legge che differenziasse i due status, ma non credevo che per differenziare un criminale da una persona onesta nella coscienza dei funzionari occorresse un testo di legge, credevo piuttosto che bastasse solo la Verità delle cose. (La legge arriva, ma solo nel febbraio del 2001).
Quella domanda mi ha fatto capire che non avrei più avuto il conforto dello Stato rappresentato da Paolo Borsellino, ma avrei bensì convissuto con l’improvvisazione. Rimasi allibita, risposi con l’unica cosa che potevo dire, e cioè che “se prima avevo un motivo per andare avanti, adesso ne avevo mille”. Mia cognata Rita non rispose. Lei era convinta che la mafia l’avrebbe trovata e uccisa. Aveva ragione Rita: con la morte di Paolo Borsellino era finito tutto, non saremmo più state protette allo stesso modo, e sbagliano coloro che citano Rita solo come vittima della mafia. Rita è vittima dell’indifferenza di funzionari incapaci a capire la differenza tra una pratica ed un essere umano. Come dimenticare l’intervista di Ambra Somaschini (29 luglio 1992 su repubblica) all’allora prefetto di Roma. Alla domanda: “Rita Atria soffriva di depressioni e il settimo piano di quel palazzo anonimo, la solitudine, forse ne hanno provocate altre…”, il prefetto rispose: “Pagavamo 950 mila lire al mese per quell’appartamento. Abbiamo fatto il possibile”. Pagavano 950 mila lire da meno di una settimana (perché Rita ebbe quella casa dopo la morte di Paolo Borsellino), ma non è questo il problema: la risposta doveva essere diversa perché la giornalista parlava di “essere accanto umanamente ”, di un supporto psicologico, per far sentire che dopo Paolo Borsellino lo Stato c’era, e invece … “Pagavamo 950 mila lire”. Umanità misurata col metro dei soldi.
Come dimenticare poi le differenze che venivano fatte tra me e Rita: a me avevano dato un alloggio bellissimo, con tutti i comfort, ma a Rita diedero un appartamentino lugubre. Ci davano un contributo mensile talmente irrisorio che a stento riuscivamo a sbarcare il lunario.
Ritengo importante sottolineare questo aspetto per far capire che noi Testimoni di Giustizia non veniamo trattati tutti alla stessa stregua. Ci sono testimoni di seri “A” e testimoni di serie “Z”.
Dopo la morte di Rita, chiesi di trasferirmi in un convento, stanca di vedere quei funzionari con cui dovevo relazionarmi e che pretendevano di “gestirmi” a modo loro senza alcuna mia partecipazione al disegno ed alla costruzione del mio futuro. Avrei voluto restare fuori dal mondo, ma dopo un paio di anni decisi che la vita monacale non faceva per me, soprattutto per la presenza della mia bambina. Mia figlia era ormai in età scolare, e dunque decisi di trovarmi un appartamento in un qualche paese ed a mie spese mi trasferii nella mia “nuova residenza”.
Chiesi ai funzionari preposti a dare soluzione ai problemi della mia esistenza quotidiana di collaborare per iscrivere la mia bambina a scuola, ma nulla mi venne risposto. Decisi di andare personalmente dal direttore didattico del posto, sperando che fosse un onesto padre di famiglia e non un delinquente. Trovai una persona di coraggio e carica di passione civile: gli dissi chi ero, che non avevo documenti, ma rivendicavo che mia figlia potesse godere del suo inalienabile diritto allo studio.
E fu dunque solo grazie a me e a quel direttore, che mia figlia poté entrare a scuola, sotto false generalità. Quando la bambina frequentava ormai la terza elementare, durante un colloquio presso il Servizio Centrale di Protezione (di fronte a testimoni) una funzionaria del servizio centrale mi chiese quanti anni avesse mia figlia e se andasse a scuola. Le risposi che mia figlia aveva otto anni e che frequentava la terza elementare e che loro avrebbero dovuto saperlo senza chiedermelo!
Non solo il danno, dunque, ma anche la beffa di un ipocrita e tardivo interessamento per una situazione che io avevo tempestivamente segnalato e che era rimasta dormiente per oltre tre anni!
Negli anni successivi, dopo aver conseguito due diplomi, sempre a mie spese, e grazie all’aiuto di persone estranee a quegli uffici istituzionali, chiesi di fuoriuscire economicamente dal programma: volevo tornare libera, volevo lavorare, volevo tornare a vivere!
Mi venne concesso quel “privilegio” dopo dure ed impari lotte, perché nel frattempo non mi venivano attribuite le nuove generalità. Quei documenti rappresentavano per me l’unica possibilità di costruire il mio futuro e tuttavia mi venivano negati. Comunque ci riuscii grazie anche all’intervento di persone che mi stimano e mi vogliono bene e che mi hanno salvato la vita, perché la solitudine mi aveva spinto alle stesse conclusioni di mia cognata Rita.
Venni “liquidata” con una cifra che considero irrisoria, ma a me non importava. Anche se pochi, quei soldi mi consentivano di realizzarmi nel lavoro, mi consentivano di ritornare a nuova vita. E poi c’erano le nuove generalità che mi permettevano di andare a votare dopo 7 anni, di non chiedere in prestito il codice fiscale di un’amica fidata, di uscire e non aver paura di esibire il documento, di portare mia figlia all’ospedale e di scegliere il medico e tutte quelle cose che fanno di un essere umano un cittadino.
Dopo la “capitalizzazione” (la chiamano così la liquidazione) attorno a me è caduto il silenzio istituzionale più assoluto. Nessuno, dico nessuno, si è mai chiesto come io abbia utilizzato tali soldi, se ero riuscita a realizzarmi, nulla, neanche una telefonata per dire: “signora va tutto bene? È viva?”. Il nulla. Eppure mi avevano detto che c’era un funzionario del ministero del Lavoro che mi avrebbe potuto aiutare nel reinserimento lavorativo.
Sapevo che in quegli uffici noi siamo pratiche, ne avevo avuto ampiamente la prova e la stessa storia continuava a ripetersi. Non potevo neppure telefonare per parlare con i funzionari. Addirittura una volta venni insultata perché telefonando avevo chiesto di parlare con il direttore del Servizio Centrale. Mi rispose un funzionario, ammonendomi di non chiamare più!
Insomma quello Stato che mi era stato proposto come la mia nuova famiglia in realtà si è trasformato nella mia peggiore prigione, con relativi aguzzini, forse per “gratitudine della mia attiva testimonianza contro il crimine organizzato”.
Ho anche prodotto tutta la documentazione prevista dalla Legge e necessaria perché lo Stato acquistasse la mia casa in Sicilia e mi consentisse di ottenere nella mia nuova residenza beni di “pari consistenza” o comunque qualcosa di dignitoso che si potesse chiamare casa. Lo Stato ha rifiutato di accogliere le mie richieste (offrendomi una cifra offensiva e umiliante per una casa costruita con sacrificio e anni di immigrazione in Venezuela di mio padre) e la vicenda si è risolta nella necessità di avviare una azione giudiziaria con un ricorso davanti al TAR contro quello Stato che mi doveva tutelare per promessa e per Legge! Ricorso che ancora ad oggi deve essere discusso!
Avevo chiesto altre cose che mi spettano di diritto, che non vado qui ad elencare (sempre disponibile a farlo con chiunque nutrisse dubbi sulla mia onestà intellettuale), ma com’è sempre accaduto quando sono andata negli uffici istituzionali, ho trovato apparente disponibilità ed avvertito una “falsa” cortesia, ma nessuna volontà di risposte concrete e tempestive. Così è stato ad esempio per una richiesta fatta a febbraio 2009 e per la quale ancora oggi (settembre 2009) sono in attesa di una qualsivoglia risposta, foss’anche un rifiuto. Non so e non mi è dato sapere se sono state approvate le mie proposte e richieste. Mi chiedo come sia possibile affidare oltre a simili persone la propria vita! Mi chiedo come faccia una istituzione ad ignorare critiche pesanti e denunce fondate contenute nella relazione sui Testimoni di Giustizia della precedente commissione antimafia… Nella nuova commissione hanno ritenuto il problema talmente superfluo o superato che hanno pensato di non istituire una commissione sull’argomento. Non si sono posti neanche il problema se le indicazioni contenute in quella relazione fossero state in qualche modo portate avanti.
Ho avuto un grave problema di sicurezza determinato da un episodio oggi oggetto di accertamento (nonostante tutto confido sempre sul fatto che vinca il primato della Verità e della Giustizia su altri primati meno nobili) che ha fatto saltare la mia copertura. Questo significa che la mafia conosce il mio attuale nome e dove mi trovo.
In seguito a quello che per me e per la mia famiglia è un vero e proprio dramma, a maggio sono stata convocata in Prefettura, dove mi sono state fatte promesse di videosorveglianza. Ho saputo da fonte certa che alcuni dei funzionari del Servizio Centrale di Protezione sostengono che quei dispositivi di videosorveglianza sarebbero stati già montati (per l’esattezza l’affermazione è stata: “la signora è coperta da videosorveglianza”), cosa assolutamente falsa se riferita alla mia personale situazione. Dunque costoro parlano senza cognizione di causa di cose che non conoscono o che preferiscono ignorare.
Da tutto questo la mia profonda inquietudine: persone e funzionari istituzionali che dovrebbero occuparsi di una situazione di rischio e delle relative azioni di garanzia della sicurezza, mettono invece a rischio deliberatamente con la loro inefficienza le vite umane che sono state affidate all’esercizio dei loro poteri.
Questi signori nei recenti documenti che mi notificano scrivono che sono solo “un’ex testimone” e che della mia sicurezza se ne deve occupare la Prefettura della località segreta. Io posso serenamente sostenere che anche questa è una affermazione falsa o comunque infondata, perché io sono fuoriuscita sì dal programma, ma solo economicamente: ogni qual volta mi devo recare in luoghi a rischio, sono ancora tenuta a comunicarlo al NOP che lo notifica al Servizio Centrale di Protezione, e di conseguenza debbo essere accompagnata da uomini di scorta. Presumo dunque che ciò avvenga perché sono sempre e comunque una persona a rischio di aggressione, quindi soggetta ad essere scortata. Mentre la mafia sanziona che i suoi nemici sono nemici per sempre, lo Stato di Diritto afferma che i Suoi Testimoni divengono ad un tratto ex testimoni e dunque possono essere lasciati in balìa della propria sorte, decisa dai criminali denunciati. Ovviamente nessuno ti notifica che non sei più a rischio e che la mafia (anche quella uscita di galera) ha dimenticato. Nessuno si prende la responsabilità di dirlo apertamente, così magari per aver la certezza che la mia copertura è saltata a causa di due stolti uomini dello Stato forse vogliono il cadavere: “tutto è da verificare”. Qualcuno è arrivato a dire che la mia condizione di presidente di una associazione antimafia mi avrebbe esposta. Ovviamente non hanno dimostrato come. Eppure era stato proprio un sottosegretario a dirmi che la mia storia era talmente importante che bisognava che io andassi nelle scuole. Io nelle scuole ci vado, ma da sola, e cioè senza sponsor politici.
Adesso a distanza di diciotto anni da quella scelta che ha segnato la mia vita e che non rinnego, dico basta. Ritorno in Sicilia, visto che sono una ex testimone, ritorno a casa mia, dove nessuno può cacciarmi, ritorno alla mia identità che nessuno ha diritto di cancellare. Ritorno tra i ragazzi per rivendicare il diritto alla Vita. Non torno per morire ma per lottare.
Preferisco passare gli ultimi giorni della mia vita (per quanti essi potranno essere) nella mia Sicilia, in mezzo ai mie affetti, che mi sono stati strappati 18 anni fa. Ma desidero farlo rendendo pubbliche le ragioni della mia decisione.
Prendo tale decisione con serenità e con consapevolezza. Per proteggere la mia nuova famiglia, per far sapere all’opinione pubblica l’inefficienza di persone e funzionari istituzionali che hanno l’ardire di gestire con assoluta incompetenza e totale disinteressamento situazioni delicatissime che a dir poco sono sfuggite loro di mano.
Aggiungo inoltre che intendo che la difesa dei miei diritti è azione imprescindibile per continuare ad andare nelle scuole e parlare della cultura della testimonianza. Qualche anno fa ho ricevuto una lettera da una bambina di 12 anni del mio paese: “tu vivi esiliata, Rita Atria è morta, ci state chiedendo di diventare eroi?”. Rispondano i funzionari dello Stato a questa domanda. Io ho deciso di dimostrare alla mia Terra che dobbiamo pretendere protezione e allontanare i mafiosi dalle città, e non i cittadini onesti.
Per tali inadempienze, per porre fine alla mia prigionia, per porre fine a vivere una vita non vita
Chiedo
1. L’annullamento dello status di ex testimone di giustizia come da notifiche del Servizio centrale di protezione in netta contraddizione con l’art.16-ter della L 45/2001 che prevede che le misure di protezione siano mantenute fino alla effettiva cessazione del rischio.
In tal senso se viene mantenuto lo status di ex testimone chiedo che organi competenti mi notifichino lo scampato pericolo così come mi hanno notificato il mio esilio.
Ricordo che fino al mese di luglio c.a. mi sono recata in Sicilia con tre uomini di scorta più due di supporto sul territorio, per un totale di cinque uomini di scorta. Se fosse intervenuta la cessazione del rischio evidentemente non avrei avuto bisogno di questi uomini.
2. L’acquisizione dei miei beni. Anche in questo caso interviene l’art 16 ter della L 45/2001:
“se lo speciale programma di protezione include il definitivo trasferimento in altra località, il testimone di giustizia ha diritto ad ottenere l’acquisizione dei beni immobili dei quali è proprietario al patrimonio dello Stato, dietro corresponsione dell’equivalente in denaro a prezzo di mercato”.
3. La concessione del mutuo che avevo chiesto e che da mesi mi si dice essermi stato concesso, mentre invece le mie pratiche rimbalzano tra la banca e il ministero degli Interni in un palese stato di incomprensione. Inutile dire che il mutuo l’avevo chiesto per uno stato di bisogno che solo grazie ad interventi privati sto cercando di tamponare. Per lo Stato sarei già caduta in miseria.
4. Il diritto a vivere insieme alla mia famiglia in maniera dignitosa.