“Viva la mafia, Pino Telejato sei lo schifo della terra”, “Maniaci sei un figlio di puttana” e una bara disegnata accanto.
Scritte sui muri di Partinico. Lo racconta entrando nel cuore Pietro Orsatti e lo raccontano le agenzie di stampa. Ed è la notizia che arriva da Partinico e ciclicamente si ripete. E ciclicamente noi gli vogliamo stare vicini. Perché se non avessi avuto l’onore di conoscere Pino forse oggi io fare un altro mestiere.
In un’intervista di ieri Pino ci insegna: “Io dico sempre che la mia scorta migliore sono i cittadini onesti di Partinico”. Io dico che la scorta migliore di Pino sono tutti i cittadini onesti, anche fuori da Partinico. Tutti quelli che per Pino non si stancheranno mai di alzare la voce.
Intanto potete visitare il sito della sua emittente televisiva Telejato (per annusare un po’ di sano giornalismo non servile) e non lasciarlo sentire solo. Perchè le minacce sono sui muri ma la sua battaglia è nella gente. E non si è mai vista la gente arrendersi ai muri.
Intanto rileggevo il mio post di ‘qualche minaccia fa’ e lo rimetto qui. Identico. A testa alta come Pino.
Pino è un Don Quijote ma i mulini sono cambiati come cambiano i tempi: hanno facce, mani, testa, voce, ferro in tasca, soldi in borsa e avvocati. avvocati bravi, pagati bene. Il mulino che gli è rimasto più di traverso è la Distilleria Bertolino: una distilleria che inquina come vomito di Polifemo sopra Partinico.
Pino è come il calcare, ostinato fino ad indurirsi tanto da fargli male. Di quelli che sorseggiano il gusto di “battersi” come all’inizio di un aperitivo che probabilmente finirà male. Pino appena fuori dal cancello della Bertolino, a fotografarlo dall’alto, è piccolo come un tombino.
Pino è un rubinetto rotto: lavora per erosione, ai fianchi e alle spalle con una televisione larga come un cesso ma che suona martellate di artigianato fino e continuo.
Pino è un immoderabile: nel dubbio getta l’amo ma sempre con la sua faccia in mano.
Pino è la zucca di Cenerentola: si veste sguincio da cerimonia ma non si appiattisce al diktat del valzer della moderocrazìa.
Pino è mezzo nei guai, per una condanna che aggiunta alle altre lo fa arrivare lungo. Ma nei guai ci nuota bene. Perché a mare ci buttiamo in tanti che, poco poco, organizziamo un quadrangolare di pallanuoto.
Perché a raccogliere palle in rete ci abbiamo fatto il callo, ma siamo forti nel contropiede.
C’è una teatralissima convergenza di tempi tra l’abbraccio sincrono della notizia dell’ordine (volutamente minuscolo) dei giornalisti siciliano che si potrebbe costituire parte civile nella causa contro Pino Maniaci che “con più condotte, poste in essere in tempi diversi ed in esecuzione del medesimo disegno criminoso”, avrebbe esercitato abusivamente l’attività di giornalista in assenza della speciale abilitazione dello Stato e l’ennesimo vergognoso balzello all’indietro della libertà di stampa in Italia secondo la classifica stilata da Freedom House. Una di quelle drammaturgie che ti si arrampica sullo stomaco e, vivendole nell’afa della situazione dall’interno, partorisce un punto di domanda che pesa come un’incudine. Non voglio entrare nell’analisi giuridica e formale di un criterio di stato che ultimamente mi sfugge ogni volta che immagino gli occhi traditi di Piera Aiello, gli occhi convessi di cera dello smemorato Mancino o lo sguardo mai arrendevole di Pino Masciari; mi limiterò ai fatti. Perchè ripescare i fatti nell’acquario torbido delle alghe esotiche e fluorescienti delle notizie distraenti, è una buona abitudine per ossigenarsi la giornata.
Allora, caro signor Franco Nicastro, vorrei raccontarle una storia, una storia fatta di fatti, e vorrei raccontarla a lei che presiede quell’ordine di tessere e qualche giornalista perchè questa è una di quelle storie che probabilmente a qualcuno del vostro dis-ordine non piacciono. E’ infatti una storia dove non c’è di mezzo nemmeno un timbro e nemmeno una mezza certificazione su carta intestata.
Ho conosciuto Pino un paio di anni fa, in una giornata con Partinico che si scioglieva sotto un sole incazzato e sbavava percolato. Io sono un attore atipico e inevitabilmente precario: mi dicono che sono troppo curioso per essere un drammaturgo vergine, altri che sono un buffone non di corte ma di carta, questi che mi scontro perchè anelo alla pubblicità, quelli che prima o poi mi schianto e mi faccio male, qualcuno che mi faranno male (ma poi su quest’ultima mi hanno visto fiero e l’hanno prescritta), i corvi più torvi continuano che dovrei solo fare il teatrante (calzamaglia e naso da clown pettinato con la riga ad incensare i miei merce-nati e allenarmi alle dichiarazioni pulite). Capisce, caro signor Nicastro, che l’occasione era troppo ghiotta per il dio dei pagliacci che io e Pino non cominciassimo insieme ad essere compagnia di giro uno capocomico dell’altro.
Da qui abbiamo io e Pino abbiamo cominciato a ballare insieme in una polka (a dire la verità piuttosto sbrindellata perchè ci assomigliasse) che continua a disegnare i nomi, i cognomi, le accuse, la ribellione, la schiena dritta e l’osservazione: quella pratica desueta di raccontare secondo il proprio sguardo (questo sì liberamente criticabile) quel fossile di calcare che sono i fatti (sassolini fastidiosi perchè purtroppo incontrovertibili nella sostanza).
Non ci siamo mai chiesti se fosse inchiesta, informazione, cultura, teatro, cabaret o merda e lo sa perchè, caro Nicastro? Perchè questo gioco sorridente a cui non rinunceremo mai non ce ne ha dato il tempo. Siamo troppo impegnati a difenderci (Pino a Partinico e io a Milano) dagli attacchi diversi che hanno stuprato la tranquillità della nostra vita. In un filo che è lungo come tutta l’Italia e ha la forma di un’ombra. Questo ci basta, a noi buffoni, per pesare il nostro lavoro, questo e tutto il coro che ciclicamente si alza per abbracciare Pino quando ne ha bisogno.
Vede, signor Nicastro, che questa è una storia proprio da giullari, come quelle che 500 anni fa finivano con un bel taglio di teste e si continuava tranquilli a vivere. 500 anni fa, quando non esisteva e se ne sentiva il bisogno di un organo che evitasse questo scempio. 500 anni fa quando si capiva bene chi era con le magagne del re e chi difendeva l’informazione e la risata diritto del popolo.
Chissà cosa penserebbe, oggi, l’ordine dei cantastorie senza tessera, di questa delegittimazione che 5 secoli dopo ha la stessa puzza e la stessa povertà.
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Pino è un Don Quijote ma i mulini sono cambiati come cambiano i tempi: hanno facce, mani, testa, voce, ferro in tasca, soldi in borsa e avvocati. avvocati bravi, pagati bene. Il mulino che gli è rimasto più di traverso è la Distilleria Bertolino: una distilleria che inquina come vomito di Polifemo sopra Partinico.
Pino è come il calcare, ostinato fino ad indurirsi tanto da fargli male. Di quelli che sorseggiano il gusto di “battersi” come all’inizio di un aperitivo che probabilmente finirà male. Pino appena fuori dal cancello della Bertolino, a fotografarlo dall’alto, è piccolo come un tombino.
Pino è un rubinetto rotto: lavora per erosione, ai fianchi e alle spalle con una televisione larga come un cesso ma che suona martellate di artigianato fino e continuo.
Pino è un immoderabile: nel dubbio getta l’amo ma sempre con la sua faccia in mano.
Pino è la zucca di Cenerentola: si veste sguincio da cerimonia ma non si appiattisce al diktat del valzer della moderocrazìa.
Pino è mezzo nei guai, per una condanna che aggiunta alle altre lo fa arrivare lungo. Ma nei guai ci nuota bene. Perché a mare ci buttiamo in tanti che, poco poco, organizziamo un quadrangolare di pallanuoto.
Perché a raccogliere palle in rete ci abbiamo fatto il callo, ma siamo forti nel contropiede.
Pino qualcuno vorrebbe farlo stare zitto. Coprirlo, magari con le ingiurie o magari con il cemento.
[CEMENTO dal libro di Sergio Nazzaro IO, PER FORTUNA C’HO LA CAMORRA Fazi Editore]
INFO
Pino è un Don Quijote ma i mulini sono cambiati come cambiano i tempi: hanno facce, mani, testa, voce, ferro in tasca, soldi in borsa e avvocati. avvocati bravi, pagati bene. Il mulino che gli è rimasto più di traverso è la Distilleria Bertolino: una distilleria che inquina come vomito di Polifemo sopra Partinico.
Pino è come il calcare, ostinato fino ad indurirsi tanto da fargli male. Di quelli che sorseggiano il gusto di “battersi” come all’inizio di un aperitivo che probabilmente finirà male. Pino appena fuori dal cancello della Bertolino, a fotografarlo dall’alto, è piccolo come un tombino.
Pino è un rubinetto rotto: lavora per erosione, ai fianchi e alle spalle con una televisione larga come un cesso ma che suona martellate di artigianato fino e continuo.
Pino è un immoderabile: nel dubbio getta l’amo ma sempre con la sua faccia in mano.
Pino è la zucca di Cenerentola: si veste sguincio da cerimonia ma non si appiattisce al diktat del valzer della moderocrazìa.
Pino è mezzo nei guai, per una condanna che aggiunta alle altre lo fa arrivare lungo. Ma nei guai ci nuota bene. Perché a mare ci buttiamo in tanti che, poco poco, organizziamo un quadrangolare di pallanuoto.
Perché a raccogliere palle in rete ci abbiamo fatto il callo, ma siamo forti nel contropiede.
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Il sugo della settimana
Ci sono settimane in cui Mafiopoli dà il meglio di sè. Sono le settimana in cui accade tantissimo, se ne sparla di più e si informa molto poco; secondo l’antico proverbio mafiopolitano “succede qualcosa solo quando è scritta o al massimo sparata”. Una di quelle settimane al gusto rosso di chiasso distraente e qualche macchia di pomodoro.
A Partinico giù all’ospitale ospedale civico c’è da spanciarsi dalle risate. Ma con parsimonia. Con ordine: su un letto tutto gomitolato c’è un malato di lusso, Niccolò Salto. Chi è Salto? Facciamo un balzo indietro con un riassunto delle puntate precedenti. Niccolà Salto, per gli amici di Mafiopoli detto “la zampetta più veloce del west” per la velocità di salti, zompelli, scalate professionali in Cosa Nostra e trasferimenti. I maligni dicono sia boss della zona di Borgetto (lui si difende “sono amico di tutti, e degli amici degli amici”), dicono sia stato colpito in un agguato in pieno centro trivellato da quattro colpi, ma non morto e resuscitato in meno di tre giorni per meriti nel nome del padre, del figlio e del padre di suo zio e ci siamo capiti. Probabilmente il killer assoldato per bucherellare il leprotto Salto era il famoso Ciro “lo strabico”, che da anni studia il manuale del buon sparatore di Bum Bum Bagarella ma in compenso fà male più o meno come una dichiarazione di un ministro del governo ombra. Salto si salva, evviva!, e salta nel regno dei cieli? O no.. salta a piedi uniti con un bel tuffo a bomba dentro una condanna di carcere duro 41 bis. Quel 41 bis che nel Pirlamento di Mafiopoli pochi giorni fa tutti in coro hanno urlato di averlo inasprito. Con una goccia di limone e due foglie di rosmarino. E allora cosa fa quel grillo mattacchione del Salto? Salta di palo in frasca e si accorge che sta male, che un proiettile uno forse gli è rimasto in pancia tra la caponata e l’arancino. Curiamolo! Perchè no! – urlano i garantisti della digestione dei mafiusi – è un suo diritto. Ma a Mafiopoli i diritti sono al sugo. E allora ricoveriamolo. Dove? Il carcere duro imporrebbe lontano. E infatti lo parcheggiano lontano, lontano, lontano, lontano 2 km e mezzo fino al vicino ospedale di Partinico. Così almeno (dicono i garantisti) per impartire ordini al telefono non scatta nemmeno l’interurbana. Hip hip urrà. Bum bum. Ma il carcere duro ai domiciliari in ospedale vicino a casa? È una vergogna! – dicono i maligni. Sì, ma in terapia intensiva. Caro Niccolò, tu che ascolti (lo sappiamo per certo) questa puntata di Radiomafiopoli non prendertela nel tuo nuovo carcere a 5 stelle, altrimenti se ti arrabbi ti si sposta il catetere. Bum bum.
A Santo Domingo intanto hanno accalappiato il boss camorrista Ciro Mazzarella. Dopo il mandato di cattura era stato anche in Colombia e Costarica. I suoi legali gli hanno assicurato che se il 41 bis a Mafiopoli continua così al massimo da oggi gli mancherà solo la fetta di lime dentro mojito.
A Mafiopoli hanno inaugurato il nuovo decreto sulle intercettazioni. In parole semplici: si potranno intercettare solo mafiusi già dichiaratamente colpevoli, solo nel momento in cui commettono un atto criminoso, in notti di luna piena, con una coda di gatto nero e mescolare tutto con la formula magica. Un successo. Nella baldoria di festeggiamenti addirittura ad Opera è stato intercettato un neurone ancora seminuovo di Zi’ Totò il capo dei capi. Evviva evviva.
Condannato definitivo Vincenzo Santapaola, figlio di Benedetto Santapaola. Benedetto Santapaola l’unico boss già nel nome votato al paradiso. Il Vaticano mafiopolitano insorge: scherzate con i fanti ma lasciate stare i santi! Applauso dei presenti. Poi consapevoli della gaffe hanno mandato la pubblicità.
A Trapani iniziato il processo Grigoli, presunto cassiere del boss Matteo Messina Denaro per gli amici Soldino. Sequestrate 12 società, 220 fabbricati, 133 appezzamenti di terreno e uno yacht di 25 metri. Grigoli dice che ha avuto culo; Matteo Messina va a letto triste come un soldo di cacio. Bum bum.
Da un sondaggio a Palermo i ragazzi mafiopolitani dichiarano al 22% di credere che Chinnici e Costa siano due mafiosi. Incredibile. In uno stato così si rischierebbe che un pregiudicato diventi presidente del consiglio.
Ieri un’azienda di calcestruzzi confiscata al virulento boss Virga, il mafiuso dalla piccola Verga, è diventata una cooperativa libera gestita dai suoi stessi operai. Hanno urlato: “bisogna liberare le aziende mafiuse per farle ritornare alla legalità e ad una gestione libera da collusioni!”. In Parlamento hanno chiuso la porta con due giri di chiavi.
Tutto il resto è noia. Alla Banale 5.
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Tanto va il mafiuso al lardo che ci lascia lo zampino. A Mafiopoli ti giri un secondo e casca il mondo, casca la terra e tutti giù per terra. Settimana di boss che sparano ai cani, di onorevoli pizzi squartariati e soprattutto di boss cani. Ma andiamo con ordine:
A Partinico-Borgetto, provincia di Mafiopoli, zampettava e saltellava felice il Salto Nicolò con Antonio e Alessandro. I Salto a Mafiopoli sono famiglia ballerina, come si evince dal cognome. Nicolò Salto è l’Higlander della provincia, come se fosse il Cristopher Lambert di Cosa Nostra, come se fosse l’uomo tutto buchi, come se fosse Antani: colpito in pieno centro da quattro spari appena uscito dalla villeggiatura carceraria non morì morto sparato come gli umani ma resuscitò senza nemmeno aspettare il terzo giorno.
- Come avrà fatto? (chiedono i benigni) Avrà usato preghiere particolari? Avrà comprato medicinali speciali?
Eh sì, insieme ai Salto saltano i fratelli Bacarella ( dal nome del baco in testa e la strizza nelle mutande), La Puma e Musso, che di nome fa pure Santo, Francesco e Giuseppe D’Amico (degli amici), e poi Nania, Brugnano il boss Giambrone e per finire in bellezza Salvatore Corrao; che almeno, dicono i Mafiopoli, almeno per finirci con la rima a Pietro Rao. Evviva, evviva, bum bum. Mafiopolitani doc che per esercitare la pistola e il neurone giocavano a guardie e ladri con i loro simili e tutti contenti sparavano ai cani. Cani che sparano ai cani, come nei cartoni giapponesi ma alla mafiopolitana. E tutti intorno all’inchino per rispetto e amore per i boss cani che sparano ai cani boss. Con la rima pure qui.
Pizzo felice anche dalle zone di Caltanissetta, dove spadroneggiano i madonnari dei Madonìa felici e contenti come cani non sparati. Qualcuno sussurra che il presidente della Provincia che di nome e di cognome mica per niente fa’ Giuseppe e Federico tanto per mischiare le carte. A fare il tramite Gaetano che di cognome è Palermo anche se sta dalle parti di Caltanisetta, tanto per mischiare le carte. A Gaetano è apparsa a parlare di politica la Madonìa, precisamente la Madonia Maria Stella e Cometa di soprannome. E così giù a Mafiopoli spopolano le epifanie, al sud e al nord, per i voti di scambio e per gli altri Palermo più lontani che anche lombardi e in trasferta giocano alle apparizioni. Tutto il gioco giocato dal grande capo “Piddu” che il 41 bis gli fa’ un baffo.
E poi la chiusa della settimana con Maria Concetta Riina figlia di Totò che chiude in posa di annunciatrice dell’annunciazione televisiva. Ci dice che Totò e buono, che Totò è generoso, che Totò è alto, che Totò è bello, che Totò è azzurro e che non trova lavoro. E le brillano gli occhi a saperlo rinchiuso.
- Almeno lui da vivo e non dentro il legno. Dicono i maligni…
Ma Concetta non ascolta, Concetta si esibisce, parla fiera di suo padre che non parla.
- Almeno lui da vivo e non dentro il legno. Dicono i maligni…
Ma Concetta non ascolta, Concetta si esibisce, parla fiera di com’è difficile vivere scappando.
E la dignità fa’ un inchino, tira la corda e se ne va. Alla televisiva.
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IL TESTO:
Parlavano dell’onore. A Mafiopoli sono anni che sciacquano le bocche con l’onore. L’onore che premia, l’onore che salverà anche il più mafiopolitano dei mafiopolitani davanti a dio. L’onore delle donne che si stracciano le sottane invocando dio, che se non l’avessero venduto dio a mafiopoli per un terreno edificabile, se potesse sentirle dalla cella del carcere duro, sarebbero muffa, le donne che si stracciano le vesti difendendo i mariti giurando di non aver sentito il loro odore di caccia, sangue e pistola mentre si infilano nel letto. Le donne di mafiopoli sono la muffa dell’onore che sbava. Le donne di Mafiopoli, le donne quelle vere come la donna del capoclan Valentino Gionta che hanno fresca fresca arrestato giù a Gomorra. Una vergogna si dice a Mafiopoli. Arrestare una femmina così. Senza nemmeno che fosse cotto il bollito. Arrestata perché ci sbagliava a farci il sugo – dicono i benigni. Arrestata perché ci ama tanto il suo Gionta del circo Gionta che gli curava i pizzi giù dei negozietti di Torre Annunziata. Come le donne per bene di Mafiopoli. Come la santa Giuseppina Nappa, la moglie del divo Sandrocàn Schiavone grande capo dei capalesi. Che si fa piangere in diretta sui rotocalchi dei suoi divi da terza elementare e invoca da nuova vedova il diritto di Mafiopoli. E il giorno dopo viene arrestata alla stessa ora sullo stesso canale del telecomando. Villipendio alla scaletta televisiva! – urlano i maligni. E Pina Nappa, nonostante la cacofonia del nome, va a raggiungere il marito nel carcere duro delle donne fiere di mafiopoli. Dove avrà più tempo per scrivere, lei donna d’onore e moglie dell’onore di Sandrocàn, avrà tempo per scrivere nel carcere d’onore i suoi biglietti di auguri e morte per la giornalista Rosaria Capacchione. Perché le donne di Mafiopoli sono donne che hanno imparato bene ad avvisare con la penna prima di togliere la sicura alla pistola: sono donne civilizzate. Civili e civilizzate e artiste. Artiste serie. Artiste della sceneggiata in eurovisione anche con il fondotinta sporco di sugo. Donne d’onore, donne d’odore, donne di rumore da show di prima serata. Come le veline del maxiprocesso, che gli si stringeva il culo per i mariti disonorati che parlavano troppo ai magistrati e allora ci hanno fatto uno stacchetto che a Mafiopoli tutti fieri se lo ricordano e l’hanno aggiunto ai libri di scuola.
Mai le donne! Sussurrano a Mafiopoli abbarbicati nella medievale casupola di campo pronti per combinare il prossimo. Mai toccare e guardare le donne! Giurano con la borsetta di Mary Poppins a giocare ai pirati e il corredo di ramo d’arancio amaro, la santina e la goccia di sangue. Come si conviene alle persone serie. Alle persone combinate. Alle persone d’onore che da cacciottari giocano a fare i boss. E sopra i quattro assessori alla mafia che li tengono da conto, ne ridono al bar e li disconoscono in tribunale. Mafiopoli è il parco dei divertimenti dell’onore. Onore ai combinati! – urlò il principe Cacchiavellico all’inaugurazione del ponte da Messina a Katmandù. Onore ai combinati e rispetto per le donne! Rispetto per l’onore. Per l’onore combinato.
Niente donne e niente bambini! Ordina il Raccuglia dei Caccuglia nuovo boss da copertina giù a Partinico in provincia del policentro mentre aspetta che si riorganizzano quei vitali dei Ditale della stirpe dei Vitale della nobile casata di Fardazza. Niente donne e niente bambini! Urlano felici i delfini di Matteo Messina Denaro detto Soldino per gli amici e Soldo di Cacio dai nemici. E intanto studia il suo sbarco su Palermo. È un onore tascabile quello che si sfoggia giù a Mafiopoli. Un onore snack e primitivo come si conviene ai picciotti sottosviluppati. Non toccate i bambini! – urlano i boss incorniciati tra le ricotte e le latitanze da guardie e ladri. Le donne ce le siamo giocate ma siamo uomini d’onore (poco e sputtanato) e non tocchiamo i bambini. L’aveva anche citocomunicato quell’anima pia e piena di bontà di Giovanni Bontade. Che dal cognome si evince uomo d’onore buono. Alla panna e cioccolato.
[comunicato Bontade al maxiprocesso]
È un onore risvoltabile quello che si sfoggia giù a Mafiopoli. È un onore che smignotta cinque minuti dopo essere stato puncicato. In nome della bava e della muffa dei boss da cartoni animati. E allora dov’era l’onore, chiede lo scemo del villaggio con il cappello per l’elemosina, dov’era l’onore mentre scioglievate Giuseppe Di Matteo inzuppandolo nell’acido con un paio di mani da uomini da niente? E Brusca con quella faccia d’onore del forte con i picciriddi come i peggiori sfigati della classe? – chiede lo scemo del villaggio. Sarà stato un errore, un errore di onore, rispondono in coro dalle residenze di latitanza i quattro capetti vestiti in maschera da padrino. E allora perchè – insiste lo scemo con l’insistenza quella scema degli scemi che non credono all’onore – perchè a Casteldaccia nel pieno della provincia di Palermo cocapitale di Mafiopoli Ignazio Di Paola calpesta l’onore da pagliaccio di Cosa Nostra e manda il nipotino di otto anni a smerciare droga? Su quella domanda a Mafiopoli, scese il silenzio, il silenzio tipico di Mafiopoli quando uno scemo qualsiasi si accorge che l’onorata famiglia puzza, quando si accorge che la mafia è una montagna di merda. Donne e bambini! Recita il rosario dei boss da fumetto. Donne e bambini si sono giocati gli uomini dell’onore tascabile. E allora dov’è? Se lo sarà mangiato Binnu infarcendolo di ricotta? Lo avranno usato i Riina come bomboniera al matrimonio? L’avrà messo incinta come al solito Raccuglia? Bah…. intanto giù a Gomorra i fessi dei gomorristi per dimostrare che nella scemenza ci devono sempre primeggiare per meritarci almeno un altro romanzo dopo il gioco della sparo al negro giocano coi ragazzini allo sparo davanti alla sala giochi. E vincono il mongolino d’oro della settimana.
C’è bisogno di rifarci l’immagine agli allori e agli onori delle bande di Mafiopoli. C’è bisogno di una cura di televendite e telegiornalisti mafiopilotati per riverniciare questi boss oramai stinti. Quelli che sapevano scrivere e parlare sono finiti in pirlamento, gli altri se la fanno sotto. Svenuratielli.
[testimonianza pentito “sventuratiello”]
Servono eroi. Servono sempre gli eroi alle città con poca anima. Servono sempre gli eroi che facciano il bidet delle onorate società tutte le mattine e poi metterlo in esposizione in piazza. Eroi con un sfighina penale da far invidia, per abbeverare il popolo, per distrarre il popolo, per spopolare il popolo, per onorare il popolo. Alla Cacchiavellica.
[Mangano è un eroe]
clicca qui per ascoltare mafiopoli3
Comunicato sindacale della redazione di Radiomafiopoli: a seguito di recenti informazioni pervenute presso la nostra redazione da Partinico circa le presunta fuitina non protetta di un nipote Fardazza, episodio che va ad aggiungersi ad altri paventati congiungimenti carnali avvenuti negli ultimi giorni, il comitato dei giornalai di Radiomafiopoli chiede con forza a tutti gli amici degli amici e in particolare ai rappresentanti dei sindacati della Cipielle, Cifl, Cosa Nostra, Camorra e gli aiutanti di Babbo Natale di porgere maggiore attenzione al palinsesto delle trasmissioni per un miglior coordinamento. Già in una nostra puntata precedente ci eravamo dedicati al mistero sacro della perpetuazione della specie ed eventuali spargimenti di seme fuori tempo rischiano di minare la nostra credibilità. Raccomandiamo quindi ai nostri protagonisti di inviarci mezzo fax o posta elettronica i programmi futuri evitando possibilmente segni di difficile interpretazione sui muri. Certi di una vostra risposta e di un’eventuale lettera ai Corinzi continuiamo ad essere disposti ed esposti a quella solita omertà che tiene orgogliosamente alto il nome di Mafiopoli nel mondo. Grazie. Ora proseguiamo con le nostre trasmissioni. Riassunto delle puntate precedenti: Mafiopoli è una ridente cittadine sulle rive del ponte dei sogni. I cittadini sono tutti felici. La mafia non esiste e tutto il resto è noia.
RADIOMAFIOPOLI PUNTATA NUMERO 3: QUESTA COSA (NOSTRA) NON E’ UN ALBERGO
C’è un’aria elettrica oggi a Mafiopoli per la manifestazione annuale delle mogli dei mafiosi mafiopolitani contro il rincaro della benzina e dei latticini, che pesano enormemente sul bilancio della famiglia (quella minuscola e quella maiuscola) per tutto questo via vai dei zampettanti latitanti da una casupola all’altra. Giù a Mafiopoli è pieno di casupole in mezzo ai campi, in mezzo ai campi di tabacco, in campi di finocchietto, in campi di riso, in periferia, in centro, nei montecitori e quando vengono quelle belle piogge monsoniche perfino nei palazzi di giustizia. Sono la particolarità del posto, come i nuraghi in Sardegna, i craponi all’isola di pasqua e gli ingressi dal retro delle banche popolari di lodi in Lombardia. E le donne a casa a soffiare sul focolare domestico s’intristiscono, con la tristezza tipica dell’arancino con il riso scotto, perché i mariti braccati e bracconieri non hanno più orari, casupolano di baracca in baracca, hanno la gotta da ricotta e corteggiano capre. Una vita d’inferno, quella delle mogli del latitante che non è ancora stato eletto in Pirlamento. I mariti escono a comprare le sigarette e tornano tra trent’anni e loro, femmine dolci e sevizievoli, ci tocca da sole controllare la posta (tra bollette, raccomandate, pizzini sputati e teste di cavallo), allevare i figli (con il fondo mutualistico del Mafinps), mandarli a scuola e fare tutte le settimane le prove di punciuta per il saggio di fine anno. Poi è normale che quando i nostri pendolari tra casupole e riformatori residenziali tornano a casa, si apre un meraviglioso pantagruelico abbraccio delle donne pazienti. Per il prossimo 15 ottobre all’apertura delle gabbie per Michele Ditale, ad esempio, è stata prenotata una torta di panna e alici a forma di bombola a gas, e il comitato di benvenuto (coordinato dalla Fardazza Eventi SPA) ha noleggiato quattro ballerine nane, quindici clown e l’almanacco del buon mafiopolitano, e i filmini pistoleri e un po’ spinti di quel maialino di Leoluca Barbarella. Ogni volta che un mafiopolitano torna a casa è un’esplosione di gioie e di colori, di sentimenti e di un paio di auto e i fuochi di artificio sfrizzano felici per le vie di Mafiopoli. Per questo tira e molla dell’amicizia e dell’onore. Totò o ‘curtu tornerà anche lui finalmente a casa tra 177 anni finito il castigo e a Corleone gli stanno preparando una festa che se la scriveranno sui calendari: una bella urna tutta diamanti e cannoli della pasticceria Vasa Vasa. Ma il fuoriclasse del vado e torno era stato il portafortuna di Mafiopoli Andrea Otti, l’elfo gobbetto e occhialuto che portava fortuna a tutti. Che gli lisciavi la gobba e improvvisamente tutto andava bene e meglio e ti si apriva una corrente democricchiana in famiglia. Andrea Otti era per mafiopoli quello che Babbo Natale è stato per la Coca Cola, quello che l’uva è per il vino, come l’acqua per la terra: Andrea Otti era la statua della libertà sul lungomare di Mafiopoli. Dove camminava crescevano petali di rosa, dove parlava non c’era mai un testimone, dove passava tutti i picciotti in festa canticchiavano come nel Mago di Oz. Un tripudio. Poi un giorno arrivò la sagra con tutti i santi in colonna e tutti i mafiopolitani sapevano che Andrea Otti con quella sua gobba avrebbe portato una fortuna perenne alla città e a tutti i suoi cittadini con quella sua gobba di fata. Perché Andrea Otti era eterno, ce l’aveva scritto sulla scadenza dell’etichetta pinzata agli occhiali e infatti era indistruttibile come il guscio Meliconi.
Ma un giorno (un giorno triste che era nato subito dopo cattivi auspici dopo che Pippadauro aveva azzeccato un congiuntivo) Andrea Otti girò i tacchi, si svitò la gobba e se ne partì. Senza dire niente. Senza neanche uno di quei suoi bei baci bavosi che dava per sbaglio. Neanche una telefonata agli amici più cari. E a Mafiopoli scese la tristezza più cupa. E tutti soffrivano, anche il suo amico Salvo soffriva come un cane. Che l’avevano dovuto abbattere.
“tornerà, tornerà!” gridava il Principe Chiaccavellico durante l’inaugurazione del nuovo ponte da Messina a Bogotà. “tornerà! Come tutti i mafiopolitani seri e certificati! State tranquilli! È solo un momento di mestruazione, un secondo di prescrizione e poi tornerà bello gobbo e funereo come prima!”
Ma Andrea Otti non tornava, e la città si faceva sempre più trista. Le mamme lo ricordavano raccontando le favole ai figli, e le raccontano così bene la favola di Andrea Otti che ancora adesso c’è chi non ci crede. Le raccontavano loro e tutta la tivù di stato: Mafiopoli 1, 2, 3 e Beghe 4 e Banale 5. Un kolossal di proporzioni proporzionali e con un pizzico di maggioritario, senza la preferenza unica.
Ma Mafiopoli non va mai in prescrizione e le leggi della natura non si spengono: se Andrea Otti non è tornato, forse è perché non è mai andato via. Noi mafiopolitani stàmo, magnàmo enon pagàmo, alla Romana.
Questa è stata una strana estate. Di minacce, tentativi di intimidazione, anche attentati. A Pino Maniaci di TeleJato e anche a Giulio Cavalli per il suo spettacolo che “sfotte” la mafia. Non sono stati i primi a subire questo “trattamento”e purtroppo non saranno gli ultimi. Come non saranno gli ultimi ad essere attaccati solo per il “raggiungimento” (è un eufemismo, sarebbe più corretto dire “precipitati in”) di un tipo di visibilità alla quale, conoscendoli, avrebbero volentieri rinunciato.
E’ stata anche un’estate, infatti, in cui alcuni personaggi, dai propri salotti politici e editoriali, hanno deciso di attaccare e cercare di isolare queste persone e gruppi attraverso “voci”, “sospetti” e a volte vere e proprie “calunnie” nei confronti sia di Pino, sia di Giulio che di tutti quelli che, direttamente e indirettamente, hanno messo la propria faccia per ribadire il bisogno di legalità e trasparenza che ha la nostra società. Non è una novità. E c’è chi ringrazia questi detrattori da salotto. Qualche giorno fa parecchi di noi, de Lo Strillone e della campagna Siamo Tutti Pino Maniaci, ci siamo trovati ad Alcamo per lo spettacolo di Giulio. Il giorno dopo a cena, con l’aiuto di qualche bottiglia di vino, abbiamo deciso di sfottere (in linea con lo sfottò utilizzato da Giulio per il suo spettacolo) anche queste brave persone che con il loro gioco incosciente rischiano di mettere a repentaglio lavoro e perfino vita di chi la faccia per lottare per la legalità ce la mette.
E quindi ecco qua, un pioccolo film realizzato in una sola notte a Palermo. Con Giulio Cavalli (attore), Maura Pazzi (fotografa), Francesca Scaglione (Fascio&Martello), Carmelo Di Gesaro (Fascio&Martello), Fabrizio Ferrandelli (consigliere comunale a Palermo) e Pietro Orsatti (regista). E, chiaramente, la partecipazione di Pino Maniaci (solo in voce…).
Buona visione
Pietro Orsatti