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Paolo Borsellino

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Intervento di Giulio Cavalli – Piazza Navona "AGENDA ROSSA" manifestazione del 26.9.2009

agendaroma

http://www.youtube.com/watch?v=GVxTN1EZXCQ

Io sono preoccupato, ma non perché non sono lì, ma in realtà perché probabilmente ho lasciato il cuore in via D’Amelio il giorno che ho visto gli occhi di Salvatore e il giorno che ho avuto l’onore e il privilegio di assaggiare il suo abbraccio. Farò una telefonata breve, perché altrimenti sapete che Brunetta mi mette nell’elite dei fannulloni e quindi non voglio dare adito e cadere nelle grandi fauci del piccolo uomo.

Voglio raccontare e voglio ricordare che ogni volta che si parla di Paolo Borsellino e via D’Amelio, che fondamentalmente è un figlio attaccato ad un citofono, ecco, ogni volta penso che, per noi che dovremmo andare in scena e raccontare quelle storie, che in questo stato assolutamente impermeabile sembra che non riesca nemmeno a raccontarsi, raccontare che soprattutto diventa difficile, diventa una sfida, diventa un’eccezione, voler pretendere di essere normali nella propria nazione per qualcosa che esonda dalla legalità, per qualcosa che esonda dal diritto ma per una dignità di un popolo, di una nazione, che io mi auguro di poter regalare ai miei figli quando saranno adulti. La storia di Paolo è una storia che teatralmente non sta in piedi. Ci hanno regalato una favola, ma ci hanno regalato una favola scassata, come quelle macchinine che apri sotto l’albero di Natale e a cui manca una ruota e allora penso che sia venuto il tempo da parte anche degli uomini di cultura quelli che non dipendono dalle mestruazioni dell’amministratore di turno che decide come gestire i contributi a pioggia, agli uomini di cultura che professano su di un palcoscenico o su un libro o nelle parole che esprimono e poi dicono i propri ideali, allora è venuto il giorno di rendergliela la favola scassata, quel giocattolo che non vogliamo, di raccontare l’assurdità, quanto arlecchino c’è in una via in cui non si capisce bene quelli che sono venuti a mettere i fiori e quelli che mettono le bombe.

Raccontare uno stato che ha deciso di superare i propri dubbi, scavalcandoli senza farsene carico, e calpestando una dignità che qualsiasi forma culturale, qualsiasi espressione di bellezza, perché alla fine sarà la bellezza che dimostrerà la deriva delle associazioni criminali, della malapolitica, di tutto quel brodo schiumoso che sta li dove politica e mafie compiono i loro adulteri nelle alcove. E allora la dignità diventa, insieme alla bellezza, il boccone di un palco che decide di prendersi la responsabilità di fare il proprio lavoro. Io dico spesso che noi teatranti siamo poveri, facciamo pochi numeri, siamo ascoltati da pochi occhi, ci mettiamo la faccia e la paghiamo, io la sto pagando, ma la sto pagando con rabbia, la rabbia della coscienza di Salvatore come la rabbia di molti che in questo momento sono in piazza. Ebbene noi sul palco abbiamo un grandissimo privilegio, una grandissima fortuna, che a differenza della televisione riusciamo a far sentire assolutamente l’odore di merda che sta dietro al disonore di quattro pavidi che qualcuno ci vuol far credere che abbiano tenuto in scacco una nazione da soli, e saremo capaci, perché questo è un impegno, anche di far sentire il profumo, quel fresco profumo di libertà che è la colonna sonora di tutto il mio lavoro e del lavoro di tutti quelli che hanno deciso di rinnegare la normalità che qualcuno ci vuole vendere come eccezionale o addirittura come una sorta di brigatismo intellettuale.

E vorrei semplicemente chiudere con un pensiero, che è molto semplice, è molto banale, e cioè che quando si tratta di raccontare l’umanità delle persone alla fine è come alzare la coperta e quando si è tutti nudi si vede chi ha il cuore grande che è legato a doppio filo con una mente intellettualmente onesta e si vede invece chi sotto la giacca, la cravatta, i polsini, la ricotta oppure sotto i problemi di prostata del nostro caro Zio Binnu, la bava con quella faccia rossiccia di Riina U’ Curtu (che si permette di parlare il 19 luglio per l’ennesima volta, calpestando una memoria che non dovrebbe avere nemmeno il diritto di poter guardare in faccia) ecco, allora una volta che è stata tolta la coperta basta guardarli dall’alto e sorridere come faceva Arlecchino.

Lettera a mio figlio per Via D’Amelio

Giulio Cavalli in via d'amelioTesto scritto e recitato in Via D’Amelio il 19 luglio 2009 per il diciassettesimo anniversario della strage di Paolo Borsellino e la sua scorta.

Ecco Leonardo,
questa sera per non addormentarsi mi viene con un nodo di raccontarti una storia. Una storia di quelle che non dormono, una storia che a guardarla di fretta, di passaggio, o da lontano ha la gonna della favola per un giro beffardo di sensi unici nel rione del destino. Una favola con i buoni, un re, una guerra e addirittura un castello. Una favola con tutti i trucchi e gli ombretti per finire dritta nei libri rilegati di azzurro e di rosa,  sullo scaffale del conforto e della buonanotte. È che succede, caro Leonardo, che una mattina, sarà che c’era un umido che ci gocciolava tra le ossa, l’onestà e il cuore, o sarà stato che era una mattina che ci si era acceso a tutti il diritto di rivendicare un dubbio, un punto di domanda. Un punto di domanda che si stiracchia appena nato e morde il guscio. Un punto d domanda che è andato a riprendersi un libro, il libro della storia con i buoni, con i re, con la guerra e addirittura il castello. Ma una favola da rendere, restituire  perché ce l’hanno venduta scassata: ci hanno venduto una favola in cui ci mancano i cattivi.
Prima c’è un buco: un buco e Palermo che gocciola tutto intorno. Dentro il buco c’è una fetta di mondo. C’è un figlio che è a un mezzo centimetro dal primo ciao di oggi  per sua madre, C’è Emanuela, Vincenzo, Claudio, Agostino e Eddy che anche oggi sono a misurarsi per un mestiere con la pistola in tasca al posto delle ali. C’è quell’alone sempre stonato e che sa di metallo di costringersi ad illudersi che si possa veramente, anche per oggi, almeno per mezz’ora pure mezza festiva, si possa veramente, non essere un nemico, non essere un eroe, essere un figlio attaccato al citofono.
Ecco, Leonardo, io da padre non avrei mai voluto raccontarti che qui succede che le favole a volte comincino con un’autobomba, come uno schiaffo che è uno sputo di sangue e subito dopo un plotone di potenti con lo straccio in via D’Amelio a leccare gli ultimi avanzi. Ecco io non avrei mai creduto di pensare che ci siano leoni che pascolano nella memoria come per mangiarsela in un banchetto apparecchiato in mezzo alla savana. Ecco io non vorrei non farti addormentare raccontandoti che ci sono bombe che scoppiano in un silenzio sudato come un replay.
Non si era mai visto nelle favole rosa o azzurre un ladro come un bassotto con un’agenda in mano, mentre tutto intorno bolle come un rallentatore un brodo di pezzi e sangue. Ecco, io da padre, non so proprio come spiegartela a te che dovresti dignitosamente essere bambino che dentro all’intestino di quel buco con Palermo che gocciola tutto intorno c’è un guanto di gomma che si tura il naso e si porta via la memoria del buono, come un dente sul sangue che sanguina e si mette in tasca la memoria. Una memoria a forma di agenda. Un’agenda nella tasca insieme al fazzoletto usato del ladro, le chiavi di una casa a forma di castello e qualche pezzo di qualcuno, portato tra le scarpe come fosse una macchia di sugo. Un’agenda a forma di buco.
È una favola che non addormenta nessuno una favola che comincia con un’autobomba e finisce con un’agenda che non c’è. È Peter Pan in canotta e ubriaco che non vola più. Una storia che non meriteresti, da mio figlio poco prima di addormentarti, in questa sera che è l’anniversario di una storia che con le unghie mi si arrampica sul cuore.
Nelle favole che hanno fatto carriera c’è sempre un bel matrimonio, tutto fiori e parenti con strette di mano al buffet. Uno sposo e la sposa che ridono per ridere tra la panna e le bollicine. Vedi, Leonardo, perché ce l’hanno mandata scassata questa mezza storia stropicciata come una lista della spesa. Il matrimonio ci tocca andarlo ad annusare grattando via tutta questa vernice, questo smalto in giacca e cravatta che profila venti anni di storia tutta muta, farsa e condonata. Venti anni di storia a forma di bugia metallizzata. Ecco, qui il matrimonio l’hanno sepolto sotto un avverbio come si conviene per le figure oscene dentro ai libri per bambini. Un matrimonio con troppi padri per una sposa, le nozze invisibili celebrate dentro un confessionale. E allora vedi, caro Leonardo, che favole da ridere dove dentro si sposano i buoni con i cattivi e nemmeno un mezzo ciuccio che crede di essere un cavallo bianco. Non ci sono figli che si meritano favole taroccate, con Pinocchio che sposa Mangiafuoco o Cappuccetto Rosso che ha le provvigioni sulla cesta della nonna. È impossibile quasi trovarci le parole che è incredibile come l’abbiano scritta.
Una favole che inizia mentre scoppia, passa per un’agenda, e in mezzo un matrimonio a forma di buco.
Ecco, Leonardo, non avrei mai creduto di mettermi con la testa così alta a raccontarti un favola che non piace a nessuno anche se, come dice il buono di questa nostra storia in questa  sera, sarà che proprio perché non mi piace ho cominciato ad amarla e il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare. Sarà per questo che la ripeto tutte le sere per guadagnare i mio stipendio con la parola da raccontare.
Una favola taroccata con un castello e un campanello. E dietro al campanello non rispondono né principesse né draghi. Una favola con un castello che non risponde nessuno. Un castello con un cordone ombelicale che umido si sotterra nelle fogne di via D’Amelio.
Una favola schifiata con i protagonisti che hanno dimenticato la parte, e balbettano qualcosa, come alla recita d’asilo provata male, e s’imbarazzano nascondendosi in quinta.
Una favola con i buoni che finiscono per la colpa di volere iniziare, i cattivi sott’aceto e un funerale lavato con il borotalco.
Una favola stuprata, che per quattro monete il gatto e la volpe si sono rivenduti il finale.
Una favola coperta con il lenzuolo bianco, un lenzuolo che figlia muffa mentre soffoca il sole.
Una favola che si arrotola nei processi, che si mescola e impunita ride. Come un disegno che non si capisce da che lato guardarlo.
Una favola che non si sono nemmeno presi la briga di raccontarci e già speravano che si fosse addormentata.
Una favola tutta rutti e sorrisi, rigurgiti e strette di mano.
Una favola che sta scritta nelle cose non dette, con il principe chiuso a chiave dentro il cesso, la principessa a forma di macchia sul muro e il cavallo bianco cucinato alla griglia.
Una favola dove non si capisce chi ha posato i fiori e chi ha posato le bombe.
Ecco Leonardo, non è per niente civile farti addormentare questa sera raccontandoti la paura, la paura che nel paese fatato spegne le luci come una magia. Ecco, quando da papà ogni tanto mi scopro in tasca la paura penso sempre che sarebbe come offendere questa favola. Con la paura accartocciata che è sempre ora di buttare via.
E allora sarebbe il caso che venga qualcuno, a raccontarla questa favola ai nostri figli, a riprendersi quella sbeccata che vi ridiamo volentieri di resto. Sarebbe i caso almeno perché non è mica una questione di onore, non è mica una questione di gusto: almeno per un senso di quella pudica verità.
Sarebbe il caso di curarlo quell’occhio allucinato e stanco di un bambino davanti ad una favola che non riesce ad addormentare nessuno.
Una favole che inizia mentre scoppia, passa per un’agenda, e in mezzo un matrimonio a forma di buco.
Una favola con i buoni a pezzetti e senza cattivi in cui cercano comunque di sfilarci tutti. Con i tromboni della politica manieristica che recitano a mani giunte, con le finestre chiuse dei soliti fondali delle storie da non raccontare, con, per non farsi mancare niente in questo diciassettesimo silenzio che non vuole stare zitto seduto sull’orlo del buco, per questo diciassettesimo anniversario di una storia sotto spirito, anche l’onore basso di Riina U’ Curtu che si intrufola per gridare che non è stato lui e alzare la manina come nei castighi di classe.
Una favola zeppa di gente che non è stata, che non sa, che non ricorda, che non c’era eppure commemora. Una favola senza storia che ci finge di avere memoria. Un’isola che non c’è. A forma di buco.
Ecco, caro Leonardo, da papà ti dico e ti racconto che per questa sera la morale devi andarla a prendere, tirarla per una manica e salvarla da quel buco con una nazione tutto intorno. Ecco, ci sono favole che le senti da piccolo e c’è da digrignare i denti per capirle ormai vecchio. C’è il dovere di verità e giustizia dentro l’alito anche del più bucoso dei buchi.
Ci sono favole che alla sera, quando si smette di raccontarle, ti fanno venire voglia di tenere accesa la luce.

Caro Salvatore, stamattina mentre scrivo e ci penso già in via D'Amelio

bucoCaro Salvatore,

stavo rimasticando questi quattro fogli tutti pieghe e mezze orecchie che da qualche giorno mi chiedono di urlare. Sto scrivendo, innamorato del privilegio e la responsabilità, questo mezzo pugno da liberare in via D’Amelio che si è acceso con il  nostro abbraccio di qualche mese fa. E mentre mi ascolto in quel fiume così comodo tra la testa e il dito, ripenso a quella tua faccia serena mentre mi dicevi “io so”. E questa mattina, che si prepara alla mia nuova galera per salvarmi, mi soffia un pensiero osceno: in fondo tu hai vinto, Salvatore, comunque vada in questa partita bislacca che si è incastrata tra i silenzi bollati di quelle mila fotocopie fatte sempre storte dai tribunali. In fondo adesso rimane il resto: tutto quel calcolare, incastrare e scegliere la forma di questo diciassettesimo anniversario omicida in via D’Amelio. Dicono gli Dei della cabala che il diciassettesimo debba essere per numerologia la volta più nera, quella che pesa addosso a qualcuno per tutte le altre. E allora anche la cabala questa mattina ci sorride e ci prende sottobraccio per imbarcarsi con noi. Perchè io so, all’ombra rincuorante e fresca di quel tuo dolore mai arreso e della tua rabbia comunque educata, che resuscitare un funerale lungo diciassette anni è un rito coraggioso e vincente. Come una rincorsa lunga sedici anni per ammonire che il ricordo si esercita solo dopo aver saputo, capito e visto in faccia. Tu lo sai bene quanto ogni mattina è pieno il mondo di orfani, vedove e pendolari del lutto che spolverano il marmo; ecco, Salvatore, io dentro questi fogli vorrei metterci invece tutta la polvere degli anni prima, ed atterrare in via D’Amelio con due sacchi di iuta per farli sbuffare sul palco. Perchè la forma turpe e sconcia di quella nuvola almeno ti faccia sorridere, almeno un secondo, di ritrovare disegnata questa tua intollerabile coltre che ti si è appoggiata sul cuore, questo velo mendace che il 19 luglio ci ritroviamo tutti insieme a provare a sparecchiare. Anche io “so”, Salvatore, che quel giorno saremo lì, tutti insieme, per svestirici dal lutto, buttare le corone di fiori e, se serve, anche per mano, sporgerci senza paura per guardare dentro a quel buco.

Radio Mafiopoli 23 – Salvatore Borsellino e che Stato è stato

Ascolta la 23a puntata: Salvatore Borsellino e che stato è stato

Salvatore Borsellino è uno di quei fiori rari di memoria attiva, di quelli per cui una perdita è soprattutto il dovere di un inizio. Lo incontro che è mattina già matura, nel suo ufficio, dove sorridono in foto suo fratello Paolo insieme a Giovanni Falcone.

- Salvatore, in uno stato civile i famigliari delle vittime che sono morte per servire lo stato non dovrebbero avere l’obbligo e l’emergenza di continuare a lottare ma dovrebbero avere il diritto semplicemente di preservarne la memoria. Invece questo con tuo fratello Paolo Borsellino non è successo…

- Non è successo anche perché, purtroppo, quello che si tenta di fare in Italia è di limitare la commemorazione di Paolo, facendola diventare proprio commemorazione, cioè pensando a Paolo come una persona morta. Invece la verità è tutt’altra: io vado tanto in giro in Italia e mi accorgo che la figura di Paolo è una figura ancora estremamente attuale, una figura estremamente viva. La gente la sente proprio come qualcosa che gli manca e che vorrebbe. E allora noi ci siamo dovuti prendere questo compito soprattutto per un fatto: per il fatto che di quella strage non è stata fatta giustizia, cioè non si sa ancora nulla, i processi vengono bloccati e le indagini su alcuni punti chiave come quello dell’agenda rossa [l'agenda su cui Paolo Borsellino segnava gli sviluppi e le ipotesi sulle sue indagini, misteriosamente sparita dalla borsa del giudice prelevata subito dopo l'attentato di via D'Amelio ndr]o del Castello Utveggio non vanno avanti.

E c’è proprio un patto a qualche livello che sancisce che queste cose devono essere dimenticate dall’opinione pubblica. Di queste cose non si deve parlare, le deve coprire il silenzio. A fronte di questo atteggiamento è nostro dovere, dei famigliari di Paolo, cercare di tenere viva nelle persone la memoria che qualcuno invece cerca di occultare.

- Secondo te, perché c’è questa sonnolenza di gran parte della società civile, per cui ogni tanto, anche andando in giro parlandone, facendo incontri, ci si accorge che, inconsciamente, la gente sembra che dia per chiuso o per risolto il problema dei colpevoli della morte di Paolo?

- Perché quello che è stato fatto è proprio cercare di fare passare l’assassinio di Paolo e di quei ragazzi che sono morti in via D’Amelio come una strage di mafia. E purtroppo credo che a livello di opinione pubblica si sia abbastanza riusciti in questo intento. Hanno messo in galera un po’ di persone – tra l’altro condannate per altri motivi e per altre stragi – e in questa maniera ritengono di avere messo una pietra tombale sull’argomento. Devo dire che purtroppo una buona parte dell’opinione pubblica, cioè quella parte che assume le proprie informazioni semplicemente dai canali di massa – televisione e giornali – è caduta in questa chiamiamola “trappola” ed è stata, potremmo dire, partecipe inconsapevole di questo disegno. Quello che noi invece cerchiamo in tutti i modi di far capire alla gente – e un certo numero di persone, cioè quelle che assumono informazioni anche dai libri e dalla rete, questa cosa la capiscono sicuramente e c’è anche una forte attività sul voler dire la verità – è che questa è una strage di stato, nient’altro che una strage di stato. E vogliamo far capire anche che esiste un disegno ben preciso che non fa andare avanti certe indagini, non fa andare avanti questi processi, che mira a coprire di oblio agli occhi dell’opinione pubblica questa verità, una verità tragica perché mina i fondamenti di questa nostra repubblica. Oggi questa nostra seconda repubblica è una diretta conseguenza delle stragi del ’92.

- Al di là degli esiti processuali (che in realtà non ci sono nemmeno poiché qui si procede per archiviazione) ci sono degli elementi incontrovertibili che fanno credere che ci sia una relazione tra la strage di via d’Amelio e una certa parte di Stato in quel tempo?

- È vero che si procede per archiviazione, ma la gente si dovrebbe rendere conto che archiviazione non vuol dire che una persona o delle persone sono state assolte, ma semplicemente che le indagini non hanno potuto nei tempi necessari arrivare al punto in cui avrebbero dovuto arrivare. E se la gente si andasse a leggere tutti i procedimenti di archiviazione, per esempio di Caltanissetta, che tra l’altro spesso sono archiviazioni magari forzate dal capo della procura – come per esempio nel caso dei Tescaroli come ben si legge nel recente libro “I colletti sporchi” di Tescaroli e di Ferruccio Pinotti – si capirebbe che l’archiviazione non è un’assoluzione e nemmeno significa che le indagini ad un certo punto si sono fermate perché non c’erano elementi. Spesso gli elementi ci sono ma non hanno potuto essere sviluppati a sufficienza oppure addirittura qualcuno ha fatto sì che il processo ad un certo punto venisse bloccato. Quindi gli elementi ci sono sicuramente: basta andare per esempio a leggere negli atti del Processo ‘Borsellino Bis’ la relazione di Gioacchino Genchi quando scrive quale può essere stato l’unico punto da cui può essere stato attivato il telecomando che ha fatto esplodere l’esplosivo preparato in via D’Amelio, basta andare a vedere – sempre nella stessa relazione – quali telefonate sono partite in un senso e nell’altro da Castel Utveggio verso numeri intestati a componenti dei Servizi Segreti, per capire come gli elementi ci sono e sono fortissimi. Basta andare a vedere le fotografie dell’Arcangioli [colonnello dei carabinieri ndr ] che si allontana dalla macchina esplosa con la borsa dell’agenda rossa in mano e chiedere come davanti ad una prova incontrovertibile come questa le indagini siano state nuovamente bloccate per capire come sia evidente come non è che non ci siano elementi sui quali avviare dei procedimenti, ma c’è la precisa volontà di bloccarli nel momento in cui arrivano a toccare certi fili che non devono essere toccati, quando arrivano a certe persone che sono – adesso anche per legge dello Stato, anche se è una legge incostituzionale – intoccabili.

- Ho letto quello che hai scritto sul procedimento di archiviazione legato alla vicenda della sottrazione della borsa e mi sono chiesto qual è stata la tua sensazione da famigliare nel vedere la borsa contenente la famosa agenda rossa (una delle memorie più importanti di Paolo) in mano ad una persona che nella fotografia è ritratta con piglio molto sicuro in una situazione assolutamente tragica, in mezzo a cadaveri, con tutto quello che stava succedendo in quel momento: ti ha scoraggiato o ti ha dato nuova linfa per continuare a pretendere la verità?

- In un primo tempo – l’ho anche scritto sul mio sito – è stata di scoraggiamento. Addirittura, scrissi: “non so se riuscirò a resistere a questo ulteriore colpo”. Poi purtroppo mi sono accorto di non potermi permettere questi atteggiamenti, anche se momentanei, perché la gente che mi segue e che segue la mia lotta è rimasta un po’ smarrita rispetto a questa mia affermazione e ha pensato che allora non ci fosse più niente da fare. Io mi sono ripreso immediatamente e ho preso anzi da questa vicenda ulteriore linfa come faccio da sempre. Ormai mi sono imposto un’operazione mentale quasi cosciente: a fronte di questi scoraggiamenti ne adopero i motivi per buttarli dentro la fornace e far sì che producano ulteriore rabbia. Ed è quello che mi è successo anche in questo caso: a fronte di questo ennesimo insabbiamento addirittura in questo caso di una prova assolutamente evidente. Prima tu dicevi che basta guardare la fotografia per vedere con che faccia sicura si muove. È proprio questo che mi fa rabbia, che mi ha provocato prima scoraggiamento e adesso ha aumentato la mia rabbia: l’ambiente in cui si trovava e il fatto che l’Arcangioli si muovesse calpestando cadaveri, camminando in mezzo a pozzanghere di sangue. Questo al contrario è stato adoperato nella sentenza di archiviazione del GUP proprio per giustificare il fatto che si assolveva l’Arcangioli che ha giustificato le dieci versioni diverse sui suoi movimenti e sulle persone a cui avrebbe consegnato la borsa, dicendo proprio che era così sconvolto dall’aver dovuto calpestare pezzi degli agenti della scorta di Paolo e dello stesso Paolo, che in quella condizione non può ricordare. E io credo che basti che una qualsiasi persona guardi l’atteggiamento dell’ Arcangioli che si allontana con passo sicuro guardandosi intorno tranquillamente – forse per verificare se qualcuno lo stesse osservando – per capire che questa motivazione della sentenza è addirittura assurda e che in base a quella motivazione Arcangioli non può essere assolto e non si può bloccare il processo. Io questa motivazione – benché non l’accetto neanche da lui trattandosi di un magistrato – la posso accettare da Ayala, il quale dice di non ricordare se effettivamente quella borsa gli è stata consegnata e se l’ha presa o non l’ha presa. Ma Ayala era anche amico di Paolo e quindi aver dovuto – come ha detto lui – “scavalcare il troncone di Paolo” penso che possa avergli provocato uno shock. Arcangioli in quel caso, guardando le riprese, mi sembra una persona che sta compiendo un’operazione di guerra. In guerra di cadaveri se ne vedono e se ne calpestano, tant’è vero che Arcangioli sembra proprio che stia compiendo una missione che qualcuno gli ha affidato.

- Tornando su quell’appunto sull’agenda di Paolo in riferimento all. On. Mancino (secondo cui Paolo Borsellino sarebbe rimasto sconvolto da un incontro con Mancino proprio alcuni giorni prima dell’attentato), tu che idea ti sei fatto? Sapendo che lì è terreno minato…

- Di quell’incontro io ritengo che sia evidente – anche davanti alle giustificazioni puerili di Mancino – il fatto che ci sia stato e che in quell’incontro deve essere successo qualcosa di importante. Mancino adduce delle giustificazioni così puerili, che io chiamerei vergognose più che puerili, dicendo “io non conoscevo fisicamente Paolo Borsellino e quindi non posso ricordare se tra le altre mani che ho stretto ci fosse anche la sua”. Queste sono le frasi ignobili che adopera, come se la mano di Paolo Borsellino fosse una mano qualsiasi quando Paolo Borsellino in quei giorni era una persona della quale tutti erano sicuri che la morte fosse vicina. Che un ministro dell’interno possa non essersi interessato di chi era Paolo Borsellino e possa non aver visto neanche quel giudice che trasportava la bara di Falcone vestito della sua toga e che quindi possa affermare di non conoscerlo fisicamente è veramente una cosa che si può definire puerile, direi anche che si possa definire ignobile che un allora ministro della Repubblica parli in questa maniera nei confronti di un giudice come Paolo Borsellino. Anche le sue giustificazioni addotte tirando fuori quell’agendina in cui non c’è scritto assolutamente nulla per cercare con quella di contrastare l’agenda che io gli avevo presentato dove di pugno di Paolo c’è scritto “ore 19.30 Mancino”. A fronte di una testimonianza autografa di Paolo lui tira fuori da un cassetto un planning qualsiasi dicendo: ecco qui non c’è scritto l’appuntamento quindi io non ho avuto nessun appuntamento con Paolo. In quell’agendina non c’è scritto, e io l’ho vista molto velocemente nella ripresa televisiva, ma ci sono scritte tre righe in tre giorni diversi. Se quella è l’attività di un ministro della Repubblica, che si può concentrare in tre righe scritte in fondo all’agenda per un’intera settimana, penso che tutti devono capire che questa sia una giustificazione di una persona forse in difficoltà e che quindi cerca in qualche maniera di trovare delle prove. Io sono convinto, e tante cose me lo fanno pensare, che in quell’incontro a Paolo abbiano prospettato quella trattativa tra mafia e Stato che adesso sta emergendo in tutta la sua evidenza dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino. E se ne sta parlando in quel processo nascosto che si sta svolgendo a Palermo, proprio sulla trattativa in cui sono imputati il colonnello Mori e tutti i componenti del Ros, che hanno portato avanti questa trattativa per conto dello Stato.

- Secondo te il fatto che dalle bombe si sia passati invece ad un’azione mafiosa fatta di decreti o di comunicazione “di distrazione” vuol dire che Loro hanno meno paura? si sentono più impuniti? o noi siamo meno efficaci nella nostra opera di pretesa di legalità e giustizia reale?

- Io penso che faccia parte tutto della stessa strategia, per cui da un lato la cupola mafiosa ha deciso di inabissarsi e quindi di essere meno evidente all’opinione pubblica per tornare allo status quo precedente agli anni Ottanta, quando c’era una connivenza tra stato e mafia che non balzava agli occhi, poi c’è stata la stagione stragista dei corleonesi e a questo punto si è ritornati – ed è stata una scelta ben precisa – alla situazione precedente. In più le persone che oggi detengono il potere sono molto esperte dal punto di vista della comunicazione e dell’impatto sulle persone, perché sono dei maestri a gestire la loro immagine attraverso gli organi di comunicazione che tra l’altro hanno in mano. Sono dei maestri a gestire l’impatto sull’opinione pubblica. La strategia ben precisa è stata – a fronte del fatto che la reazione della coscienza civile rispetto alle stragi di Capaci o di via D’Amelio e a fronte dell’uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa e di tutte le altre innumerevoli stragi di Stato che l’hanno preceduta è tale da costringere lo Stato a simulare una reazione e da rendere necessario il prendere, almeno di fronte all’opinione pubblica, dei provvedimenti che poi a poco a poco nei tempi successivi vengono rimangiati – quella di non adoperare più il tritolo per eliminare i giudici ma di eliminarli in maniera ancora peggiore come è stato fatto con De Magistris e come è stato fatto con la Forleo e con Apicella. Proprio perché questo tipo di azione comporta in ogni caso la messa a tacere, l’eliminazione di quella persona che deve essere eliminata. Però non provoca per contro quella reazione dell’opinione pubblica che costringe lo stato a simulare una reazione nei confronti della criminalità organizzata, visto che in effetti una reazione autonoma e una lotta autonoma dello stato nei confronti della criminalità organizzata in Italia possiamo dire a voce alta che non c’è mai stata.

- Ti faccio una domanda un po’ scomoda. Falcone diceva che “per combattere la mafia serve non l’impegno straordinario di pochi ma l’impegno ordinario di tutti”. Questo fronte comune dell’antimafia sembra impossibile da realizzare: l’antimafia diventa in qualche caso uno strumento politico, magari per un’opposizione che manca di altri contenuti, e comunque sconta al suo interno alcuni dissapori per questa presunzione di qualcuno di essere il detentore unico dell’antimafia . Tu hai trovato, hai vissuto dinamiche di questo tipo? credi che ci possa essere un momento per cui l’urgenza riesca veramente ad unire tutti?

- Io non so perché mi dici che è una domanda scomoda: questo è quello che io ho sempre pensato. Il fatto è che nelle organizzazioni antimafia da un lato si insinua della gente che cerca di sfruttare questo filone anche per le proprie mire personali e dall’altro ci sono delle vere e proprie infiltrazioni nell’organizzazione antimafia di gente che arriva esattamente dall’altro lato. Faccio l’esempio del consigliere di Francesco Messina Denaro – il signor Vaccarino – che nonostante sia stato condannato a nove anni per traffico di droga sta cercando di rifarsi una verginità e addirittura di infiltrarsi, di porsi come una persona che fa parte di organismi antimafia e che promuove delle organizzazioni antimafia. Questa persona l’ho addirittura querelata perché ha cercato di infangare la memoria di mio fratello dicendo addirittura che Paolo si era presentato in carcere tre giorni prima di morire dicendo che su di lui si era sbagliato e che quindi l’avrebbe fatto mettere in libertà, cosa assolutamente assurda per un giudice come Paolo fare un’azione del genere, tant’è vero che poi ho cercato di documentarmi andando a cercare proprio nell’unica sua agenda che ci è rimasta, l’agenda grigia, e ho visto come nei movimenti di Paolo in quei giorni non sia assolutamente menzionata una visita alle carceri dove era detenuto questo personaggio. In più io ritengo che ci siano delle organizzazioni antimafia di grandi dimensioni e, io non ho paura di parlare, faccio riferimento a Libera, che potrebbero fare molto di più. Libera si presenta come l’associazione di tutte le associazioni antimafia. Io dico: non sono neanche stato invitato l’anno scorso a Bari alla manifestazione nazionale antimafia. Probabilmente non ci sarei andato proprio perché quando queste organizzazioni assumono queste dimensioni forse non fanno abbastanza attenzione a guardare chi viene invitato e se le persone invitate sono degne di stare lì dove si manifesta contro la mafia. Le posizioni che assumo da un po’ di tempo necessariamente devono andare non contro le istituzioni, ma contro chi le occupa, perché io ritengo che il più grosso vilipendio alle istituzioni sia il fatto che certe persone non degne di occupare quelle istituzioni, le occupano. Allora il fatto che io debba necessariamente, per forza di cose, per quelle che sono le mie convinzioni sulla strage del ’92, andare ad attaccare delle persone che occupano le istituzioni viene visto da certe organizzazioni come qualche cosa di dirompente, qualcosa che non può essere mostrato. E di conseguenza io non sono stato invitato a quella manifestazione ed è successo un caso quest’anno quando dopo essere stato invitato a Crema – non mi ricordo se Crema o Cremona – a parlare nell’ambito della Carovana Antimafia è arrivato il volantino senza il mio nome. Probabilmente perché non ero abbastanza presentabile, proprio per questo mio atteggiamento. Io credo che queste cose fanno veramente pensare: forse ad un certo punto le organizzazioni antimafia quando crescono troppo devono salvaguardare certi equilibri e io queste cose le ho dette anche recentemente ad un incontro che ho avuto con Nando Dalla Chiesa, e l’ho detto in maniera franca. Io mi aspetterei da Libera che assuma certi atteggiamenti molto più forti in certe situazioni a fronte di certi fatti che accadono in Italia, invece siamo sempre i soliti: io, Sonia Alfano, Benny Calasanzio, l’organizzazione Dei Georgofili, che assumono atteggiamenti netti e decisi. Non voglio dimenticare anche mia sorella, tant’è vero che non mi risulta che mia sorella attualmente sia in rapporti idilliaci con Libera.

- Non ti capita mai di sentirti solo in questa battaglia?

- Ma io, probabilmente per il fatto che vado tanto in giro e incontro tanti giovani e tante persone che della lotta alla mafia hanno fatto un loro impegno ben preciso e costante – e io vengo invitato in tutta Italia non sicuramente dalle istituzioni ma da gruppi autonomi di ragazzi, da ragazzi dei licei, ragazzi delle scuole, dai meet up di Grillo – mi sento meno solo, cosa che forse se non avessi questi incontri costanti con questo tipo di persone probabilmente mi potrebbe succedere.

- Quale potrebbe essere il consiglio che ti sentiresti di dare alla gente che vive di televisione , alla gente che ogni 19 luglio prova una commozione autentica nel vedere al TG, se lo faranno quest’anno, il servizio sulla morte di Paolo? Qual è lo scatto che manca per avere veramente una nuova partigianeria, nel senso di prendere in modo deciso e netto e intellettualmente onesto una parte?

- Guarda, quando faccio questi incontri con i giovani e anche con gli adulti alla fine qualcuno mi viene a dire: “mi sono commosso”. Io forse in maniera troppo brusca gli dico che se si è commosso allora io non sono riuscito a fare quello che intendevo fare. Perché io in questi incontri con la gente intendo far indignare le persone, intendo fargli suscitare una rabbia contro quello che è lo stato del nostro paese. Quello che invece qualcun altro vuole fare è proprio di limitare le memorie di Paolo alla commozione una tantum in occasione delle cerimonie di commemorazione o altro. Questo è quello contro cui mi ribello, questa è una ben precisa strategia e proprio a fronte di questo io ho organizzato questa manifestazione quest’anno in via D’Amelio il 19 luglio per impedire che la gente vada lì a commuoversi, per impedire che i soliti avvoltoi vengano lì a celebrare la morte di Paolo Borsellino. Il consiglio che posso dare alla gente è quello di spegnere la televisione e di non leggere i giornali e invece di informarsi in maniera autonoma come infatti per fortuna fanno oggi tanti giovani. È vero che esiste anche la massa di giovani che guarda il Grande Fratello e purtroppo questo mi viene detto da quei giovani impegnati che incontro, dicono di sentirsi certe volte un po’ isolati perché cercano di diffondere queste cose e si sentono rispondere: “no guarda che devo registrare il Grande Fratello”. Purtroppo è vero che questo problema esiste, però io dico che nelle nuove generazioni soprattutto c’è una tendenza a non accettare questa informazione così come viene propinata per cercare di addormentare l’opinione pubblica, per addormentare le menti, e a cercare invece di informarsi direttamente. Il consiglio che posso dare alla gente è proprio questo: leggere, leggere il più possibile, informarsi in maniera autonoma e quindi in questa maniera conoscere quella che è la verità. Poi certe cose verranno autonomamente, verranno come diretta conseguenza del fatto che la gente sa, che la gente conosce. Io mi accorgo che c’è una grossa ignoranza in giro, c’è la strategia di fare dimenticare, addirittura di cancellare le nostre memorie, che è quello che viene fatto: si cerca di cancellare la memoria della Resistenza, si cerca di cancellare la stessa Costituzione o per lo meno di stravolgerla. La strategia, purtroppo, è una strategia che sta dando i suoi frutti e che in questo momento purtroppo è vincente. Bisogna incitare la gente a reagire a questa strategia, a non perdere la propria memoria, a informarsi. Quando vado in giro a parlare oggi di agenda rossa e di Castel Utveggio spesso la gente rimane stupita. Mi confessa di non conoscere assolutamente queste cose. Se la gente conoscesse che cosa c’è dietro la strage del ’92 forse reagirebbe in maniera diversa. E forse oggi non saremmo nel terribile stato in cui siamo.

- Ma tu sei ottimista?

- Io non mi posso definire ottimista, nel senso che se non altro penso che della mia lotta per la giustizia e per la verità credo che non riuscirò a vedere i risultati. Io credo che me ne andrò da questo mondo ancora continuando a lottare, e lo farò fino all’ultimo giorno, per la verità e per la giustizia. Ma credo che non riuscirò a vedere i risultati di questa mia piccola lotta che spero non sia solo mia. Però se continuo a farlo vuol dire che credo – e lo credo fermamente – che le nuove generazioni, le generazioni che verranno, riusciranno a sentire quel fresco profumo di libertà di cui Paolo parlava e per cui Paolo è morto.

Radio Mafiopoli 09 – Borsellino sul tetto che scotta IL VIDEO

RADIO MAFIOPOLI 5 – Il Carcere duro di Saviano e i fax di Sandrocan IL VIDEO

Una storia da raccontare

Rita Atria.

“Rita, non t’immischiare, non fare fesserie” le aveva detto ripetutamente la madre, ma, Rita aveva incontrato Paolo Borsellino, un uomo buono che le sorride dolcemente, e lei parla, parla…racconta fatti. Fa nomi. Indica persone, compreso l’ex sindaco democristiano Culicchia, che ha gestito e governato il dopo terremoto.

“Fimmina lingua longa e amica degli sbirri” disse qualcuno intenzionalmente, e così al suo funerale, di tutto il paese, non andò nessuno. Non andò neppure sua madre, che, disamorata, fredda e distaccata, l’aveva ripudiata e minacciata di morte perché quella figlia così poco allineata, per niente assoggettata, le procurava stizza e preoccupazione. Inoltre, sia a lei che a quella poco di buono di sua nuora, Piera Aiello, che aveva plagiato a picciridda, non perdonava di aver “tradito” l’onore della famiglia.

Si recherà al cimitero parecchi mesi più tardi, e con un martello, dopo aver spaccato il marmo tombale, rompe pure la fotografia della figlia, una foto di Rita appena adolescente. Figlia di un piccolo boss di quartiere facente capo agli Accardo, Rita Atria è nata e cresciuta a Partanna, piccolo comune del Belice, una vasta zona divenuta famosa perché distrutta dal terremoto. Un territorio in cui, in quel periodo, si dice circolasse denaro proveniente dal narcotraffico, e di cui Rita non sopporta le brutture, le vigliaccherie, la tristezza. L’ignavia delle donne. “Una donna sa sempre cosa sta combinando suo marito o suo figlio” ha spiegato Piera Aiello moglie di Nicola Atria, fratello di Rita, e lei condivide con convinzione. Sensibile all’inverosimile, eppur ostinata, caparbia, fin dall’adolescenza dimostra di essere molto dura ed autonoma. Acasa sua, faide, ragionamenti, strategie, vecchi rancori, interessi di ogni tipo, erano all’ordine del giorno, perché, suo padre, don Vito Atria, ufficialmente pastore di mestiere, era un uomo di rispetto che si occupava di qualsiasi problema; per tutti trovava soluzioni; fra tutti, metteva pace, “…per questioni di principio e di prestigio…- sosteneva Rita – senza ricavarne particolari vantaggi economici…” tranne quello di rubare bestiame tranquillamente ed avere buoni rapporti con tutti quelli che contavano.

Cionostante, il 18 novembre dell’85, don Vito Atria, non avendo capito che il tempo è cambiato, e che la droga impone un cambio generazionale, è stato ucciso. Rita innanzi a quel cadavere crivellato di colpi, fra gli urli e gli impegni di rappresaglia dei famigliari, anche se appena dodicenne, dentro di sé, comincia ad rimestare vendetta. Ma la morte del padre le lascia un vuoto.

Rita, allora, riversa tutto il suo affetto e la sua devozione sul fratello Nicola. Ma Nicola era un “pesce piccolo” che col giro della droga, aveva fatto i soldi e conquistato potere. Girava sempre armato e con una grossa moto. Quello con il fratello diventa un rapporto molto intenso, fatto di tenerezza, amicizia, complicità, confidenze. E’ Nicola, infatti, che le dice delle persone coinvolte nell’omicidio del padre, del movente; chi comanda in paese, le gerarchie, cosa si muove, chi tira le fila… trasformando così una ragazzina di diciassette anni, in custode di segreti più grandi di lei.

Tutto ciò non le impedisce di innamorarsi e fidanzarsi con Calogero, un giovane del suo paese. Fino al 24 giugno del 91, il giorno in cui anche suo fratello Nicola viene ucciso e sua cognata Piera Aiello che da sempre aveva contestato a quel marito le frequentazioni e i suoi affari, collabora con la giustizia e fa arrestare un sacco di persone. Calogero interrompe il fidanzamento con Rita perché cognata di una pentita e sua madre Giovanna va in escandescenze.

Dopo il trasferimento in località segreta di Piera e dei suoi figli, Rita a Partanna è veramente sola: rinnegata dal fidanzato e dalla mamma, non sa con chi parlare, con chi scambiare due parole.
Sottomettersi come sua madre o ribellarsi?

All’inizio di novembre, ad appena diciassette anni, decide di denunciare il sistema mafioso del suo paese e vendicare così l’assassinio del padre e del fratello. Incontra il giudice Paolo Borsellino, un uomo buono che per lei sarà come un padre, la proteggerà e la sosterrà nella ricerca di giustizia; tenterà qualche approccio per farla riappacificare con la madre.

La ragazzina inizia così una vita clandestina a Roma. Sotto falso nome, per mesi e mesi non vedrà nessuno, e soprattutto non vedrà mai più sua madre. L’unico conforto è il giudice. Ma arriva l’estate del ’92 e ammazzano Borsellino, Rita non ce la fa ad andare avanti. Una settimana dopo si uccide[...]
(Graziella Proto – Casablanca)

I professionisti dell’antipizzo

di Claudio Fava – 10 settembre 2008
Il caso Lo Bello

Quando parliamo di mafia, ci tocca ragionare anche su una sottocultura di luoghi comuni e di ammiccamenti poco raffinati ma utilissimi a prendere le distanze, a celebrare dubbi, a insinuare malizie.

Cominciò Leonardo Sciascia ventuno anni fa prendendosela con i professionisti dell’antimafia, e fu pessimo profeta perchè di quei cosiddetti professionisti (Sciascia ne citò per cognome e nome uno per tutti: Paolo Borsellino) i sopravvissuti sono proprio pochini. Adesso siamo ai professionisti dell’antipizzo. Anzi, al professionista: Ivan Lo Bello, presidente degli industriali siciliani, colpevole d’aver promesso (e mantenuto) di cacciar via dall’associazione gli imprenditori che avessero preferito pagare e tacere. Tra qualche settimana dovrebbero riconfermarlo nell’incarico, ma i suoi colleghi di Catania hanno già aperto il tiro a bersaglio: «Lo Bello? Non lo votiamo. Troppo monotematico con questa sua fissazione sul pizzo». E subito si sono
alzati gli echi malevoli, le voci di contorno e di rimbalzo: la battaglia contro il racket? Una vetrina, una passerella, una trovata per farsi pubblicità…Sono gli stessi argomenti, magari un po’ dirozzati, che usarono molti anni fa commercianti e imprenditori palermitani contro Libero Grassi. Colpevole d’aver detto, anzi d’aver proclamato con tutta la carica emotiva di una denunzia in televisione, che lui il pizzo non lo avrebbe mai pagato. I commenti di molti suoi colleghi furono un repertorio di grossolano buon senso: certe cose non si dicono, non si denunziano e soprattutto non si raccontano in tivù; meglio pagare, tacere e conservarsi in salute. Libero Grassi lo ammazzarono una settimana dopo il florilegio di quei commenti. Ora, non sappiamo se gli industriali che si sono schierati, con siffatti argomenti, contro Lo Bello abbiano presente quanto la mafia abbia gradito la loro scomunica. Non sappiamo se si rendano conto che il gesto di quel
loro presidente aveva, da solo, riscattato lustri di opacità. Non so se la memoria li soccorre per ricordare che il predecessore di Lo Bello fu allontanato dall’incarico con ignominia dopo aver scoperto le tresche d’affari che mescolavano i suoi soldi a quelli di una veccia famiglia mafiosa palermitana.
No, davvero non sappiamo se ci sia consapevolezza sulla violenza di certi gesti, di certi ammonimenti. Sciascia, forse, non se ne rese conto: ma chi si nutrì di quel tristo riferimento ai “professionisti dell’antimafia” lo fece, nei mesi e negli anni a venire, sperando che quella povera gente – giudici, giornalisti, poliziotti, professori, studenti – venisse spazzata via. E che tornasse il tempo felice e scellerato in cui tutta aveva un prezzo e una scorciatoia, dalle licenze edilizie ai pubblici appalti. Forse anche adesso qualcuno rimpiange il tempo in cui si pagava tutti e tutti si taceva, ricevendone in cambio benevolenza e protezione dai signori delle cosche. Ci auguriamo che Lo Bello resti a lungo presidente degli industriali siciliani, che non defletta mai dalla linea di rigore civile che si è dato e che ha preteso dalla sua associazione. Ci auguriamo che non resti solo e che il nuovo ritornello sui “professionisti dell’antipizzo”
venga raccolto per ciò che é: un atto di viltà, parole di miseria da dimenticare subito.

L’UNITA’

Le mie foto, i miei posti

  • Giornata di formazione con Libera al Liceo Cavalieri. Per saper scegliere.
  • La campagna di disarmo.org per dire STOP ai caccia F35: 183 asili spesi in armi.
  • Gli ultimi preparativi della scena. Anche stasera l'innocenza di Andreotti. Sul palco.
  • Andiamoci a prendere il cambiamento. Senza paure ma con l'orgoglio in questo tempo di grigi di essere differenti. Per costruire un 'sentire' comune come nuovo, urgente bene comune.
  • Un po' di sole, una raggera d'angelo, | e poi la nebbia; e gli alberi, | e noi fatti d'aria al mattino. (Salvatore Quasimodo, Acque e terre)
  • Potrebbe essere perfettamente lo 'stato' del Teatro italiano
  • In camerino del Teatro Asta di Vicenza. Con Libera per salire in scena con i nomi, i cognomi e gli infami e provare ad esercitare la memoria, e non limitarsi a commemorarla.
  • Dormo per gran parte dei giorni del mio anno in stanze in affitto per una notte o due. Se perdessi una briciola a notte sarei come Pollicino a contare le tappe sperando in un buon arrivo. Ed è una favola misteriosa e buona.
  • La scenografia che sogno per il mio nuovo spettacolo.
  • Un tramonto da bilancio di fine anno.
  • Questo Natale scopro una passione innata per le cose sgarruppate. Sono la bellezza da confiscare.
  • Albero
  • L'ultimo punto dell'ultima pagina del mio ultimo libro. Adesso mi dedico a me, alla mia famiglia, (alla mia malattia) e ai tanti che mi sono sempre vicino.
  • I banchi della maggioranza mentre di discute il bilancio.
  • Angoli di camerino negli angoli d'Italia
  • Preoccupazione pre spettacolo
  • Ultime prove a Grugliasco
  • Vivere saltando per hotel

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