Cavalli, attore sotto scorta che sfida la mafia

L’intervista – Il 31enne direttore del teatro Nebiolo di Tavazzano con Villavesco, è stato minacciato per i suoi spettacoli che deridono i boss. “Il teatro italiano è omertoso”
“Tengono sotto scacco una nazione grazie alla complicità della politica”
LODI- “C’è una certa fiction che ci vende i mafiosi come geni del male. In realtà sono persone senza credibilità che tengono sotto scacco una nazione solo grazie alle complicità con la politica e i colletti bianchi”.
Giulio Cavalli, 31 anni, attore milanese, molto conosciuto nel lodigiano per aver fondato una compagnia teatrale 8 anni fa e per dirigere il teatro Nebiolo di Tavazzano con Villavesco, è sotto scorta, dall’aprile scorso, caso unico nel panorama teatrale italiano. La sua colpa, agli occhi dei mafiosi, è quella di indagare i rapporti fra mafia (in particolare quella gelese che, secondo Cavalli, è ben presente nel lodigiano), politica e pubbliche amministrazioni, soprattutto per quel che riguarda il riciclaggio di denaro sporco e gli appalti pubblici al Nord.
L’attore ha messo in scena tutto questo nel suo teatro di narrazione. Come se non bastasse, Cavalli, fedele al vecchio slogan “Una risata vi seppellirà”, li ha presi pure per i fondelli i mafiosi nella sua ultima messa in scena “Do ut Des, riti e conviti mafiosi”. Nello spettacolo, scritto da lui insieme a Francesco Lanza, sbeffeggia Cosa nostra raccontando la storia di Totò Nessuno, giovane aspirante mafioso. Attraverso gli occhi di Totò, interpretato da Cavalli, lo spettatore scopre la ritualità della mafia e arriva a riderne in una pièce che è uno sberleffo tagliente e irriverente alla cultura mafiosa.
Quando ha iniziato ad occuparsi di mafia?
“Nel 2006, perchè in quell’anno il Comune di Lodi e di Gela avevano deciso di produrre un mio spettacolo che aveva come scopo quello di continuare l’attività di Peppino Impastato (il giovane ucciso dalla mafia a Cinisi 31 anni fa e diventato un simbolo della lotta alla criminaliltà organizzata, ndr). Per scrivere lo spettacolo ho collaborato con i magistrati e ho lavorato sui documenti giudiziari. I miei viaggi a Gela erano frequenti, così come i miei incontri con il sindaco di Gela. Sapevo che questo mio lavoro era tenuto sotto osservazione. Era passato dagli uffici e dal consiglio comunale. Tutti sapevano su cosa stavo lavorando”.
Ma lei, nello spettacolo, parla anche della mafia al Nord.
“Do ut Des è stato l’inizio di una mia immersione in un certo mondo. Da lì ho cominciato a capire la realtà di Gela, nel lodigiano, e ad occuparmi del fatto che a Tavazzano, dove gestisco un teeatro, una famiglia gelese, i Rinzivillo, ha ottenuto un appalto da quattro milioni di euro per i lavori della centrale termoelettrica (l’operazione, alla fine del 2005, finì nel mirino della procura antimafia, ndr). Parlare della mafia gelese, pensandola a Gela, sarebbe stato un errore. Lo spettacolo è l’occasione per risvegliare un territorio che delega il problema della criminalità organizzata alle regioni del sud”.
Quello che forse ha fatto più arrabbiare i mafiosi è la loro desacralizzazione.
“In “Do ut Des” prendo in giro Riina e Provenzano per l’ortografia che usavano nei pizzini. Lo spettacolo rivendica il diritto a disonorare un onore che, culturalmente, noi non accettiamo”.
E’ per questo motivo che lei è finito nel mirino della mafia?
“Si è partiti dalle minacce via mail, fino a cose molto più pesanti come le gomme tagliate alla mia macchina (ma anche il disegno di una bara, con accanto il nome Cavalli sulla porta del suo teatro e scritte sul furgone dell’attore, ndr). Sulla vicenda c’è un’indagine in corso. Tutto, secondo me, è legato al fatto che nell’ultimo anno e mezzo ci siamo dedicati alla ‘ndrangheta e ad indagare sugli appalti dell’Expo e su quelle famiglie, in Lombardia, che hanno troppa liquidità in un momento di congiuntura economica disastroso”.
Come vive sotto scorta?
“In un modo assolutamente tranquillo. Non amo il voyeurismo che si è sviluppato sulle scorte e poi penso a gente con cui lavoro, come Giancarlo Caselli, che è sotto scorta da decenni. Tuttavia questo è simbolicamente importante, perché significa che lo Stato crede ancora nel valore della parola”.
Cosa pensa, un attore sotto scorta come lei, di uno scrittore che condivide la stessa sorte come Saviano?
“Conosco Saviano e stimo molto il suo lavoro perché ha dimostrato che la parola è importante. Comunque non è la scorta che aumenta la nostra credibilità. Noi raccontiamo cose su cui hanno lavorato magistrati e giornalisti. Siamo i loro megafoni”.
Secondo lei c’è un rischio mafia elevato per quel che riguarda gli appalti dell’Expo?
“E’ la procura nazionale antimafia che dice che la criminalità qui da noi, ha un aspetto prettamente economico. Io racconto cose che sono state indagate, giudicate e magari dimenticate. La previsione futura è che nella zona dell’Expo faranno grandi affari i Barbaro, i Papalia e i Piromalli (famiglie della ‘ndrangheta calabrese finite più volte nel mirino dell’antimafia, ndr) che hanno il controllo della movimentazione terra in quelle zone”.
Lei è sotto scorta, ma il teatro italiano si occupa di mafia?
“Il teatro italiano vive di finanziamenti pubblici e quindi è un teatro omertoso su questi fatti. In questa situazione, una normalità dignitosa è sufficiente per essere eccezionali. Mi chiedo se il teatro civile, in Italia, debba essere per forza solo teatro di memoria senza essere calato nell’attualità. E’ bravo a raccontare quello che è già successo ma poi, dipende dalle amministrazioni di turno, si ferma su qualsiasi cosa che possa turbare i politici”.
Paolo Pergolizzi

La piece
Il picciotto capì che un decreto legge costa meno del tritolo
“Do ut Des, riti e conviti mafiosi” è il titolo dell’ultimo spettacolo di Giulio Cavalli, scritto insieme a Francesco Lanza. La messa in scena sbeffeggia Cosa nostra raccontando la storia di Totò Nessuno, giovane aspirante mafioso. Attraverso gli occhi di Totò, interpretato da Cavalli, lo spettatore scopre la ritualità della mafia e arriva a riderne grazie alla presenza in scena di un insolito Virgilio, il clownesco maestro di cerimonie mafiose Matteo Barbè. La piece diventa uno sberleffo tagliente e irriverente, una rilettura in chiave comica della storia della “parola di 5 lettere” che non esiste nei documenti ufficiali, non appare sulle lapidi, ma uccide. Le registrazioni delle voci di Peppino Impastato e Libero Grassi, ma anche di Totò Cuffaro si intrecciano alla vicenda di Totò Nessuno che da semplice aspirante mafioso di bassa lega arriva a intuire che “un decreto legge costa meno del tritolo” e si appresta a intraprendere una carriera tutta politica all’interno della società dalle 5 lettere, non prima di un pirotecnico comizio-talk show. Fra i collaboratori dello spettacolo Rosario Crocetta, sindaco anti-mafia di Gela, Giovanni Impastato, fratello di Peppino, Giuseppe Maniaci, giornalista di Telejato, tv locale con sede a Partinico che dal’99 informa con nomi e cognomi senza censure su tutto quello che succede in Sicilia.

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