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Sicilia

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Sui forconi siciliani

L’amico Pietro propone una lettura non convenzionaleRivolta di popolo? In parte certamente si, vista l’evidente saldatura scattata in Sicilia fra ogni emergenza e categoria sociale e i due filoni portanti della “rivoluzione dei forconi”, coltivatori e camionisti. Contro il potere della Regione Sicilia (che ricordo essere una delle autonomie più forti del Belpaese)? Neanche per sogno. Contro i partiti che hanno sostenuto la disastrosa gestione del governo di Berlusconi? Ma non scherziamo. Tutti, e ripetiamo tutti, contro il governo Monti e le sue liberalizzazioni. E basta.

41 BIS: Opera ha un direttore inopportuno. E Riina rimane una vergogna.

Dichiarazione di Giulio Cavalli, consigliere regionale Sinistra Ecologia Libertà

“Apprendo oggi dalla stampa che Giacinto Siciliano, direttore del carcere di Opera, è sotto processo per una brutta storia di rapporti illegali con un camorrista. E pensiamo che ciò sia gravemente incompatibile con la carica da lui ricoperta oltre che lesivo della dignità del regime carcerario del 41 bis, scritto con il sangue dei martiri di questa nostra Repubblica.

Tanto più che, come è scritto a chiare lettere nel rapporto di servizio stilato dopo una visita dell’onorevole Sonia Alfano, il detenuto d’eccellenza Totò Riina ha avuto per lui, in mezzo alle pesanti minacce rivolte ai parlamentari, parole di elogio e stima.

E qualsiasi parola di elogio da parte di un uomo come Riina rappresenta una vergogna nei confronti della legalità e della storia democratica di questo Paese.

Prima che arrivi la giustizia, chiediamo quindi a Siciliano un gesto di responsabilità: si sospenda finché non viene fatta chiarezza.

Intanto, come consigliere regionale, mi impegno a vigilare settimanalmente sulla gestione del carcere e invito tutti i miei colleghi a fare altrettanto con sopralluoghi improvvisati, pretendendo di esercitare appieno il nostro ruolo. Saremo il pungolo affinché il direttore si renda conto al più presto della sua inopportunità.

Al signor Riina ricordo che l’impunità collusa di cui ha lungamente goduto nella sua condizione di detenuto tollerato si concluderà nel momento in cui verrà riconosciuto come pavido prepotente di questi ultimi decenni.

Al dottor Siciliano ricordo che la garanzia di buona detenzione non può permettersi di sfociare in un lassismo nei confronti dei suoi detenuti perché, al di là di ciò che è politicamente corretto, Totò Riina è una vergogna di questo Paese”.

Milano, 25 settembre 2011

Il cambiamento preconfezionato: Leoluca Orlando sindaco di Palermo

Sarà che la Storia se non si impara si è condannati a riviverla, sarà che tutti parlano di cambiamento e vogliono farci l’ultimo giro possibilmente senza cambiare ma la notizia di Leoluca Orlando che si propone sindaco di Palermo è la sostituzione della politica del cambiamento con la politica cangiante. Che non sono proprio la stessa cosa. E tra il PD che appoggia la giunta Lombardo in Sicilia, Genchi che ne è consulente e un’orda di indagati tra gli eletti, rischierebbe anche di sembrare una buona notizia. Cambiare significa farsi da parte. Almeno a 64 anni dopo avere già dato e già preso. Per favore.

Ipse dixit

De Magistris? Ha bisogno di un bagno, di un bagno di umiltà. Mannino? Non è un mafioso. Il processo Andreotti? andava archiviato. Cuffaro? punizione esagerata. Lombardo? vittima di un complotto giudiziario. Lo dice Genchi qui.

VARESENEWS sullo spettacolo NOMI, COGNOMI E INFAMI

“Gomorra è qui”

Giulio Cavalli ha portato alla Schiranna il suo spettacolo “Nomi, cognomi e infami” sulla presenza di mafia e ‘ndrangheta in Lombardia

Suona una sveglia un po’ particolare ad Anche Io. È quella di Giulio Cavalli con il suo teatro-verità su un tema duro da mandar giù: quella della presenza mafiosa in terra lombarda. “Nomi, cognomi e infami” prometteva, e“tagliando e cucendo” fatti recenti e meno recenti, per il pubblico della Schiranna ne è uscito una sorta di promemoria del malaffare, del cancro malavitoso che corrode la pubblica fiducia in una regione che, in teoria, con le mafie e la mentalità che le partorisce e sostiene, non dovrebbe avere nulla a che fare. Invece è la quarta regione mafiosa d’Italia, e, per l’entità dei vorticosi giri di soldi legati ad appalti e riciclaggio di denaro sporco, probabilmente in ultima analisi la prima. E non da ieri.
Impossibile andare ad analizzare tutti i vari aspetti che Cavalli ricostruisce: la sua ormai è «una missione, una battaglia», caotica quanto può esserla quella sul campo. Da quello spettacolo “Do ut des” che dal 2006 portò avanti, in Sicilia in vere capitali storiche di clan potenti come Gela o Corleone, con l’appoggio di sindaci-coraggio (Crocetta) e le risate del pubblico che cominciavano a demolire sottilmente il potere totalitario dei boss, vennero le prime minacce, giunte in terra lombarda. A quel punto non restava che proseguire a testa alta: una volta irritati i “mammasantissima” di turno, indietro non si torna. E allora ecco Cavalli portare avanti una sua politica teatrale, dichiarata: mettere a nudo i boss, evidenziare insulsaggini, «medievalità e pochezza», come dice, delle organizzazioni mafiose e dei loro rituali. Come quello, che descriveva al pubblico facendosene allegramente beffe nel suo monologo, della punciuta, con cui si affiliano i nuovi picciotti di Cosa Nostra. Con tanto di ramo di arancio amaro, spina, sangue versato su un santino da dare poi simbolicamente alle fiamme, giuramento di fedeltà. O ancora i soldi sepolti sottoterra dai boss Lo Piccolo di Palermo; o i “pizzini” sgrammaticati di Provenzano. Spigolature che riportano i temutissimi signori della violenza e dell’abuso a dimensione d’esseri umani fallibili, custodi di “sacre regole” giurate che, ricordava Cavalli, vengono puntualmente violate. Si giura, entrando nella mafia, di non tradire la moglie, ma i boss non disegnano di certo amanti e prostitute; non si dovevano avere rapporti con gli “sbirri”, e poi si trattava dietro le quinte con settori deviati dello Stato; e così via.

Tornando a noi dalla Sicilia, è in Lombardia che il pericolo dell’assopimento delle coscienze è più alto. In questa nostra terra in cui prima clamorosa vittima di mafia fu, ricorda Cavalli, nel 1979, l’avvocatoGiorgio Ambrosoli, il liquidatore del Banco Ambrosiano che fu di Calvi, l’allievo di Sindona. Un uomo simbolo della migliore borghesia Ambrosoli, ucciso dai mafiosi perchè onesto. Il lombardo Cavalli, ora anche consigliere regionale, può ben lanciare i suoi allarmi ancora adesso, nel 2010, quando ripete che ormai il vero centro della ‘ndrangheta, la più potente mafia italiana, è proprio a Milano e dintorni. Un centro ancora sottomesso a decisioni calabresi, se è vero quanto emerso dalle più recenti indagini: ma un vero “cervello” strategico per gli interessi, il transito e la moltiplicazione del denaro e del potere. Cavalli descrive dunque, in questo spettacolo, la mutazione generazionale degli ‘ndranghetisti trapiantati al Nord e giunti a dominare varie cittadine dell’hinterland milanese, “coree” tristemente note.Dai sequestratori anni Settanta ai boss del narcotraffico, fino alla grande torta degli appalti edili e del movimento terra in cui le seconde generazioni spadroneggiano ormai in veste di imprenditori, in un curioso fenomeno di ascesa sociale, diciamo così.
Tutto mentre, fustiga Cavalli, “a Milano la mafia non c’è” hanno detto a più riprese sindaci e persino prefetti dagli anni Ottanta fino a tempi recentissimi. Invece c’è eccome. E «sta a cento passi da Palazzo Marino». Basti ricordare chi ha ammesso di aver finanziato la campagna elettorale di un importante esponente della Regione… Per tacere della provincia lombarda. Anche la nostra zona fa la sua molto disonesta parte, fra gli omicidi di ‘ndrangheta che nel decennio scorso hanno insanguinato l’alto Milanese, fra Lonate Pozzolo, Ferno e il Legnanese, o quel boss che vantava di aver mobilitato il voto dei calabresi trapiantati verso un determinato amministratore di una città della zona di Malpensa. Aeroporto nel quale i Filippelli di Lonate entravano e uscivano a piacere, operando sotto l’ala di quel Vincenzo Rispoli descritto da Cavalli come «il principe nero delle vostre zone». “Onore” forse eccessivo, ma le indagini puntano dritte su di lui come capo della “locale” di Legnano-Lonate.
La battaglia contro la mafia, comunque essa si chiami, «è ricerca di dignità ed è una responsabilità della politica», ci ricorda Cavalli in veste di martello delle coscienze. Perchè tacendo, chiudendo occhi, bocca e orecchie, avverte «non resteremo impuniti, bensì finiremo complici» del nostro stesso asservimento. Perchè, insiste l’attore, «Gomorra è qui».

http://www3.varesenews.it/varese/articolo.php?id=181439

La vera minaccia per la Catturandi di Palermo è la solitudine

Le minacce mafiose ai quattro agenti della Squadra Catturandi della Questura di Palermo (come raccontato da Repubblica Palermo) sono un simbolo. Bavoso, selvaggio e infernale come solo la depravazione criminale di Cosa Nostra mentre mostra le unghie riesce a raggiungere, ma comunque un simbolo. Un seme che cade come una ferita sulla moglie di uno degli agenti ma che sa benissimo che coltiverà erba amara in tutto il gruppo. Un gruppo che da sempre ha fatto della propria compattezza (che nei momenti più caldi delle indagini sfiora consapevolmente l’isolamento dal resto del mondo) l’arma migliore sia per l’attacco che per la propria difesa. Cosa Nostra teme lo spigolo più appuntito delle forze dell’ordine siciliane perché, inevitabilmente, ne riconosce la schiena dritta, la testa alta e (il dato potrebbe essere preoccupante) l’autonomia.

Eppure quelle foto dei quattro colleghi fatte scorrere come un album di oscuri presagi al suono sinistro della frase “”Che bei mariti avete, che belle famiglie” sono un attacco agli uomini e agli affetti. E questo angolo delle forze dell’ordine impegnate in prima linea forse ce lo stiamo dimenticando.

Ce lo siamo perso sotto l’offuscamento dei proclami altisonanti dei nostri governanti sempre pronti a sfilare in telegenica solitudine durante i festeggiamenti dopo gli arresti, ce lo siamo perso nelle rivendicazioni sindacali e negli appelli finiti sempre in un trafiletto dei giornali, ce lo perdiamo tutti i giorni nelle macchine lucidate e lavate per il servizio del telegiornale mentre sullo sfondo si cerca di fare camminare l’ultima “carretta buona” per le indagini, ce lo lasciamo sfilare dalle mani da un’attenzione maniacale per l’immagine e per la forma e mai per la sostanza. Il cuore buono della Catturandi ce lo siamo mangiati nei soldi che mancano per le fotocopie, nella benzina che deve essere anticipata di tasca propria e negli straordinari per la cattura di Provenzano pagati anni dopo; solo dopo che si era posata l’ultima briciola dell’euforia di quell’arresto.

Allora sarebbe da chiedersi perché Matteo Messina Denaro abbia deciso proprio ora di rilassarsi dalla sua villeggiatura da “boss” per scomodarsi a fare circolare dentro il carcere dell’Ucciardone di Palermo le foto dei quattro agenti, perché proprio ora abbia deciso attaccare la punta di diamante della polizia palermitana. Sarebbe da chiedersi perché rischiare di rendere quel pugno di uomini ancora più serrato e duro. E sarebbe da chiederci quanto abbiamo potuto (consapevolmente e inconsapevolmente) lasciare che sugli uomini delle forze dell’ordine sia caduto un velo di solitudine. Pronti ad applaudirli o a condannarli mai più che per un battito di secondo, dimenticando quanto sia gravosa la “resistenza” nella quotidianità che si costruisce in mesi per sciogliersi in qualche minuto dentro un comunicato stampa dopo l’arresto.

Se Cosa Nostra alza la voce così vicino alla Catturandi è perché ne ha una paura fottuta o non ne ha paura per niente. In entrambi i casi tutto intorno la politica, le istituzioni, i cittadini, noi, stiamo lasciando che alla fine sia una cosa loro, un affare tra guardie e ladri, una battaglia da giocarsi muso a muso in un confine non più grande dei duellanti, delle loro mogli e dei loro figli. In qualsiasi caso abbiamo lasciato soli i cattivi (e soprattutto) i buoni: in quella solitudine che concimiamo “per delega” per una Cosa che non è mica Cosa Nostra ma rimane Cosa Loro.

Ho diviso serate giù a Palermo con i ragazzi della Catturandi mentre si sorrideva di una battaglia che è lunga ma fatta sempre con fierezza. Abbiamo parlato di mafia e di vita, ci siamo incrociati negli incontri nelle scuole, abbiamo fatto serate con la gente. E proprio adesso mi accorgo (io che tutto il giorno tutti i giorni annuso uomini in divisa che con me dedicano tempo, forze e professionalità per una vita sicura e “normale”) che non gli ho mai detto: grazie. Grazie con quella gratitudine che più delle cerimonie sfratta la solitudine.

Un pro memoria di politica e mafia

Un storia di compromessi che ogni volta sembra un’indecente verità e invece ha costruito le basi dei rapporti di forza di questo paese. Anche se estate, anche se sotto il sole, uno scritto da leggere per non avere il diritto a non capire.

MAFIE E POLITICA, 150 ANNI DI RAPPORTI ININTERROTTI

È opinione prevalente tra gli storici che l’origine del fenomeno mafioso italiano sia legato alle due leggi di eversione della feudalità, 1808 nel regno di Gioacchino Murat e 1812 nella Sicilia anglo-borbonica1.

È a partire da queste date che si sviluppa una peculiare forma di criminalità inesistente nel nord Italia, ma anche nella maggior parte del Mezzogiorno e nell’Europa occidentale.

Si hanno prove storiche di un uso della mafia siciliana e della camorra napoletana da parte delle autorità politiche e di polizia, in funzione di controllo della carboneria e della microcriminalità. Tuttavia il rapporto tra il potere politico e le organizzazioni criminali si svolge in un solo senso: le autorità influenzano e dirigono l’azione delle cosche mafiose e camorriste, in maniera utile al potere borbonico, ma – data la natura autoritaria di quest’ultimo – non esiste la possibilità per le organizzazioni criminali di esercitare una influenza verso il potere politico orientandone le scelte. Bisognerà attendere l’unità d’Italia, il sistema liberale e l’introduzione delle elezioni politiche e amministrative perché nasca questa nuova potenzialità.

I clan capiscono subito che sostenendo le elezioni di questo o quell’altro politico possono poi utilizzare lo stesso per i propri fini influenzando attraverso essi le decisioni dei diversi Enti dello Stato, nasce così quello che noi oggi definiamo “voto di scambio” e nasce il moderno fenomeno mafioso.

Marco Monnier si accorge subito di questo mutamento qualitativo e del nuovo rapporto che va a determinarsi tra organizzazioni criminali e potere politico. Nel suo libro-inchiesta del 1863 sulla camorra napoletana così si esprime: “Tutti quei bravi dei mercati di Napoli non si contentavano di rubare pochi soldi ai sempliciotti: erano addivenuti uomini politici. Nelle elezioni proibivano tale o tal’altra candidatura, confortando co’loro bastoni la coscienza e la religione degli elettori. Né si contentavano di inviare un deputato alla camera, e sorvegliarne da lungi la condotta; spiavano il suo contegno, si facevano leggere i suoi discorsi, non sapendo leggerli da sé medesimi”2

Se ne accorge anche il Prefetto di Reggio che nel 1869 ottiene l’annullamento delle elezioni amministrative perché condizionate dall’attiva presenza di mafiosi. “I giornali locali scrissero apertamente di mafiosi che giravano impunemente per le vie della città e denunciarono il fatto che i partiti fossero obbligati a far transazioni con gente di equivoca rispettabilità”3

E se ne accorge Leopoldo Franchetti nel 1876: “Difatti, si sente raccontare che la tale o tal’altra persona influente in politica o nelle amministrazioni locali ha a suo servizio il tale o tal altro capo mafia di Palermo o di un paese vicino, e per mezzo suo, una parte di quella popolazione di facinorosi per mestiere o per occasione, che infestano la città e i suoi dintorni”4

Il nuovo rapporto mafie-politica che nasce con l’unità d’Italia e il sistema liberale non è stato mai semplice, lineare; ha vissuto alti e bassi, alternandosi in periodi di più o meno intense collaborazioni o repressioni.

Ogni qualvolta l’agire delle bande criminali ha raggiunto livelli tali da mettere in crisi la legittimità a governare del ceto politico è scattata la repressione per limitarne la portata.

In 150 anni di storia unitaria, si sono avvicendate diverse ondate repressive, nessuna delle quali si è però dimostrata risolutiva e nel corso delle quali il rapporto mafie-politica mai si è spezzato.

Nel 1898, vent’anni dopo la prima grande andata repressiva del prefetto Malusardi nella Sicilia occidentale, il questore di Palermo Ermanno Sangiorgi, lamentando le difficoltà nella lotta alla mafia così si esprime ” “… sgraziatamente i caporioni della mafia stanno sotto la tutela di Senatori, Deputati e altri influenti personaggi che li proteggono e li difendono per essere poi, alla loro volta, da loro protetti e difesi”5

Cesare Mori, dopo aver liquidato, nel biennio 1926-28 la rete di clan nella Sicilia occidentale, volge la sua attenzione ai rapporti tra mafia e potere nell’isola, per colpire la rete politica di sostegno ai clan.

Travolge con le sue inchieste il generale Antonino Di Giorgio, comandante del 2° corpo di armata di stanza in Sicilia, e il federale di Palermo Alfredo Cucco, detto il ducino. La sua azione si spinge fino a coinvolgere il viceministro degli interni Michele Bianco. A questo punto, il 16 giugno 1929, Cesare Mori riceve il seguente telegramma: “Con regio decreto V. E. è stata collocata a riposo per anzianità di servizio a decorrere da oggi 16 giugno. F.to Il Capo del Governo”. Mussolini aggiunge di suo pugno:”La ringrazio dei lunghi servizi resi al paese”6

Di Giorgio se la caverà con le dimissioni, Cucco verrà assolto dai 33 capi di imputazione che Mori e il Procuratore Giampietro gli avevano addossati, Michele Bianchi continuerà tranquillamente a fare il vice ministro.

Ancora più oscure e inquietanti le vicende relative alla morte di Falcone e Borsellino e agli attentati del 1992-93, che stanno ultimamente emergendo circa il coinvolgimento di “pezzi deviati” dello Sato nella gestione della strategia terrorista di cosa nostra.

Ora, se uno specifico fenomeno criminale – la cui caratteristica fondante è data dalla capacità di intrecciarsi alla politica e penetrare negli apparati dello Stato – in 150 anni di storia unitaria non è stato eliminato, la conclusione non può che essere la seguente: è mancata la volontà politica a farlo.

Il ceto politico italiano, dall’unità ad oggi, non è stato in grado di spezzare i legami con le organizzazioni criminali di tipo mafioso, così come non ha saputo o voluto risolvere alcune altre questioni connesse al processo di unificazione nazionale e allo stesso fenomeno mafioso:

Il divario socio economico Nord-Sud

L’elevato e costante livello di corruzione 7

La diffusa (al Nord come al Sud) pratica clientelare

Il vasto sentimento antipolitico che ciclicamente riemerge nella storia contemporanea italiana.

Va precisato che quando parliamo di “ceto politico” non ci riferiamo alla totalità delle persone che lo compongono, ma alla posizione politica in esso dominante, spesso trasversale a più partiti politici.8

Vi sono state figure gloriose di politici che nella lotta alla mafia hanno sacrificato la propria vita: da Bernardino Verri, sindaco socialista di Corleone, ucciso nel 1914, al democristiano Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia, al deputato comunista Pio La Torre, per non parlare poi di oltre un centinaio di sindacalisti, capilega, segretari di sezione e consiglieri comunali del PCI uccisi da cosa nostra tra il 1947 e il 1960.

Entrare, quindi, nel merito e specificare le responsabilità del ceto politico italiano ci sembra, pertanto, opportuno per non coinvolgere ingiustamente nel giudizio negativo quella minoranza di politici che ha lottato e lotta contro le mafie, ma soprattutto per individuare i diversi livelli di responsabilità e possibili strategie di contrasto del movimento antimafia.

Il primo livello di responsabilità – il più grave – è di quella parte del ceto politico italiano che nel corso di un secolo e mezzo ha utilizzato sistematicamente i clan mafiosi in funzione di controllo delle opposizioni sociali e politiche.

Nelle fasi più critiche della storia unitaria, nelle regioni meridionali, si è avvertito con più chiarezza il legame mafie-politica e il nefasto ruolo dei clan nel controllo e contenimento delle forze sociali e politiche antigovernative.

È quanto si può evincere dall’inchiesta di Leopoldo Franchetti per il primo quindicennio della Sicilia italiana; dalla repressione del movimento dei fasci siciliani (1892-94)9, ma soprattutto dalla fase post bellica della 2° guerra mondiale.10

Un secondo livello di responsabilità riguarda quell’insieme di politici che riducono la questione mafiosa a problema di mera criminalità, relativo alle regioni meridionali, e da risolvere con gli strumenti della repressione.

Si tratta di un atteggiamento pernicioso, assunto a volte in buona fede, che ha nuociuto e nuoce gravemente all’azione di contrasto dell’espansione della criminalità di tipo mafioso.

Il caso più emblematico in proposito è quello della Puglia. Regione priva di un insediamento mafioso storico, diversamente dalle altre tre meridionali, è stata “colonizzata”, a partire dalla fine degli anni ’70 e nel corso degli anni’80 del secolo scorso, dalle altre tre mafie storiche: camorra, cosa nostra e ‘ndragheta.

La nascita in Puglia di una rete di clan è stata largamente favorita da un irresponsabile atteggiamento di sottovalutazione della minaccia, fatta di una insistente attribuzione alla criminalità comune di ogni fatto delittuoso di criminalità mafiosa.11

Analogo discorso vale per le regioni del Centro-Nord. Ancora oggi in Lombardia, benché ogni indicatore oggettivo (numero di arresti per l’art. 416bis C.P., quantità di processi di mafia e conseguenti espropri di beni) e i censimenti della Direzione Investigativa Antimafia (DIA) ci dicano che ci troviamo in presenza della quarta regione mafiosa d’Italia, la convinzione più diffusa è quella di una sostanziale estraneità della società civile e politica lombarda al fenomeno mafioso.

Un terzo tipo di responsabilità può essere attribuito a quei politici che, pur nemici dichiarati dei clan, hanno adottato o adottano metodologie analitiche del fenomeno mafioso che tendono a considerare la questione mafiosa come peculiare aspetto del capitalismo italiano.

In altri termini, una sorta di sottoprodotto del capitalismo di cui ci si libererà allorquando si avvierà il processo rivoluzionario di superamento del capitalismo.

Era questa la visione tipica dei comunisti italiani nel secolo scorso, ed è questa che in qualche misura sopravvive nella “teoria della borghesia mafiosa”12, molto diffusa nella sinistra radicale attuale, una visione che tende a spostare in un indefinito futuro la soluzione della questione mafiosa.

Infine, veniamo a quella che è, a mio avviso, la principale responsabilità del ceto politico italiano nella sopravvivenza del fenomeno mafioso.

L’unificazione nazionale (e l’avvento del regime liberale) è avvenuta con la sostanziale estraneità, se non aperta ostilità, della stragrande maggioranza dei ceti popolari italiani, operai e contadini, alla quale si era aggiunto l’astio del Vaticano, con il conseguente divieto per i cattolici di partecipare alla vita politica del nuovo Stato.

La debole borghesia italiana si è trovata, per sua scelta, costretta a rinunciare immediatamente ai propositi federalisti e invogliata a utilizzare ogni strumento per il controllo delle opposizioni sociali e politiche.

Corruzione e clientelismo sono presto entrati a far parte di questo strumentario, favoriti dall’eredità Piemontese dove la magistratura inquirente era sostanzialmente sottoposta al potere politico e ciò consentiva ampi spazi di manovra ai politici.13

Elargizioni di quote di bilancio dello Stato a potentati e maggiorenti politici locali – da gestire con criteri privatistici – era una condizione necessaria per mediare e tenere unite, intorno ad un centro nazionale, le variegate realtà locali e gli strati sociali popolari.

Questo schema non muta né con il regime fascista né con l’avvento della Repubblica.

Per lo storico anglosassone Christopher Duggan, il fascismo provò ad annullare la separatezza tra Stato e ceti popolari con la retorica nazionalistica, senza però rinunciare al ruolo di mediazione dei ras politici locali.14

Nel quarantennio democristiano il ruolo di raccolta del consenso mediante il clientelismo si accentuò ulteriormente e l’opposizione comunista non fu da meno nelle aree da lei amministrate.

Con il berlusconismo, la delegittimazione del potere giudiziario e alcune modifiche legislative (cosiddette leggi ad personam) hanno fortemente indebolito l’azione di contrasto della magistratura verso la corruzione.

Ora, la corruzione rappresenta il terreno sul quale avviene l’incontro tra clan criminali e politici.

Il politico corretto rifiuta profferte di sostegno elettorale del clan, quello corrotto le accetta e la sua futura azione ne resta condizionata. Clientelismo e voto di scambio sono gli strumenti di penetrazione delle mafie nello Stato.

Il persistente rifiuto del ceto politico italiano a sottostare ai controlli di legalità sul proprio operato e l’ostinazione a tenere in vita una sorta di “Stato patrimoniale” (per i criteri privatistici con i quali nei fatti è gestito) consentono livelli elevati di corruzione e clientelismo che a loro volta aprono le porte dello Stato ai criminali.

Se le considerazioni sin qui fatte hanno un senso allora il fenomeno mafioso è da considerarsi eminentemente un prodotto della politica italiana e conseguentemente potrà essere definitivamente estirpato solo con una piena effettiva affermazione dello Stato di diritto; uno Stato nel quale i diritti costituzionali non siano più una concessione dei gestori della cosa pubblica ma appartengano ai cittadini in quanto tali.

Ugo Di Girolamo

25/07: Nomi, cognomi e infami a Messina per F.A.N.G.O.

Giulio Cavalli a Briga Marina, Messina, in occasione di Kaló Neróiniziativa a cura dell’Associazione F.A.N.G.O.

Sono passati nove mesi dalla tragica notte del 1° ottobre 2009, quando un mare di fango investì Kaló Neró (quella che i Greci chiamarono Terra delle Belle Acque) devastando villaggi come Giampilieri, Scaletta, Altolia, Molino e Itala. All’indomani, quando si parlava di evacuare intere zone condannando i suoi abitanti alla deportazione, l’artista  Michele Cannaò chiamò a raccolta artisti, scrittori, giornalisti, poeti, musicisti, cineasti affinché donassero una loro opera che diventasse patrimonio di un costituendo Museo del Fango da far sorgere nella terra del disastro.
Oggi quel Museo non ha ancora una sede definitiva, ma ha al suo attivo oltre 120 opere (e tante altre in arrivo) e una serie di mostre già allestite ed altre in programma.
In attesa della (o delle) sedi definitive, l’Associazione F.A.N.G.O. presieduta da Cannaò, in collaborazione con la Permanente di Milano, ha organizzato per l’estate 2010 una serie di eventi per non dimenticare, per non abbassare la guardia, per impedire che i riflettori si spengano, insieme alla vita, nei luoghi del disastro.

Domenica 25 luglio, giornata di inaugurazione della V mostra delle opere del Museo del Fango al Circolo Umberto Fiore di Briga Marina, in programma un doppio appuntamento:
alle ore 19.30 l’incontro su “Cultura = Sicurezza = Legalità” con Giulio Cavalli, Marco Dentici, Guido Oldani, Gaetano Sciacca, Michele Cannaò;
alle ore 22.00 lo spettacolo “Nomi, cognomi e infami” di e con Giulio Cavalli.

Dal 25 luglio al 26 agosto KALó NERó  prevede vari eventi: uno spettacolo jazz e incontri con la letteratura, la poesia, la musica e il cinema.
L’ingresso a tutti gli eventi è libero.

Per info: sito www.museodelfango.it   – blog:  http://blog.libero.it/museodelfango/
e-mail museodelfango@libero.itinfo@museodelfango.it

NOTA
Come raggiungere il Circolo Umberto Fiore: il Circolo si trova sulla costa orientale della Sicilia, a 14 Km a Sud di Messina, sulla costa jonica.
Da Messina, si raggiunge percorrendo la strada statale 114, in direzione Catania, fino a Briga Marina, KM 14,200.

Da L’ESPRESSO “Dario Fo: ascoltate Cavalli”

È intelligente. Ragiona bene. Quando denuncia le infiltrazioni mafiose al Nord è un polemista capace. E quando mette in ridicolo i mafiosi lo fa senza sbracare”. Due chiacchiere con Dario Fo, poche ore prima di volare a Parigi per il ‘Mistero buffo’ all’Académie Française.

Il premio Nobel, 81 anni, è venuto apposta alla serata ‘Aperto per mafia’, al Teatro Oscar di Milano, per essere vicino a Giulio Cavalli, l’attore lodigiano scortato dalla polizia perché minacciato sia in Sicilia sia in Lombardia (23 proiettili ritrovati davanti al teatro il 6 febbraio).

Sul caso del giovane collega candidato alle regionali con Di Pietro, Fo deplora “la mancanza di indignazione” della città: “Se si adombra la mafia a Milano, dal sindaco al prefetto la reazione è: per carità! Ma io è da anni che metto in guardia dalla penetrazione mafiosa, nell’impresa privata e nelle istituzioni”. E Cavalli come attore? “È stato allievo di Paolo Rossi. Lo ricorda fisicamente, nella voce, in certi gesti”. Sul palco Fo lo invita anche alla prudenza, a “uscire dalla superbia del proprio coraggio”.

Cavalli scherza: “Fo che mi guarda: mi viene l’ansia della velina al casting”. Battuta di Rossi, anche lui presente: “Sono qui per ringraziare la criminalità organizzata. Dà il giusto risalto al teatro”. Unico membro della giunta Moratti ad ‘Aperto per mafia’, l’assessore Massimiliano Finazzer Flory, cattolico, liberale. È stato apprezzato.

Da L’ESPRESSO

E. A.

OPERAZIONE "COMPENDIUM" CONTRO COSCA GELA; 41 ORDINI CUSTODIA CONTROLLAVANO APPALTI, PIZZO E TRAFFICO DROGA ANCHE AL NORD

gelaLa polizia sta eseguendo 41 ordini di custodia cautelare nei confronti di altrettanti esponenti della cosca mafiosa degli Emmanuello di Gela, nell’ambito di una vasta operazione antimafia tra la Sicilia, la Lombardia, il Friuli Venezia Giulia, la Liguria e la Toscana. I provvedimenti sono stati emessi dal gip del tribunale di Caltanissetta, Giovanbattista Tona, su richiesta della Dda nissena. Gli arrestati devono rispondere, a vario titolo, di associazione mafiosa finalizzata al controllo illecito degli appalti e dei subappalti, intermediazione abusiva di manodopera, traffico di stupefacenti, ricettazione, estorsione, danneggiamenti, riciclaggio di denaro sporco, detenzione e porto abusivo di armi e munizioni. Tra le armi (pistole, fucili ed esplosivo) sequestrati dagli uomini della squadra mobile di Caltanissetta, del commissariato di Gela e delle altre questure che hanno partecipato all’operazione denominata «Compendium», c’è anche una colt calibro 45 che, secondo una perizia balistica, sarebbe stata usata in due omicidi compiuti a Gela, durante la guerra di mafia: quello di Antonio Meroni, nell’89, e quello di Francesco Dammaggio, nel febbraio del 91. La cosca Emmanuello aveva messo in piedi al Nord una ramificata organizzazione, con base a Parma, che controllava imprese, appalti e manodopera in cinque regioni. Tre suoi esponenti si erano persino candidati nella lista Udeur-Popolari alle elezioni comunali di Parma, il 27 e 28 maggio del 2007, senza però essere eletti. L’inchiesta si è avvalsa della collaborazione di una donna tedesca, ex convivente di uno dei fratelli Emmanuello, Alessandro. Una conferenza stampa è stata convocata dagli inquirenti in mattinata nella questura di Caltanissetta.

Sono 40 le ordinanze di custodia cautelare eseguite fino ad ora in tutta Italia dalla polizia, nell’ambito dell’operazione «Compendium» contro la cosca mafiosa degli Emmanuello di Gela (Caltanissetta). Uno solo degli indagati, infatti, è riuscito a sfuggire alla cattura. Questi i nomi degli arrestati. Carmelo Alabiso, 32 anni di Gela detto «u Mongolo»; Nunzio Alabiso, 30 anni di Gela ma residente a Varano Melegari (Parma); Francesco Aprile, 63 anni, di Niscemi detto «u Vecchiu»; Rocco Ascia, di 34 anni, Giuseppe Salvatore Bevilacqua, di 42, Giuseppe Billizzi, di 37, Massimo Carmelo Billizzi, di 34, Maurizio Bugio, di 39, Emanuele Caltagirone, di 33, Marco Gino Carfà, di 31, tutti di Gela; Rosario Cascino, 43 anni, nato a Gela e residente a San Zeno Naviglio (Brescia); Angelo Eugenio Di Bartolo, 32 anni nato a Gela e residente a Parma; Gianfranco Di Natale, 36 anni di Gela; Andrea Frecentese, 33 anni di Pordenone; Raimondo Gambino, 25 anni, Gianluca Gammino, di 35 e Salvatore Gravagna, di 27, tutti di Gela; Claudio Infuso, 31 anni nato a Gela e residente a Parma; Fabio Infuso, 37 anni di Gela; 39 anni di Gela ma residente a Parma; Nunzio Mirko Licata inteso Barboncino, 32 anni di Gela ma emigrato a Ghedi (Brescia); Claudio Lo Vivo 34 anni di Gela ma domiciliato a Pordenone; Crocifisso Lo Vivo, 44 anni di Gela; Marco Maganuco, 33 anni, Francesco Martines di 26, e Sandro Vissuto, di 21 anni, tutti di Gela; Claudio Parisi, 54 anni, domiciliato a Genova; Gianluca Pellegrino, 25 anni e Alessandro Piscopo, di 35, e Giuseppe Piscopo, di 33, tutti di Gela; Tommaso Placenti, 33 anni di Gela ma residente a Parma; Paolo Portelli, 41 anni di Gela; Bruno Salvatore Quattrocchi, 30 anni, di Gela, Nunzio Quattrocchi 34 anni di Gela residente a Sesto Fiorentino; Calogero Sanfilippo, 34 anni di Mazzarino; Gabriele Giacomo Stanzà, 39 anni nato a Capizzi (Messina) e residente a Valguarnera (Enna); Salvatore Terlati, 35 anni di Gela inteso «Ciap Ciap», Daniele Turco, 40 anni, Francesco Vella, di 34 anni e Domenico Vullo, di 33, anche loro di Gela.

Nell’ambito dell’operazione la Squadra mobile di Caltanissetta e gli uomini del Commissariato di Gela hanno anche trovato un arsenale vero e proprio, Tra le armi rinvenute ci sono pistole, fucili e persino esplosivo. Sequestrata anche una colt calibro 45 che, secondo una perizia balistica eseguita dalla Polizia, sarebbe stata usata in due omicidi compiuti a Gela durante la guerra di mafia. In particolare, l’omicidio di Antonio Meroni, nell’89, e quello di Francesco Dammaggio, nel febbraio del 91.

Il clan Emmanuello era in possesso di una grande quantità di armi e munizioni. Durante le varie perquisizioni sono stati sequestrati un fucile a canne mozze, mezzo chilo di esplosivo, una decina di pistole e numerose munizioni. Dalle perizie balistiche, una delle pistole è risultata già usata in due omicidi di mafia, quello di Antonio Meroni, nell’89, e quello di Francesco Dammaggio, nel ’91. Ma nelle attività illecite c’era spazio anche per le ricettazioni. I malviventi rubavano ciclomotori da rivendere o da restituire agli stessi proprietari dietro pagamento di riscatto. Come covo usavano una vecchia casa del centro storico, dove nascondevano i proventi dei vari furti e dove si riunivano per programmare la loro attività criminale. L’organizzazione mafiosa non tralasciava alcun affare. Nei suoi traffici illeciti c’erano spazio anche per la ricettazione di reperti archeologici di età greca, tra cui un vaso e delle monete, definite di rilevante interesse storico-culturale.

CODICE DEONTOLOGICO PARTITI A GELA

«Un codice di autoregolamentazione e deontologico dei partiti a Gela in vista delle prossime elezioni contro la mafia». A suggerirlo  è stato il procuratore aggiunto della Dda di Caltanissetta, Domenico Gozzo. Il pubblico ministero parlando della «eccessiva drammatizzazione della situazione gelese al punto da proporre il ritorno dell’esercito in città» ha ribadito «il ruolo naturale ed insostituibile nella lotta alla mafia delle forze dell’ordine e della magistratura». Gozzo ha detto: «non condivido la battaglia e la contrapposizione politica tra destra e sinistra sul fronte della lotta alla mafia, piuttosto sarebbe opportuno che in vista delle prossime amministrative tutti si mettano d’accordo per tempo sull’azione politica contro la mafia».

LUMIA (PD), STRAORDINARIO COLPO A CLAN

«Un’importante operazione, un colpo straordinario inferto al clan Emanuello e alle sua rete di collusioni con i sistemi imprenditoriale e politico ramificati in tutta Italia». Così il senatore Giuseppe Lumia, componente del Pd in Commissione antimafia, commenta le 41 ordinanze di custodia cautelare eseguite nell’ambito dell’operazione Compendium della Dda della Procura di Caltanissetta. «Nessuno si illuda che a Gela l’azione antimafia si sia esaurita – aggiunge l’esponente del Pd – il cammino avviato dall’ex sindaco Rosario Crocetta e delle associazioni antiracket andrà avanti con maggiore intensità e determinazione. Non bisogna abbassare la guardia perchè le nuove leve sono pronte a prendere il posto dei capi colpiti duramente, in quest’ultimo periodo, dalle forze dell’ordine e dalla magistratura»

Le mie foto, i miei posti

  • Giornata di formazione con Libera al Liceo Cavalieri. Per saper scegliere.
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  • Gli ultimi preparativi della scena. Anche stasera l'innocenza di Andreotti. Sul palco.
  • Andiamoci a prendere il cambiamento. Senza paure ma con l'orgoglio in questo tempo di grigi di essere differenti. Per costruire un 'sentire' comune come nuovo, urgente bene comune.
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  • In camerino del Teatro Asta di Vicenza. Con Libera per salire in scena con i nomi, i cognomi e gli infami e provare ad esercitare la memoria, e non limitarsi a commemorarla.
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