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Pino Maniaci

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Antimafia senza divisa

Luca Rinaldi scrive un libro di storie di antimafia civile. Nell’introduzione si legge: «gli arresti e la repressione sono lo stadio finale del contrasto, quando ormai la cosiddetta frittata è stata fatta. Occorre oggi inoculare nella società il virus della legalità, non sempre facile da far girare in periodi di crisi economica, ma quanto mai necessaria per uscire da questa» Qui trovate la presentazione e una bella intervista al resistente Don Aniello Manganiello.

Io sono Pino Maniaci

“Viva la mafia, Pino Telejato sei lo schifo della terra”, “Maniaci sei un figlio di puttana” e una bara disegnata accanto.

Scritte sui muri di Partinico. Lo racconta entrando nel cuore Pietro Orsatti e lo raccontano le agenzie di stampa. Ed è la notizia che arriva da Partinico e ciclicamente si ripete. E ciclicamente noi gli vogliamo stare vicini. Perché se non avessi avuto l’onore di conoscere Pino forse oggi io fare un altro mestiere.

In un’intervista di ieri Pino ci insegna: “Io dico sempre che la mia scorta migliore sono i cittadini onesti di Partinico”. Io dico che la scorta migliore di Pino sono tutti i cittadini onesti, anche fuori da Partinico. Tutti quelli che per Pino non si stancheranno mai di alzare la voce.

Intanto potete visitare il sito della sua emittente televisiva Telejato (per annusare un po’ di sano giornalismo non servile) e non lasciarlo sentire solo. Perchè le minacce sono sui muri ma la sua battaglia è nella gente. E non si è mai vista la gente arrendersi ai muri.

Intanto rileggevo il mio post di ‘qualche minaccia fa’ e lo rimetto qui. Identico. A testa alta come Pino.

Pino è un Don Quijote  ma i mulini sono cambiati come cambiano i tempi: hanno facce, mani, testa, voce, ferro in tasca, soldi in borsa e avvocati. avvocati bravi, pagati bene. Il mulino che gli è rimasto più di traverso è la Distilleria Bertolino: una distilleria che inquina come vomito di Polifemo sopra Partinico.

Pino è come il calcare, ostinato fino ad indurirsi tanto da fargli male. Di quelli che sorseggiano il gusto di “battersi” come all’inizio di un aperitivo che probabilmente finirà male. Pino appena fuori dal cancello della Bertolino, a fotografarlo dall’alto, è piccolo come un tombino.

Pino è un rubinetto rotto: lavora per erosione, ai fianchi e alle spalle con una televisione larga come un cesso ma che suona martellate di artigianato fino e continuo.

Pino è un immoderabile: nel dubbio getta l’amo ma sempre con la sua faccia in mano.

Pino è la zucca di Cenerentola: si veste sguincio da cerimonia ma non si appiattisce al diktat del valzer della moderocrazìa.

Pino è mezzo nei guai, per una condanna che aggiunta alle altre lo fa arrivare lungo. Ma nei guai ci nuota bene. Perché a mare ci buttiamo in tanti che, poco poco, organizziamo un quadrangolare di pallanuoto.

Perché a raccogliere palle in rete ci abbiamo fatto il callo, ma siamo forti nel contropiede.

Piacenza 2 Ottobre: Giulio Cavalli, Pino Maniaci, IMD, Rosanna Scopellitti, Leonardo Guarnotta per il congresso SIAP

6°CONGRESSO PROVINCIALE SIAP PIACENZA

SABATO 2 OTTOBRE ORE 12,00 SCUOLA POLIZIA DI PIACENZA ( VIALE MALTA 11) AULA STEFANO VILLA

La Segreteria provinciale S.I.A.P. di Piacenza, in occasione del Congresso Provinciale, dedicherà la sua sede sindacale, presso la Scuola Allievi Agenti della Polizia di Stato, alle vittime della mafia: Giudice Antonino Scopelliti e al Commissario Beppe Montana. Si vuole dare avvio ad un percorso nel quale il S.I.A.P. renderà ogni anno il riconoscimento dovuto a chi ha sacrificato la vita per il nostro Paese, per la nostra democrazia e per la legalità facendo “semplicemente” il proprio dovere come cittadino, come appartenente alle forze di Polizia, alla magistratura, alle forze Armate, ai giornalisti, sindacalisti o politici, uccisi da criminali comuni ovvero mafiosi, oppure da terroristi, senza dimenticare le vittime degli attentati che hanno profondamente segnato il nostro Paese.

INTERVERRANNO:

Rosanna SCOPELLITI: figlia del Giudice Antonino SCOPELLITI ;

Dario MONTANA: fratello del Commissario Beppe MONTANA;

Dr. Leonardo GUARNOTTA Presidente del Tribunale di Palermo: ex pool

antimafia insieme ai Giudici BORSELLINO E FALCONE.

Dr. Michele ROSATO Questore di Piacenza;

Dr. Giuseppe MANIACI Direttore Telejato;

Giulio CAVALLI , Attore e scrittore antimafia;

I.M.D. Autore del libro “100% SBIRRO” e “CATTURANDI”;

Dr. Giuseppe TIANI, Segretario Generale Nazionale SIAP

SARANNO INOLTRE PRESENTI:

I genitori del nostro Agente Stefano VILLA

Paola TOTI La nipote diretta dell’eroico Bersagliere Enrico TOTI

Giulio Cavalli al Primo raduno nazionale dei giovani di Libera

Giovani attivisti antimafia da tutta Italia si incontrano in una cascina confiscata

TORINO

Bici, tende, teatro, conferenze e la forza esplosiva di migliaia di ragazzi. Così i giovani di Libera, l’Associazione contro le mafie fondata da Don Luigi Ciotti, hanno pensato il loro primo raduno nazionale, che si terrà dal 4 al 10 luglio a Volvera (To). Oltre 150 giovani, provenienti da tutta Italia si incontreranno a Cascina Arzilla, un casolare di 400 mq circondato da 4000 metri quadri di terreno confiscato alla mafia. Il comune ha messo a disposizione dei partecipanti oltre 150 biciclette per spostarsi all’interno del paesino

In questa prima edizione i giovani lavoreranno sul tema «Occhi aperti per costruire la giustizia», che verrà affrontato con metodi alternativi che vanno dalla musica al teatro, dal design ai social network. Don Luigi Ciotti, presidente dell’Associazione, incontrerà i giovani, mentre oltre 50 personaggi legati alla lotta alle mafie prenderanno parte in prima persona alle discussioni.

Saranno presenti rappresentanti del network come Marcello Cozzi, Davide Mattiello, Francesca Rispoli; testimoni di Giustizia tra cui Piera Aiello, Pino Masciari, Vincenzo Conticello; giornalisti come Roberto Morrione, Nando Dalla Chiesa e Pino Maniaci; e Gian Carlo Caselli, magistrato da sempre in prima linea nel contrasto alle mafie.

Al termine delle giornate, e per tutta la durata del raduno, Cascina Arzilla ospiterà il Festival Orme, dedicato alla testimonianza e all’impegno civile. Sette giorni di arte e cultura, attraverso musica e teatro. L’impegno civile tradotto in teatro grazie ai contributi di ACTAS, con «Un uomo vestito di Bianco», spettacolo dedicato a Mauro Rostagno, giornalista ucciso dalla mafia nel 1988; Giulio Cavalli, regista e attore teatrale che porterà in scena «Nomi, Cognomi e infami»; Rosario Esposito La Rossa e Maddalena Strornaiuolo con «Croci Rosa»; «Poliziotta per amore», spettacolo di Nando Dalla Chiesa interpretato da Beatrice Luzzi; l’associazione Viartisti con «Letture sul tema della testimonianza»; l’associazione Stregatocacolor con «Una canzone per Marinella». E poi la musica, grazie alle note degli ‘A67, gruppo napoletano e degli Harry Loman, band torinese.

Il festival sarà concluso da uno spettacolo teatrale a cura dell’Associazione Orme dedicato a Rita Atria, testimone di giustizia a cui è intitolato il bene di Volvera. Il festival Orme sarà inoltre caratterizzato dall’esposizione e dalla distribuzione delle opere realizzate dallo IED di Torino .

http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/appuntamenti/articolo/lstp/261252/

LoSpecchio intervista Pino Maniaci e Giulio Cavalli

In occasione del Festival Internazionale di Giornalismo a Perugia 2010.

http://www.youtube.com/watch?v=hG8AoQ72NKY

Telejato su Cavalli e Maniaci al Festival del Giornalismo

http://www.youtube.com/watch?v=7c_CHBm7DdE

Servizio di Telejato sul panel del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia

STEP1 su G. Cavalli e P. Maniaci

da http://www.step1.it/index.php?id=6261-non-e-un-lavoro-per-chiwawa

di Claudia CampeseSalvo Catalano | 24/04/2010 |

«Il giornalismo è morto e dovremmo fargli il funerale. È curioso che invece ci facciamo un festival». Quando parla Pino Maniaci, le mezze parole non esistono. Il paradosso del direttore di Telejato inaugura l’incontro sul ruolo dell’informazione locale nella lotta alle mafie, nell’ambito del Festival Internazionale del Giornalismo 2010. Insieme a lui Giulio Cavalli, scrittore di teatro e attore, sotto scorta dal 2007, vincitore del premio Fava Giovani 2010; Chiara Spagnolo, cronista giudiziaria del Quotidiano della Calabria e Paolo Esposito di Caffè News Magazine.

A cominciare è proprio Pino Maniaci, «lo scassa minchia che dirige la televisione più piccola del mondo», come lo definisce Esposito. Con la solita informalità, Pino ricorda a chi non lo sapesse come funziona Telejato: 25 comuni del palermitano – tra cui Partinico e Cinisi – raccontanti attraverso una conduzione familiare che non lo abbandona nemmeno stavolta. La moglie di Pino, la figlia e una stagista, vengono presentate, loro malgrado, al pubblico. «Nell’isola abbiamo due giornali: a Palermo il Giornale di Sicilia, buono per avvolgerci le alici, e a Catania invece le sarde ci hanno fatto sapere che non vogliono essere nemmeno ammugghiate ne La Sicilia». Così Maniaci spiega la situazione dell’informazione nella nostra terra. Un’anomalia che porta a pensare che fare nomi e cognomi dei mafiosi, come fa Maniaci, sia da etichettare come controinformazione. «Il giornalismo antimafia non esiste, non è altro che giornalismo. Se la mia è controinformazione, allora l’informazione cos’è?», continua, «Io credo ancora al nostro mestiere come cane da guardia del potere: se dovete fare i chiwawa, cambiate lavoro».

L’informazione locale che si trova a lottare contro le mafie, in Sicilia come nel resto del sud, è costretta a convivere con altre realtà giornalistiche che rischiano di diventare megafono della criminalità organizzata. E’ successo a Catania nel 2008, con la pubblicazione sul giornale La Sicilia della lettera di Vincenzo Santapaola, figlio del noto boss e detenuto in regime di 41bis. E’ successo anche sul Giornale di Caserta, dove nel 2005 è stata pubblicata una lettera del camorrista Sandokan, anche lui al 41bis, con tanto di risposta del direttore.

«Il giornalismo antimafia – spiega Paolo Esposito – non può limitarsi a fare elenchi di indagati o arrestati tra i pesci piccoli. Deve andare a fondo, ricostruendo la verità».È la stessa convinzione di Chiara Spagnolo, cronista del Quotidiano della Calabria, che ha subito perquisizioni in casa e il sequestro del pc per il suo lavoro di indagine. «Essere giornalisti significa cercare di capire la verità e raccontarla. Come quello che è successo a Catanzaro: non una notizia, ma una bomba. Perché avrei dovuto relegarla al margine delle notizie?». Il caso è quello di un’inchiesta della procura di Salerno che vede indagati, per corruzione e favoreggiamento alla criminalità organizzata, anche sette magistrati che avrebbero intralciato alcune indagini. Una notizia che non è stata ripresa da nessun media nazionale ed è stata persino rifiutata dalle agenzie di stampa.

Giulio Cavalli giornalista non è. Eppure la parola è sempre il pane quotidiano del suo mestiere, quello di attore. E da poco anche di deputato regionale in Lombardia. «A 26 anni recitavo al Piccolo, ora non mi farebbero entrare neanche come pubblico. Però sono sicuro che mi intitoleranno la stanza del cesso quando morirò, perché in questo Milano è bravissima». Sulla situazione della mafia nel capoluogo lombardo Cavalli non ha dubbi: non cambia nulla rispetto al sud. «Spesso sono le stesse persone o i loro figli, con un solo problema: un eccesso di liquidità da dover nascondere», spiega. «A Gela, ad esempio, ho scoperto che la famiglia mafiosa degli Emanuello era in affari per la costruzione di una centrale termoelettrica a Lodi, a 300 metri dall’ufficio dove mio padre ha lavorato per trent’anni». Niente peli sulla lingua quando gli chiedono di parlare della sua vita sotto scorta: «Finiamola col Grande Fratello degli scortati in Italia. E’ uno dei voyeurismi più patetici degli ultimi anni. Legittima difesa è smettere di raccontarsi e uscire dal ruolo di vittima, andare in giro ed essere testimonianza non di un fenomeno criminale, ma di noi stessi».

La resistenza e la lotta quotidiana alla lunga portano frutto. È Pino Maniaci in conclusione che tira le somme dell’esperienza di Telejato. E insieme a mille difficoltà saltano fuori anche dei dati positivi: «Ormai l’80 per cento dei commercianti non paga più il pizzo. E poi prima facevamo un’enorme fatica a trovare la pubblicità, oggi siamo noi a doverla rifiutare perché ne possiamo fare poca, non più di tre minuti all’ora».

Un’informazione, quella locale, che può incidere. Ma, soprattutto, indirizzare verso la strada giusta. Quella della legalità.

23 aprile: Giulio Cavalli al IV Festival Internazionale del Giornalismo

venerdì 23 aprile. Perugia, Sala delle Colonne, ore 10.00

L’esperienza dei giornalisti locali in prima linea contro la criminalità organizzata. Il coraggio della verità contro l’omertà e l’impegnoL’esperienza dei giornalisti locali in prima linea contro la criminalità organizzata. Il coraggio della verità contro l’omertà e l’impegnoper la diffusione nei territori a rischio della cultura della legalità.

Giulio Cavalli fondatore della compagnia teatrale Bottega dei Mestieri Teatrali
Paolo Esposito
Caffè News Magazine
Gianni Lannes
direttore italiaterranostra.it
Pino Maniaci direttore Telejato
Chiara Spagnolo Il Quotidiano della Calabria

http://www.ijf10.org

L'onorevole Pecorella, Don Diana e quel gioco antico

Don-PeppinoE’ un gioco antico (ma non per questo meno doloroso) il dubbio che cammina sul bordo della delazione per le vittime di mafia. E’ la ginnastica suicida di un paese che non riesce nemmeno a lasciare in pace la propria memoria, quella più violenta e infame che di solito finisce sotto un lenzuolo. Che l’onorevole Pecorella decida o meno di ripassare il brillantante su “l’eroico” Vittorio Mangano o altri è una liturgia che potremmo aspettarci, come pure che tutto passi latente e indolore come si conviene ad un paese bengodiano che indossa sempre la maschera del martire per celebrare i funerali con tanto fumo da offuscare il ricordo dei fatti; ma che, ancora una volta, si condisca il cadavere di un giusto con l’olio e le feci del dubbio è e deve essere inaccettabile.

Ho sentito la prima favoletta detrattrice su Don Peppe Diana mentre l’auto blindata mi portava dentro le viscere polverose di Casal di Principe pochi mesi fa, mi dicevano di questa consonanza di cognome con famiglie di camorra e alludevano alle armi nascoste in sacrestia. Mi si è chiuso lo stomaco. Alludevano con l’occhio peloso delle malignità che riuccide, con quella mano che indica e subito si ritira, con l’impunità di un momento storico per la  responsabilità alla deriva dove  non dimenticare è reazionario, raccontare i fatti prima delle opinioni è desueto e vigilare un privilegio che ci viene generosamente accordato. La delazione invece (meglio ancora se esercitata nella sua forma più pavida della insinuazione) è un esercizio gratuito e per tutti che saltella popolare dai bar e dagli uffici fino ad arrampicarsi tra i pensatori maximi sbrindellati e cicciottelli nei consigli comunali e ancora più su. In un democraticissimo e trasversale turbine di livore, invidia, noia e bassezza d’animo che defeca dubbio.

Il dubbio è la pratica culturalmente mafiosa più abusata dalla società civile per isolare i vivi e riseppellire i morti. E’ uno schiaffo infame perchè non appartiene a nessuna mano, nessuna faccia ma arriva come un’ombra quasi sempre di rimbalzo dalla piazza. E’ la solitudine di dover rispondere a qualcuno non si sa chi che ti preme dentro il cervello e ti esplode nell’inimmaginabile assurdità di doversi difendere dopo essere già stato colpito o, peggio, proprio per scontare la colpa essere stato attaccato.

Una pratica che hanno esercitato con arte i corleonesi contro i magistrati, la camorra contro Don Peppe Diana, i suoi stessi colleghi contro Giovanni Falcone, la finanza deviata contro Giorgio Ambrosoli e poi Mauro Rostagno, Peppe Fava, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rita Atria, Antonino Scoppellitti… l’elenco sarebbe lunghissimo e doloroso come nessuna nazione mai si meriterebbe. E poi ci sono i vivi: Roberto Saviano, Pino Maniaci, Rosario Crocetta, Vincenzo Conticello, Piera Aiello, Pino Masciari, Lirio Abbate… e anche questo sarebbe lunghissimo e doloroso come nessuna nazione mai si meriterebbe.

Caro onorevole Pecorella, legga di fila quei nomi e scoprirà un unico denominatore: sono nomi che alla sera, da vivi e da morti, si saranno chiesti se è normale doversi difendere non solo dai nemici dichiarati (che fanno parte del gioco) ma soprattutto da questo vento di isolamento che nasce dall’insinuazione. E ci aiuti anche lei, per il ruolo istituzionale che ricopre, a fare in modo che i fatti riprendano il posto e la forma dei fatti, le opinioni non tracimino dalle sponde del rispetto e i professionisti della delazione possano continuare a masturbarsi la propria povertà nella solitudine da wc che si meritano.

La solitudine da scontare sia solo cosa loro per il 41 bis.

Pino Maniaci, l'ordine dei giullari e il prurito dei potenti

maniacicavalliC’è una teatralissima convergenza di tempi tra l’abbraccio sincrono della notizia dell’ordine (volutamente minuscolo) dei giornalisti siciliano che si potrebbe costituire parte civile nella causa contro Pino Maniaci che “con più condotte, poste in essere in tempi diversi ed in esecuzione del medesimo disegno criminoso”, avrebbe esercitato abusivamente l’attività di giornalista in assenza della speciale abilitazione dello Stato e l’ennesimo vergognoso balzello all’indietro della libertà di stampa in Italia secondo la classifica stilata da Freedom House. Una di quelle drammaturgie che ti si arrampica sullo stomaco e, vivendole nell’afa della situazione dall’interno, partorisce un punto di domanda che pesa come un’incudine. Non voglio entrare nell’analisi giuridica e formale di un criterio di stato che ultimamente mi sfugge ogni volta che immagino gli occhi traditi di Piera Aiello, gli occhi convessi di cera dello smemorato Mancino o lo sguardo mai arrendevole di Pino Masciari; mi limiterò ai fatti. Perchè ripescare i fatti nell’acquario torbido delle alghe esotiche e fluorescienti delle notizie distraenti, è una buona abitudine per ossigenarsi la giornata.

Allora, caro signor Franco Nicastro, vorrei raccontarle una storia, una storia fatta di fatti, e vorrei raccontarla a lei che presiede quell’ordine di tessere e qualche giornalista perchè questa è una di quelle storie che probabilmente a qualcuno del vostro dis-ordine non piacciono. E’ infatti una storia dove non c’è di mezzo nemmeno un timbro e nemmeno una mezza certificazione su carta intestata.

Ho conosciuto Pino un paio di anni fa, in una giornata con Partinico che si scioglieva sotto un sole incazzato e sbavava percolato. Io sono un attore atipico e inevitabilmente precario: mi dicono che sono troppo curioso per essere un drammaturgo vergine, altri che sono un buffone non di corte ma di carta, questi che mi scontro perchè anelo alla pubblicità, quelli che prima o poi mi schianto e mi faccio male, qualcuno che mi faranno male (ma poi su quest’ultima mi hanno visto fiero e l’hanno prescritta), i corvi più torvi continuano che dovrei solo fare il teatrante (calzamaglia e naso da clown pettinato con la riga ad incensare i miei merce-nati e allenarmi alle dichiarazioni pulite). Capisce, caro signor Nicastro, che l’occasione era troppo ghiotta per il dio dei pagliacci che io e Pino non cominciassimo insieme ad essere compagnia di giro uno capocomico dell’altro.

Da qui abbiamo io e Pino abbiamo cominciato a ballare insieme in una polka (a dire la verità piuttosto sbrindellata perchè ci assomigliasse) che continua a disegnare i nomi, i cognomi, le accuse, la ribellione, la schiena dritta e l’osservazione: quella pratica desueta di raccontare secondo il proprio sguardo (questo sì liberamente criticabile) quel fossile di calcare che sono i fatti (sassolini fastidiosi perchè purtroppo incontrovertibili nella sostanza).

Non ci siamo mai chiesti se fosse inchiesta, informazione, cultura, teatro, cabaret o merda e lo sa perchè, caro Nicastro? Perchè questo gioco sorridente a cui non rinunceremo mai non ce ne ha dato il tempo. Siamo troppo impegnati a difenderci (Pino a Partinico e io a Milano) dagli attacchi diversi che hanno stuprato la tranquillità della nostra vita. In un filo che è lungo come tutta l’Italia e ha la forma di un’ombra. Questo ci basta, a noi buffoni, per pesare il nostro lavoro, questo e tutto il coro che ciclicamente si alza per abbracciare Pino quando ne ha bisogno.

Vede, signor Nicastro, che questa è una storia proprio da giullari, come quelle che 500 anni fa finivano con un bel taglio di teste e si continuava tranquilli a vivere. 500 anni fa, quando non esisteva e se ne sentiva il bisogno di un organo che evitasse questo scempio. 500 anni fa quando si capiva bene chi era con le magagne del re e chi difendeva l’informazione e la risata diritto del popolo.

Chissà cosa penserebbe, oggi, l’ordine dei cantastorie senza tessera, di questa delegittimazione che 5 secoli dopo ha la stessa puzza e la stessa povertà.

Le mie foto, i miei posti

  • Giornata di formazione con Libera al Liceo Cavalieri. Per saper scegliere.
  • La campagna di disarmo.org per dire STOP ai caccia F35: 183 asili spesi in armi.
  • Gli ultimi preparativi della scena. Anche stasera l'innocenza di Andreotti. Sul palco.
  • Andiamoci a prendere il cambiamento. Senza paure ma con l'orgoglio in questo tempo di grigi di essere differenti. Per costruire un 'sentire' comune come nuovo, urgente bene comune.
  • Un po' di sole, una raggera d'angelo, | e poi la nebbia; e gli alberi, | e noi fatti d'aria al mattino. (Salvatore Quasimodo, Acque e terre)
  • Potrebbe essere perfettamente lo 'stato' del Teatro italiano
  • In camerino del Teatro Asta di Vicenza. Con Libera per salire in scena con i nomi, i cognomi e gli infami e provare ad esercitare la memoria, e non limitarsi a commemorarla.
  • Dormo per gran parte dei giorni del mio anno in stanze in affitto per una notte o due. Se perdessi una briciola a notte sarei come Pollicino a contare le tappe sperando in un buon arrivo. Ed è una favola misteriosa e buona.
  • La scenografia che sogno per il mio nuovo spettacolo.
  • Un tramonto da bilancio di fine anno.
  • Questo Natale scopro una passione innata per le cose sgarruppate. Sono la bellezza da confiscare.
  • Albero
  • L'ultimo punto dell'ultima pagina del mio ultimo libro. Adesso mi dedico a me, alla mia famiglia, (alla mia malattia) e ai tanti che mi sono sempre vicino.
  • I banchi della maggioranza mentre di discute il bilancio.
  • Angoli di camerino negli angoli d'Italia
  • Preoccupazione pre spettacolo
  • Ultime prove a Grugliasco
  • Vivere saltando per hotel

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