Il 17 Aprile, alle ore 9.00 presso l‘aula magna del politecnico di Como in Via Castelnuovo n° 7, si terrà un incontro dal titolo
“Liberi dalla mafia, noi protagonisti del cambiamento”
interverranno insieme al consigliere regionale Giulio Cavalli, l’On. Luigi De Magistris,, l’On. Sonia Alfano, Salvatore Borsellino, il sig. Guarino dell’ass. Addiopizzo, il magistrato Roberto Scarpinato, l’On. Angela Napoli e il Presidente della Comm. antimafia della Regione Sicilia, Calogero Speziale.
Ognuno dei relatori presenterà le proprie esperienze di cambiamento che li rendono “liberi dalla mafia”.
PROGRAMMA COMPLETO
Ore 9.00 apertura convegno: gli studenti della V F
Saluti delle autorità
Prof.ssa Magda Zanon, dirigente scolastico dell’ITC Caio Plinio Secondo
Dr. M. Mazza, Questore di Como
Dr. A. Mojoli, Assessore all’istruzione di Como
Dr. S. Gaddi, Assessore alla cultura di Como
Video “Il coraggio di non essere complici”
Ore 9.30 Relatori
Dr. Salvatore Borsellino: L’impegno di un cittadino per l’affermazione della verità e della giustizia.
On. Sonia Alfano: I giovani costruttori di una società più giusta e vivibile
On. Angela Napoli, membro della Commissione Antimafia: Lo Stato italiano e l’antimafia
Video “Noi non ci stiamo”
Giulio Cavalli: L’arte strumento di denuncia e lotta alla criminalità organizzata
On. Luigi De Magistris: L’impegno delle istituzioni dell’UE nella lotta alla criminalità organizzata
Video “La quotidianità dell’impegno”
Dr. Gaetano Guarino: Infiltrazioni mafiose nella Pubblica Amministrazione della regione Sicilia
Aaron Pettinari, giornalista della rivista Antimafia 2000: “Dal dire al fare”. L’informazione e l’antimafia
Prof.ssa Graziella Mattaliano, docente dell’ITC Caio Plinio Secondo
Interventi del pubblico
Video “Noi protagonisti del cambiamento”
Conclusione degli studenti della VF
Modera il Dottor Carlo Cecchetti, Magistrato del Tribunale di Como.
per informazioni: ITC CAIO PLINIO SECONDO Via Italia Libera, 1 22100 como Tel. 031 3300711 www.caioplinio.it
Domenica 21 marzo Cesate ha ospitato Giulio Cavalli.
Questo nome giungerà nuovo a chi si tiene aggiornato soltanto tramite i mezzi d’informazione “convenzionali”, ma per quelli che sfruttano altri canali, come il web, Giulio Cavalli rappresenta il nuovo che avanza, una ventata d’aria fresca in questa politica stantia che propina nomi e facce provati dall’usura del tempo, che restano aggrappati al capezzolo della politica non per vocazione, ma per tornaconto personale.
Giulio Cavalli ha 32 anni e non ha un passato politico, ma possiede un notevole pedigree di impegno sociale: i suoi innumerevoli spettacoli teatrali denunciano il malaffare e il malfunzionamento in un paese (in nostro), in cui Stato e Mafia sono diventati un binomio inscindibile, anche grazie alla dilagante indifferenza di buona parte della popolazione.
Con lo spettacolo intitolato “Cento passi dal Duomo”, Cavalli sta cercando di portare ai cittadini lombardi una verità scomoda: la Mafia ha allungato i suoi tentacoli sull’Expo 2015, e le flebili smentite del politicante di turno non sono che la conferma di questo fatto.
“Parlare di criminalità organizzata comporta dei rischi e delle reazioni”, sia da parte della mafia sia da parte di quel mondo politico colluso.
Cavalli parla chiaro: “È un problema esistente e serve azione e la parola è azione”.
Non ha paura di fare nomi e cognomi dei personaggi affiliati alle organizzazioni criminali: Pirolli, Barbaro, Papalìa e Liggio, non sono che una parte irrisoria della lista di questa mafia sempre meno visibile, che per entrare nel XXI secolo ha messo nell’armadio coppola e lupara, rimpiazzandole con giacca, cravatta e ventiquattrore.
Ma la mafia non è tutto, specie in Lombardia. Infatti Cavalli non si lascia sfuggire l’occasione di rammentare la privatizzazione selvaggia perpetrata dal governatore Formigoni, emissario di Comunione e Liberazione, organizzazione che ha sempre più interessi nel territorio, in particolare nella sanità e nell’istruzione privata.
La genuinità di questo ragazzo non sta soltanto nelle belle parole snocciolate per la platea, ma nella concretezza delle sue idee, già visibile in ben due proposte di legge di cui si fa portatore: una che riguarda l’ecosostenibilità degli edifici pubblici, grazie alle energia alternative, come il fotovoltaico; l’altra riguarda la limitazione del consumo del suolo, per impedire la cementificazione selvaggia del territorio, che, ricorda Cavalli, “non è proprietà della maggioranza di turno, ma è proprietà dei cittadini”. Limpido, perentorio e carismatico.
Lo si potrebbe ascoltare per ore, senza stancarsi della sua verve, che lascia spazio anche a qualche scampolo di satira, che aggiunge brio al suo discorso.
Legare il suo impegno sociale all’attività politica non è stata una scelta facile. È stato necessario l’incoraggiamento (e l’insistenza) di Luigi De Magistris, Sonia Alfano e Antonio Di Pietro per riuscire a fargli “prendere una posizione”.
“La bellezza di un impegno”, slogan della sua campagna elettorale, racchiude in sé una missione: tendere allenata la memoria degli italiani, sempre più lacunosa e minata dall’informazione di regime.
Guardarlo in faccia significa guardare un futuro migliore, fatto di giovani che vogliono dare il loro indispensabile contributo per il bene del proprio paese, disinteressati al guadagno e votati al coinvolgimento della società, troppo spesso abbandonata a se stessa a fine campagna elettorale.
Sonny De
Quando eravamo bambini a sconfiggere il male ci pensavano i supereroi, quelli con i superpoteri. Alti, probabilmente, sicuramente forti, cavalieri senza macchia e senza paura, con al massimo un punto debole, con le batmobili e le ragnatele. Era da loro che erano spaventati i “cattivi”.
Poi siamo cresciuti e abbiamo scoperto che quelli – non molti – che lottano contro il male sono persone “normali”, hanno facce normali e vivono, o dobbiamo dire dovrebbero vivere – vite normali. Anzi a voler essere precisi, capita, oggi, che a combattere il male sia un giullare.
E non usa spade o lame rotanti, non usa superpoteri e neanche la forza fisica. A lui basta la forza delle parole, basta il movimento del suo corpo su un palco per spaventare.
Giulio Cavalli è un giullare. Giulio Cavalli combatte il male.
Il teatro è la sua batmobile e i suoi monologhi i suoi superpoteri. Cavalli combatte la mafia, ma non è né un magistrato, né un poliziotto o un carabiniere; Giulio è un attore, un autore, un regista, insomma uno che la mafia fino a qualche anno fa probabilmente avrebbe compatito ma che ora teme, e lo teme al punto da averlo minacciato più e più volte, tanto da costringerlo a vivere una vita sotto scorta. Ma Giulio, che non è siciliano, campano, calabrese o pugliese, ma di Lodi resiste e non si lamenta. Continua a combattere la malavita, a prenderla in giro a suon di battute. Cavalli svuota la mafia, la camorra, di quella che è una delle loro forze: l’autorità, il timore che il potere sempre dà. E se alla mafia togli questo, non rimane che dover ricorrere alla minaccia, non puoi più “fare il superiore”, ma sei costretto a far scrivere ai giornali che la mafia minaccia un attore. Una cosa da ridere, quasi, se le conseguenze non fossero quelle di una vita sotto scorta.
Sono anni che Cavalli fa questo e lo fa con una testardaggine e una convinzione non comuni, riuscendo a raggiungere un pubblico sempre più grande, partendo dal suo teatro lodigiano e denunciando il malaffare che, come spesso sottolinea, non è solo del sud. Un malaffare che non è, comunque, solo mafia, ma anche politica ed economia, tanto da prendersi una querela da Fiorani a causa del suo spettacolo “A cento passi dal Duomo”.
Qualche mese fa di questo giullare se n’è accorta anche la politica e Di Pietro gli ha chiesto di candidarsi da indipendente in Lombardia, regione sotto i riflettori per il prossimo Expo (2015). E lui ha accettato, anche perla sua amicizia con l’ex magistrato De Magistris e Sonia Alfano.
Una scelta non facile, quella di schierarsi, col rischio di passare dalla parte di chi non è al servizio di tutti. Una sciocchezza: “L’icona “superpartes” è una gigantesca bufala di marketing. Impegno è presa di posizione” dice.
Gli abbiamo fatto qualche domanda
E così hai deciso. Ti getti nella mischia…
A dire la verità, se per mischia si intende quella sana contaminazione di scegliere e sapere esattamente da che parte stare e lottare con qualsiasi mezzo a mia disposizione contro qualcosa e qualcuno; allora nella mischia ci sono già da un pezzo…
Immagino che la tua battaglia principale sarà quella che da anni ti impegna a teatro e che condiziona la tua vita: la battaglia per la legalità…
La parola legalità oggi in Italia è una delle tante parole che ci hanno rubato. Legalità significa rispetto delle leggi e noi, ultimamente, siamo il paese delle leggi eticamente illegali. Preferisco parlare allora di dignità e responsabilità. Del resto il rispetto delle regole non è (come ogni tanto banalmente si pensa) un punto di programma: è piuttosto una visuale di tutti i punti di programma. Sanità, lavori pubblici, ambiente lavoro…
Come mai l’Italia dei Valori?
Per l’amicizia e la stima che mi lega a Luigi De Magistris e Sonia Alfano. E per la disponibilità di Antonio Di Pietro nel darmi modo di mettere in campo un progetto culturale e politico in modo assolutamente libero. Perché credo negli 11 punti di programma dell’Italia dei Valori. E, inevitabilmente, perché oggi è l’unico partito che abbraccia persone non strettamente legate ad una carriera partitica.
Una scelta del genere fa saltare il tavolo dell’artista superpartes. Si può essere impegnati e superpartes, o prima o poi bisogna prendere posizione?
L’icona “superpartes” è una gigantesca bufala di marketing. Impegno è presa di posizione. Ho finito di essere “superpartes” nel momento in cui ho rifiutato di essere un’icona nel ruolo infelice della “vittima”.
Ti batti da anni per far sì che storie e personaggi non vengano dimenticati. Lo fai su un palco e hai dato la tua libertà per questo. So che la domanda può sembrare o essere stupida. Ti sei mai pentito di esserti spinto fino a qui?
Mai.
Vivi sotto scorta da quasi un anno ormai. Che paese è un paese dove anche, e sottolineo anche, un artista debba vivere sotto scorta?
Un paese in cui essere “normalmente” dalla parte delle regole ti rende eccezionale. Un paese che delega troppo spesso.
Hai detto: “C’è una grande famiglia che mi sostiene”. Da chi è formata?
Dagli amici, i collaboratori, la mia famiglia. Don Ciotti, Caselli, Barbacetto, Fo, Lucarelli.
23 proiettili davanti al teatro. Uno degli ultimi segnali che le cosche ti hanno mandato. Un’escalation che aumenta. Il tuo scendere in politica ha dato tanto fastidio?
È un buon segno che dia fastidio. Ma la vicenda dei proiettili non è una notizia su cui incancrenirsi, altrimenti alimentiamo il voyeurismo ultimo di questo Grande Fratello degli intimiditi che non ha senso.
Ultimamente a questa domanda hai risposto spesso, ma credo che sia sempre bene ricordarlo, anche perché sembra uno di quegli argomenti dalla memoria corta. Si ricorda che la Mafia è anche al Nord, ma dopo poco si va avanti come se nulla fosse.
L’ignoranza intenzionale della Lombardia è un vizio antico. Intanto le famiglie di ’Ndrangheta entrano negli appalti che contano: TAV, Milano-Venezia, Malpensa. È il lombardismo cronico del nascondere per non dovere affrontare.
L’applauso che ha salutato il discorso di Di Girolamo cosa significa?
È la fanfara che provocano i simili quando si salutano.
Credi che si possa correre il rischio, in campagna elettorale di incontrare persone, stringere mani, non proprio pulite?
È un rischio possibile, ma so benissimo chi paga le mie iniziative elettorali.
Tu sei indipendente in un partito che ha passato/sta passando un periodo di maretta. Prima il congresso e le vedute diverse di De Magistris e Di Pietro, poi i problemi alle Regionali… insomma che si dice nell’IdV?
E’ un partito che ha avuto una crescita accelerata e adolescenziale. Ora si prepara alla sfida della maturità.
Francesco Raiola

Il sorriso smagliante che appare sulla faccia di qualsiasi candidato in periodo di elezioni non è propriamente quello di Giulio Cavalli, che di sorrisi, probabilmente, se ne può permettere pochi. Oggi ha presentato a Varese la sua candidatura alle elezioni regionali come “indipendente” all’interno delle liste dell’Italia dei Valori, ma solo ieri un suo spettacolo teatrale veniva sospeso causa “rinvenimento di numero 23 proiettili inesplosi nel parcheggio del teatro”. E non si trattava di coincidenza, per intenderci Cavalli vive da 11 mesi sotto la scorta affidatagli dal ministero a seguito delle minacce subite per il suo impegno contro la mafia.
Da sempre immerso nella sua attività teatrale, Cavalli ha deciso ora di continuare le sue battaglie e portare la sua testimonianza all’interno delle istituzioni attraverso l’impegno politico. Due cose che per la verità considera comunicanti, «del resto è assurdo parlare di teatro civile slegandolo dalla realtà così come è assurdo parlare di politica slegandola dalla società civile: considero preoccupante la facilità con cui oggi arriviamo a dire che la politica apre fette di rappresentanza anche alla società civile, come se le due cose non dovessero essere, in un paese normale, la stessa cosa».
E così, spinto dalle offerte di Sonia Alfano, Luigi De Magistris e Antonio Di Pietro, si è trovato a correre con l’Idv per un seggio in Regione. Garanzia dell’impegno che intende prendersi è per forza di cose la sua storia personale, «il mio impegno è quello che già faccio, la mia denuncia è quello che gran parte delle forze politiche qui in Lombardia fingono di non vedere: la mafia c’è e si vede».
Lodigiano di origini ha deciso di orientare la sua competizione elettorale a Milano e Varese perché la prima è stata eletta a capoluogo dalla criminalità organizzata, («la mafia ha bisogno di nascondere i suoi soldi, e qual è il modo migliore se non nasconderli in mezzo ad altri soldi?»), e la seconda viene subito dietro. «In provincia di Varese la criminalità organizzata fa molti dei suoi affari, come hanno testimoniato le inchieste e gli arresti della magistratura, e Varese stessa è in una posizione geografica cruciale per il passaggio di denaro in Svizzera».
«Quello che cerco ogni giorno di far capire – ha spiegato presentando la sua candidatura – è che la mafia sbriciola silenziosamente il nostro tessuto economico senza che ce ne accorgiamo, e blocca lo sviluppo del nostro territorio», e questo è il primo punto all’interno del programma che intende presentare: l’istituzione di una commissione regionale antimafia. «Viviamo in una regione dove si impedisce ai 16enni di bere il mojto e nemmeno ci accorgiamo che il traffico di cocaina qui rappresenta uno dei più grandi introiti della criminalità organizzata».
Ma i suoi progetti guardano anche agli altri settori della rappresentanza politica: economia, sanità e ambiente sono al centro del programma che intende presentare agli elettori, «arriveremo al voto con proposte di legge già scritte e che i cittadini potranno consultare».
Il prossimo incontro con gli elettori sarà il 10 febbraio a Maccagno alle ore 21 in via Valsecchi 23 con la partecipazione di Salvatore Borsellino.
8/02/2010 Tomaso Bassani
Gli oppositori di Cavalli cadono sempre più in basso. Rinvenuti 23 proiettili davanti al teatro in cui sarebbe dovuto esibire l’attore e candidato in Lombardia come indipendente nell’Italia dei Valori.
Qualche mese fa avevo chiesto a Giulio Cavalli un impegno molto forte, un impegno notevole, un impegno che non deve spezzare quello che è stato il suo fino ad oggi, in prima persona vissuto soprattutto attraverso l’arte ed il mondo del teatro. (continua…)
Cara Sonia,
ti scrivono sui muri perchè li stai mettendo al muro.
E allora su quel muro idealmente mi siedo ai piedi dell’ultima A per farti compagnia e starti vicino.
Un abbraccio fatto di pelle e non di vernice.
Giulio
Ascolta la 24a puntata: Giuochiamo alla Mafia (ma per finta!)
Ricca la settimana Incom giù a Mafiopoli: settimana di resti, arresti e giocatori.
Gli arresti: a Trabia, Sciara e Termini Imerese bussano di notte i carabinieri di Monreale. E di notte, con il neurone tipico mafiuso che svegliato di soprassalto sbadiglia cannolicchio, in quindici vanno ad aprire con le ciabatte da boss e lo sbadiglio seduto sulla spalla. Un antico proverbio mafiopolitano dice “se di notte bussa il carabiniere sono calci nel sedere” e, infatti, sono guai per i clan di Trabia, Sciara e Termini Imerese. Pisellati di soprassalto in un mattino senza oro in bocca sono volati a fare compagnia nelle patrie galere con i loro capetti Giuseppe Bisesi, Vincenzo Salpietro e Giuseppe Libreri. Aperta una raccolta fondi per l’iniziativa “Regala anche tu una sveglia con il busso carabiniero al boss del tuo quartiere!”. Appena saputo dell’accaduto quella vecchia volpe di Domenico Raccuglia (della stirpe dei Caccuglia) si dice che nel cuore della notte lieve e latitante sia sceso dal letto per strappare il cognome sul campanello.
A Caserta, provincia di Mafiopoli, alla mattina insieme al latte e al giornale sullo zerbino ci hanno trovato anche le guardie. 28 ingabbiati del clan di Antonio Farina, che nonostante il nome, non vuota il sacco. “ma è una vergogna!” – ha urlato il Farino (per gli amici 00) “a quest’ora del mattino mi si fanno le borse sotto agli occhi!”. A Marcianise e Casal di Principe ai Casalesi ora tocca trovare altri cassieri con cui spartirsi al 50 il mercato ricco delle estorsioni. Appena saputo il topo Semola per gli amici Setola (sanguinario rosicchia formaggio della zona) si è alzato dal letto ma si è ricordato di essere in gabbia. Aperta una raccolta fondi per denunciare i topi in cattività.
A Cologno, provincia di Mafiopoli, cittadina colognese famosa per gli studi televisivi di Beghe4 e Banale5, la ‘ndrangheta in trasferta ci lascia 22 castrati sul campo. Medagliato sul campo il capetto Marcello Paparo in trasferta da Crotone. Il Paparo e la sua figliola Luana si erano specializzati nella movimentazione terra ed erano così bravi e così veloci che a suon di minacce si sono presi anche il cantiere dell’Alta Velocità nella tratta Pioltello-Pozzuolo Martesana. Tra gli arrestati anche il maresciallo finanziere Giuseppe Russo campione italiano della disciplina olimpica mafiopolitana di “chiudere un occhio”. E con l’occhiolino strizzato ci ha guadagnato una quota del ristorante “Taverna d’Isola” di Villasanta (famoso per il menù fisso con l’occhiolino e senza scontrino) e un soggiorno vacanziero omaggio a Capo Rizzuto (località nota per il nome afrodisiaco). Per questa mania tutta ‘ndrina di rizzarsi tra una manetta e l’altra gli inquirenti hanno trovato una lanciarazzi in dotazione alla Nato. “E’ una vergogna!” – ha gridato Giancarlo Paparo fratello onomatopeico del suo fratello Marcello – quell’arma ci serviva per importare democrazia!” il giudice per il soggiorno in gabbia ha ordinato di spegnere la televisione agli arrestati.
Intanto a Lodi (cittadina ridente famosa per le Banche Impopolari) due ragazzini, finito il torneo di calcetto all’oratorio, hanno deciso di dedicarsi a giochi nuovi; erano indecisi tra il “lancio dell’opa secondo San Fiorani” oppure il più laico “suona il citofono e poi scappa”. Ingrigiti nella scelta dall’ombra delle logistiche si sono buttati proprio all’ultimo al “Giuoco della Mafia” acquistando via internet un paio di prostate di ricotta per assomigliare a Zu’ Binnu Bernardo Provenzano. Si sono fatti poi prendere la mano e hanno cominciato ad inviare anche lettere anonime per raggranellare un po’ di racket. Arrestati, condannati, derisi e compianti in una delle lettere chiedevano testualmente «la riscossione di una tangente, cioè di una piccola tassa che pur non segnalata tra le tangenti legali dello Stato dovrete lo stesso oblare.» Prima di essere incarcerati sono stati premiati dal Giampy nazionale per la creatività finanziaria. “Faranno strada!” ha urlato il Popolare di Lodi dalla sua nuova attività di serre floreali (Non Fiorani ma opere di bene) “arrestare dei ragazzini che promettono bene già da piccoli di essere i re della finanza!”. Ma la città condanna. Poco, modestamente, quasi niente, com’è nelle corde dei borghi dove la mafia non esiste. Del resto è solo una ragazzata: come quella dei fratelli Antonio e Marcello Reitano che nel 1992 nel lodigiano chiedevano all’imprenditore Daniele Polenghi, per scherzo, 200 milioni. La Sony è già pronta a lanciare sul mercato il gioco “Mafia anche tu!” disponibile per playstation. Bum bum.
Nel gioco dei segnali che non si devono prendere sul serio gli allegri graffitari a Monreale scrivono sui muri “Sonia Alfano infame” mentre Sonia a cento passi perdeva tempo a parlare di legalità. “Ma è uno scherzo!” ha urlato il Principe Macchiavellico mentre inaugurava la prima pietra del ponte da Messina a Infame “è stato scritto in rosso come la temperatura sugli autogrill! Non può essere sul serio! E poi, infame è maschile e Sonia è a e quindi femminile!” è partita la pubblicità e tutti si sono addormentati.
Non tutti si sono addormentati: qualcuno, sovversivo e pericoloso, ancora continua:
Però se continuo a farlo vuol dire che credo – e lo credo fermamente – che le nuove generazioni, le generazioni che verranno, riusciranno a sentire quel fresco profumo di libertà di cui Paolo parlava e per cui Paolo è morto.
Alla Borsellino.
BIBLIOGRAFIA
http://archiviostorico.corriere.it/1992/maggio/05/racket_tre_manette_co_7_9205051075.shtml
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Ascolta la 23a puntata: Salvatore Borsellino e che stato è stato
Salvatore Borsellino è uno di quei fiori rari di memoria attiva, di quelli per cui una perdita è soprattutto il dovere di un inizio. Lo incontro che è mattina già matura, nel suo ufficio, dove sorridono in foto suo fratello Paolo insieme a Giovanni Falcone.
- Salvatore, in uno stato civile i famigliari delle vittime che sono morte per servire lo stato non dovrebbero avere l’obbligo e l’emergenza di continuare a lottare ma dovrebbero avere il diritto semplicemente di preservarne la memoria. Invece questo con tuo fratello Paolo Borsellino non è successo…
- Non è successo anche perché, purtroppo, quello che si tenta di fare in Italia è di limitare la commemorazione di Paolo, facendola diventare proprio commemorazione, cioè pensando a Paolo come una persona morta. Invece la verità è tutt’altra: io vado tanto in giro in Italia e mi accorgo che la figura di Paolo è una figura ancora estremamente attuale, una figura estremamente viva. La gente la sente proprio come qualcosa che gli manca e che vorrebbe. E allora noi ci siamo dovuti prendere questo compito soprattutto per un fatto: per il fatto che di quella strage non è stata fatta giustizia, cioè non si sa ancora nulla, i processi vengono bloccati e le indagini su alcuni punti chiave come quello dell’agenda rossa [l'agenda su cui Paolo Borsellino segnava gli sviluppi e le ipotesi sulle sue indagini, misteriosamente sparita dalla borsa del giudice prelevata subito dopo l'attentato di via D'Amelio ndr]o del Castello Utveggio non vanno avanti.
E c’è proprio un patto a qualche livello che sancisce che queste cose devono essere dimenticate dall’opinione pubblica. Di queste cose non si deve parlare, le deve coprire il silenzio. A fronte di questo atteggiamento è nostro dovere, dei famigliari di Paolo, cercare di tenere viva nelle persone la memoria che qualcuno invece cerca di occultare.
- Secondo te, perché c’è questa sonnolenza di gran parte della società civile, per cui ogni tanto, anche andando in giro parlandone, facendo incontri, ci si accorge che, inconsciamente, la gente sembra che dia per chiuso o per risolto il problema dei colpevoli della morte di Paolo?
- Perché quello che è stato fatto è proprio cercare di fare passare l’assassinio di Paolo e di quei ragazzi che sono morti in via D’Amelio come una strage di mafia. E purtroppo credo che a livello di opinione pubblica si sia abbastanza riusciti in questo intento. Hanno messo in galera un po’ di persone – tra l’altro condannate per altri motivi e per altre stragi – e in questa maniera ritengono di avere messo una pietra tombale sull’argomento. Devo dire che purtroppo una buona parte dell’opinione pubblica, cioè quella parte che assume le proprie informazioni semplicemente dai canali di massa – televisione e giornali – è caduta in questa chiamiamola “trappola” ed è stata, potremmo dire, partecipe inconsapevole di questo disegno. Quello che noi invece cerchiamo in tutti i modi di far capire alla gente – e un certo numero di persone, cioè quelle che assumono informazioni anche dai libri e dalla rete, questa cosa la capiscono sicuramente e c’è anche una forte attività sul voler dire la verità – è che questa è una strage di stato, nient’altro che una strage di stato. E vogliamo far capire anche che esiste un disegno ben preciso che non fa andare avanti certe indagini, non fa andare avanti questi processi, che mira a coprire di oblio agli occhi dell’opinione pubblica questa verità, una verità tragica perché mina i fondamenti di questa nostra repubblica. Oggi questa nostra seconda repubblica è una diretta conseguenza delle stragi del ’92.
- Al di là degli esiti processuali (che in realtà non ci sono nemmeno poiché qui si procede per archiviazione) ci sono degli elementi incontrovertibili che fanno credere che ci sia una relazione tra la strage di via d’Amelio e una certa parte di Stato in quel tempo?
- È vero che si procede per archiviazione, ma la gente si dovrebbe rendere conto che archiviazione non vuol dire che una persona o delle persone sono state assolte, ma semplicemente che le indagini non hanno potuto nei tempi necessari arrivare al punto in cui avrebbero dovuto arrivare. E se la gente si andasse a leggere tutti i procedimenti di archiviazione, per esempio di Caltanissetta, che tra l’altro spesso sono archiviazioni magari forzate dal capo della procura – come per esempio nel caso dei Tescaroli come ben si legge nel recente libro “I colletti sporchi” di Tescaroli e di Ferruccio Pinotti – si capirebbe che l’archiviazione non è un’assoluzione e nemmeno significa che le indagini ad un certo punto si sono fermate perché non c’erano elementi. Spesso gli elementi ci sono ma non hanno potuto essere sviluppati a sufficienza oppure addirittura qualcuno ha fatto sì che il processo ad un certo punto venisse bloccato. Quindi gli elementi ci sono sicuramente: basta andare per esempio a leggere negli atti del Processo ‘Borsellino Bis’ la relazione di Gioacchino Genchi quando scrive quale può essere stato l’unico punto da cui può essere stato attivato il telecomando che ha fatto esplodere l’esplosivo preparato in via D’Amelio, basta andare a vedere – sempre nella stessa relazione – quali telefonate sono partite in un senso e nell’altro da Castel Utveggio verso numeri intestati a componenti dei Servizi Segreti, per capire come gli elementi ci sono e sono fortissimi. Basta andare a vedere le fotografie dell’Arcangioli [colonnello dei carabinieri ndr ] che si allontana dalla macchina esplosa con la borsa dell’agenda rossa in mano e chiedere come davanti ad una prova incontrovertibile come questa le indagini siano state nuovamente bloccate per capire come sia evidente come non è che non ci siano elementi sui quali avviare dei procedimenti, ma c’è la precisa volontà di bloccarli nel momento in cui arrivano a toccare certi fili che non devono essere toccati, quando arrivano a certe persone che sono – adesso anche per legge dello Stato, anche se è una legge incostituzionale – intoccabili.
- Ho letto quello che hai scritto sul procedimento di archiviazione legato alla vicenda della sottrazione della borsa e mi sono chiesto qual è stata la tua sensazione da famigliare nel vedere la borsa contenente la famosa agenda rossa (una delle memorie più importanti di Paolo) in mano ad una persona che nella fotografia è ritratta con piglio molto sicuro in una situazione assolutamente tragica, in mezzo a cadaveri, con tutto quello che stava succedendo in quel momento: ti ha scoraggiato o ti ha dato nuova linfa per continuare a pretendere la verità?
- In un primo tempo – l’ho anche scritto sul mio sito – è stata di scoraggiamento. Addirittura, scrissi: “non so se riuscirò a resistere a questo ulteriore colpo”. Poi purtroppo mi sono accorto di non potermi permettere questi atteggiamenti, anche se momentanei, perché la gente che mi segue e che segue la mia lotta è rimasta un po’ smarrita rispetto a questa mia affermazione e ha pensato che allora non ci fosse più niente da fare. Io mi sono ripreso immediatamente e ho preso anzi da questa vicenda ulteriore linfa come faccio da sempre. Ormai mi sono imposto un’operazione mentale quasi cosciente: a fronte di questi scoraggiamenti ne adopero i motivi per buttarli dentro la fornace e far sì che producano ulteriore rabbia. Ed è quello che mi è successo anche in questo caso: a fronte di questo ennesimo insabbiamento addirittura in questo caso di una prova assolutamente evidente. Prima tu dicevi che basta guardare la fotografia per vedere con che faccia sicura si muove. È proprio questo che mi fa rabbia, che mi ha provocato prima scoraggiamento e adesso ha aumentato la mia rabbia: l’ambiente in cui si trovava e il fatto che l’Arcangioli si muovesse calpestando cadaveri, camminando in mezzo a pozzanghere di sangue. Questo al contrario è stato adoperato nella sentenza di archiviazione del GUP proprio per giustificare il fatto che si assolveva l’Arcangioli che ha giustificato le dieci versioni diverse sui suoi movimenti e sulle persone a cui avrebbe consegnato la borsa, dicendo proprio che era così sconvolto dall’aver dovuto calpestare pezzi degli agenti della scorta di Paolo e dello stesso Paolo, che in quella condizione non può ricordare. E io credo che basti che una qualsiasi persona guardi l’atteggiamento dell’ Arcangioli che si allontana con passo sicuro guardandosi intorno tranquillamente – forse per verificare se qualcuno lo stesse osservando – per capire che questa motivazione della sentenza è addirittura assurda e che in base a quella motivazione Arcangioli non può essere assolto e non si può bloccare il processo. Io questa motivazione – benché non l’accetto neanche da lui trattandosi di un magistrato – la posso accettare da Ayala, il quale dice di non ricordare se effettivamente quella borsa gli è stata consegnata e se l’ha presa o non l’ha presa. Ma Ayala era anche amico di Paolo e quindi aver dovuto – come ha detto lui – “scavalcare il troncone di Paolo” penso che possa avergli provocato uno shock. Arcangioli in quel caso, guardando le riprese, mi sembra una persona che sta compiendo un’operazione di guerra. In guerra di cadaveri se ne vedono e se ne calpestano, tant’è vero che Arcangioli sembra proprio che stia compiendo una missione che qualcuno gli ha affidato.
- Tornando su quell’appunto sull’agenda di Paolo in riferimento all. On. Mancino (secondo cui Paolo Borsellino sarebbe rimasto sconvolto da un incontro con Mancino proprio alcuni giorni prima dell’attentato), tu che idea ti sei fatto? Sapendo che lì è terreno minato…
- Di quell’incontro io ritengo che sia evidente – anche davanti alle giustificazioni puerili di Mancino – il fatto che ci sia stato e che in quell’incontro deve essere successo qualcosa di importante. Mancino adduce delle giustificazioni così puerili, che io chiamerei vergognose più che puerili, dicendo “io non conoscevo fisicamente Paolo Borsellino e quindi non posso ricordare se tra le altre mani che ho stretto ci fosse anche la sua”. Queste sono le frasi ignobili che adopera, come se la mano di Paolo Borsellino fosse una mano qualsiasi quando Paolo Borsellino in quei giorni era una persona della quale tutti erano sicuri che la morte fosse vicina. Che un ministro dell’interno possa non essersi interessato di chi era Paolo Borsellino e possa non aver visto neanche quel giudice che trasportava la bara di Falcone vestito della sua toga e che quindi possa affermare di non conoscerlo fisicamente è veramente una cosa che si può definire puerile, direi anche che si possa definire ignobile che un allora ministro della Repubblica parli in questa maniera nei confronti di un giudice come Paolo Borsellino. Anche le sue giustificazioni addotte tirando fuori quell’agendina in cui non c’è scritto assolutamente nulla per cercare con quella di contrastare l’agenda che io gli avevo presentato dove di pugno di Paolo c’è scritto “ore 19.30 Mancino”. A fronte di una testimonianza autografa di Paolo lui tira fuori da un cassetto un planning qualsiasi dicendo: ecco qui non c’è scritto l’appuntamento quindi io non ho avuto nessun appuntamento con Paolo. In quell’agendina non c’è scritto, e io l’ho vista molto velocemente nella ripresa televisiva, ma ci sono scritte tre righe in tre giorni diversi. Se quella è l’attività di un ministro della Repubblica, che si può concentrare in tre righe scritte in fondo all’agenda per un’intera settimana, penso che tutti devono capire che questa sia una giustificazione di una persona forse in difficoltà e che quindi cerca in qualche maniera di trovare delle prove. Io sono convinto, e tante cose me lo fanno pensare, che in quell’incontro a Paolo abbiano prospettato quella trattativa tra mafia e Stato che adesso sta emergendo in tutta la sua evidenza dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino. E se ne sta parlando in quel processo nascosto che si sta svolgendo a Palermo, proprio sulla trattativa in cui sono imputati il colonnello Mori e tutti i componenti del Ros, che hanno portato avanti questa trattativa per conto dello Stato.
- Secondo te il fatto che dalle bombe si sia passati invece ad un’azione mafiosa fatta di decreti o di comunicazione “di distrazione” vuol dire che Loro hanno meno paura? si sentono più impuniti? o noi siamo meno efficaci nella nostra opera di pretesa di legalità e giustizia reale?
- Io penso che faccia parte tutto della stessa strategia, per cui da un lato la cupola mafiosa ha deciso di inabissarsi e quindi di essere meno evidente all’opinione pubblica per tornare allo status quo precedente agli anni Ottanta, quando c’era una connivenza tra stato e mafia che non balzava agli occhi, poi c’è stata la stagione stragista dei corleonesi e a questo punto si è ritornati – ed è stata una scelta ben precisa – alla situazione precedente. In più le persone che oggi detengono il potere sono molto esperte dal punto di vista della comunicazione e dell’impatto sulle persone, perché sono dei maestri a gestire la loro immagine attraverso gli organi di comunicazione che tra l’altro hanno in mano. Sono dei maestri a gestire l’impatto sull’opinione pubblica. La strategia ben precisa è stata – a fronte del fatto che la reazione della coscienza civile rispetto alle stragi di Capaci o di via D’Amelio e a fronte dell’uccisione di Carlo Alberto Dalla Chiesa e di tutte le altre innumerevoli stragi di Stato che l’hanno preceduta è tale da costringere lo Stato a simulare una reazione e da rendere necessario il prendere, almeno di fronte all’opinione pubblica, dei provvedimenti che poi a poco a poco nei tempi successivi vengono rimangiati – quella di non adoperare più il tritolo per eliminare i giudici ma di eliminarli in maniera ancora peggiore come è stato fatto con De Magistris e come è stato fatto con la Forleo e con Apicella. Proprio perché questo tipo di azione comporta in ogni caso la messa a tacere, l’eliminazione di quella persona che deve essere eliminata. Però non provoca per contro quella reazione dell’opinione pubblica che costringe lo stato a simulare una reazione nei confronti della criminalità organizzata, visto che in effetti una reazione autonoma e una lotta autonoma dello stato nei confronti della criminalità organizzata in Italia possiamo dire a voce alta che non c’è mai stata.
- Ti faccio una domanda un po’ scomoda. Falcone diceva che “per combattere la mafia serve non l’impegno straordinario di pochi ma l’impegno ordinario di tutti”. Questo fronte comune dell’antimafia sembra impossibile da realizzare: l’antimafia diventa in qualche caso uno strumento politico, magari per un’opposizione che manca di altri contenuti, e comunque sconta al suo interno alcuni dissapori per questa presunzione di qualcuno di essere il detentore unico dell’antimafia . Tu hai trovato, hai vissuto dinamiche di questo tipo? credi che ci possa essere un momento per cui l’urgenza riesca veramente ad unire tutti?
- Io non so perché mi dici che è una domanda scomoda: questo è quello che io ho sempre pensato. Il fatto è che nelle organizzazioni antimafia da un lato si insinua della gente che cerca di sfruttare questo filone anche per le proprie mire personali e dall’altro ci sono delle vere e proprie infiltrazioni nell’organizzazione antimafia di gente che arriva esattamente dall’altro lato. Faccio l’esempio del consigliere di Francesco Messina Denaro – il signor Vaccarino – che nonostante sia stato condannato a nove anni per traffico di droga sta cercando di rifarsi una verginità e addirittura di infiltrarsi, di porsi come una persona che fa parte di organismi antimafia e che promuove delle organizzazioni antimafia. Questa persona l’ho addirittura querelata perché ha cercato di infangare la memoria di mio fratello dicendo addirittura che Paolo si era presentato in carcere tre giorni prima di morire dicendo che su di lui si era sbagliato e che quindi l’avrebbe fatto mettere in libertà, cosa assolutamente assurda per un giudice come Paolo fare un’azione del genere, tant’è vero che poi ho cercato di documentarmi andando a cercare proprio nell’unica sua agenda che ci è rimasta, l’agenda grigia, e ho visto come nei movimenti di Paolo in quei giorni non sia assolutamente menzionata una visita alle carceri dove era detenuto questo personaggio. In più io ritengo che ci siano delle organizzazioni antimafia di grandi dimensioni e, io non ho paura di parlare, faccio riferimento a Libera, che potrebbero fare molto di più. Libera si presenta come l’associazione di tutte le associazioni antimafia. Io dico: non sono neanche stato invitato l’anno scorso a Bari alla manifestazione nazionale antimafia. Probabilmente non ci sarei andato proprio perché quando queste organizzazioni assumono queste dimensioni forse non fanno abbastanza attenzione a guardare chi viene invitato e se le persone invitate sono degne di stare lì dove si manifesta contro la mafia. Le posizioni che assumo da un po’ di tempo necessariamente devono andare non contro le istituzioni, ma contro chi le occupa, perché io ritengo che il più grosso vilipendio alle istituzioni sia il fatto che certe persone non degne di occupare quelle istituzioni, le occupano. Allora il fatto che io debba necessariamente, per forza di cose, per quelle che sono le mie convinzioni sulla strage del ’92, andare ad attaccare delle persone che occupano le istituzioni viene visto da certe organizzazioni come qualche cosa di dirompente, qualcosa che non può essere mostrato. E di conseguenza io non sono stato invitato a quella manifestazione ed è successo un caso quest’anno quando dopo essere stato invitato a Crema – non mi ricordo se Crema o Cremona – a parlare nell’ambito della Carovana Antimafia è arrivato il volantino senza il mio nome. Probabilmente perché non ero abbastanza presentabile, proprio per questo mio atteggiamento. Io credo che queste cose fanno veramente pensare: forse ad un certo punto le organizzazioni antimafia quando crescono troppo devono salvaguardare certi equilibri e io queste cose le ho dette anche recentemente ad un incontro che ho avuto con Nando Dalla Chiesa, e l’ho detto in maniera franca. Io mi aspetterei da Libera che assuma certi atteggiamenti molto più forti in certe situazioni a fronte di certi fatti che accadono in Italia, invece siamo sempre i soliti: io, Sonia Alfano, Benny Calasanzio, l’organizzazione Dei Georgofili, che assumono atteggiamenti netti e decisi. Non voglio dimenticare anche mia sorella, tant’è vero che non mi risulta che mia sorella attualmente sia in rapporti idilliaci con Libera.
- Non ti capita mai di sentirti solo in questa battaglia?
- Ma io, probabilmente per il fatto che vado tanto in giro e incontro tanti giovani e tante persone che della lotta alla mafia hanno fatto un loro impegno ben preciso e costante – e io vengo invitato in tutta Italia non sicuramente dalle istituzioni ma da gruppi autonomi di ragazzi, da ragazzi dei licei, ragazzi delle scuole, dai meet up di Grillo – mi sento meno solo, cosa che forse se non avessi questi incontri costanti con questo tipo di persone probabilmente mi potrebbe succedere.
- Quale potrebbe essere il consiglio che ti sentiresti di dare alla gente che vive di televisione , alla gente che ogni 19 luglio prova una commozione autentica nel vedere al TG, se lo faranno quest’anno, il servizio sulla morte di Paolo? Qual è lo scatto che manca per avere veramente una nuova partigianeria, nel senso di prendere in modo deciso e netto e intellettualmente onesto una parte?
- Guarda, quando faccio questi incontri con i giovani e anche con gli adulti alla fine qualcuno mi viene a dire: “mi sono commosso”. Io forse in maniera troppo brusca gli dico che se si è commosso allora io non sono riuscito a fare quello che intendevo fare. Perché io in questi incontri con la gente intendo far indignare le persone, intendo fargli suscitare una rabbia contro quello che è lo stato del nostro paese. Quello che invece qualcun altro vuole fare è proprio di limitare le memorie di Paolo alla commozione una tantum in occasione delle cerimonie di commemorazione o altro. Questo è quello contro cui mi ribello, questa è una ben precisa strategia e proprio a fronte di questo io ho organizzato questa manifestazione quest’anno in via D’Amelio il 19 luglio per impedire che la gente vada lì a commuoversi, per impedire che i soliti avvoltoi vengano lì a celebrare la morte di Paolo Borsellino. Il consiglio che posso dare alla gente è quello di spegnere la televisione e di non leggere i giornali e invece di informarsi in maniera autonoma come infatti per fortuna fanno oggi tanti giovani. È vero che esiste anche la massa di giovani che guarda il Grande Fratello e purtroppo questo mi viene detto da quei giovani impegnati che incontro, dicono di sentirsi certe volte un po’ isolati perché cercano di diffondere queste cose e si sentono rispondere: “no guarda che devo registrare il Grande Fratello”. Purtroppo è vero che questo problema esiste, però io dico che nelle nuove generazioni soprattutto c’è una tendenza a non accettare questa informazione così come viene propinata per cercare di addormentare l’opinione pubblica, per addormentare le menti, e a cercare invece di informarsi direttamente. Il consiglio che posso dare alla gente è proprio questo: leggere, leggere il più possibile, informarsi in maniera autonoma e quindi in questa maniera conoscere quella che è la verità. Poi certe cose verranno autonomamente, verranno come diretta conseguenza del fatto che la gente sa, che la gente conosce. Io mi accorgo che c’è una grossa ignoranza in giro, c’è la strategia di fare dimenticare, addirittura di cancellare le nostre memorie, che è quello che viene fatto: si cerca di cancellare la memoria della Resistenza, si cerca di cancellare la stessa Costituzione o per lo meno di stravolgerla. La strategia, purtroppo, è una strategia che sta dando i suoi frutti e che in questo momento purtroppo è vincente. Bisogna incitare la gente a reagire a questa strategia, a non perdere la propria memoria, a informarsi. Quando vado in giro a parlare oggi di agenda rossa e di Castel Utveggio spesso la gente rimane stupita. Mi confessa di non conoscere assolutamente queste cose. Se la gente conoscesse che cosa c’è dietro la strage del ’92 forse reagirebbe in maniera diversa. E forse oggi non saremmo nel terribile stato in cui siamo.
- Ma tu sei ottimista?
- Io non mi posso definire ottimista, nel senso che se non altro penso che della mia lotta per la giustizia e per la verità credo che non riuscirò a vedere i risultati. Io credo che me ne andrò da questo mondo ancora continuando a lottare, e lo farò fino all’ultimo giorno, per la verità e per la giustizia. Ma credo che non riuscirò a vedere i risultati di questa mia piccola lotta che spero non sia solo mia. Però se continuo a farlo vuol dire che credo – e lo credo fermamente – che le nuove generazioni, le generazioni che verranno, riusciranno a sentire quel fresco profumo di libertà di cui Paolo parlava e per cui Paolo è morto.