Giulio Cavalli sulla “cultura”. Intervista di Studio28.tv

Prima parte dell’intervista a Giulio Cavalli, attore lombardo che, con lo slogan “la bellezza dell’impegno” ha deciso di candidarsi alle Regionali con l’Italia dei Valori. Giulio è direttore artistico del teatro Nebiolo, a Tavazzano con Villavesco (Lodi), dove l’abbiamo raggiunto per questa intervista. Coraggioso autore dei suoi testi, in cui denuncia senza mezzi termini usi e abitudini della mafia e della criminalità organizzata locale, “di quella Lombardia che si crede immune dalla mafia”, Giulio dal 2008 vive sotto scorta, per aver ricevuto delle intimidazioni mafiose in seguito al suo spettacolo Do ut des. Nel dicembre 2009 riceve il premio Giuseppe Fava, “Scritture e immagini contro le mafie”.
http://www.studio28.tv/?p=139


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TESTO
Cavalli: Io credo che ci siano due visuali della cultura. Una è quella della cultura effettivamente fatta, quindi quella artigianale, quella fatta da messinscena a livello produttivo dalle compagnie, sia giovani che meno giovani, sul territorio in modo capillare, che sta benissimo, nonostante tutte le difficoltà. Però in realtà si è abituata a sopravvivere nonostante le difficoltà, ogni tanto anche le resistenze che una certa amministrazione pone. E’ una cultura che sta benissimo perché ha l’opportunità di prendersi anche una responsabilità d’informazione. Perchè mi sembra che abbia deciso, in larghi strati degli operatori culturali, anche di contribuire alla responsabilità e alla coscienza e momenti di autocoscienza di un popolo, e che questo quarto stato del popolo ormai sembra che sia dimenticato anche, per quanto riguarda la cultura. E dall’altra parte invece una cultura che è quella scritta sui professionisti o politicanti delle carte a posto che invece sta malissimo, ma sta malissimo perché è ferma su posizioni, idee e dinamiche di amministrazione che risalgono ormai a qualche decennio fa.

Bisogna chiarirsi poi soprattutto su cos’è la cultura, cioè quando una cosa da spettacolo prettamente estetico e ludico diventa cultura, quindi qual’è quel limite che li definisce, non perché uno abbia maggiore spessore dell’altro, ma perché in realtà hanno due obiettivi che sono completamente diversi e quindi probabilmente hanno bisogno di una gestione completamente diversa.
A livello di gestione della cultura in Italia siamo come eravamo già molti anni fa, a quel livello medievale di una politica che ovviamente ha bisogno di risultati entro il proprio mandato elettorale, e per cui un’amministrazione che non ha prospettiva nel valutare le cose, e quindi inevitabilmente punta molto di più all’evento che al radicamento; una cultura, invece, di coscienza del radicamento ne ha assolutamente bisogno. E quindi si arriva a questi finanziamenti con una gestione abbastanza nebulosa ai grossi enti, che già godono di una visibilità e che molto spesso diventano delle scatole di ospitate costosissime, ma a livello proprio di costruzione di cultura ogni tanto mi lasciano molto perplesso. Mentre c’è una parte in cui, cercando un ideale paritetico che in realtà è falsissimo, si va sui contributi a pioggia, per cui ci si ritrova ad avere ognuno un pezzettino di quella carità che i governi ogni tanto fanno alle giovani compagnie.
E poi c’è il problema secondo me proprio di definizione. Ovvero esistono i teatri stabili, esistono i teatri d’innovazione, esistono i teatri per ragazzi. Il teatro, quant’è un luogo fisico e quant’è invece un luogo in cui gli abitanti di quel teatro determinano il profilo fisico, anche, di quel teatro? Su questo mi sembra che la legge debba snellirsi almeno a livello di riconoscimento dell’attività delle compagnie. E succede, io parlo della mia visione di operatore culturale lombardo, ad esempio che in Lombardia questo nuovo movimento che è partito dalla Puglia soprattutto, ma anche in Toscana, in Emilia Romagna e sta arrivando in modo omogeneo, si sta spandendo su tutto il territorio, ci sono poi quelle compagnie giovani che hanno la possibilità con grossissimi sacrifici di ottenere un luogo, e quindi in realtà diventano residenti, dipendenti dal quel luogo, che in realtà è com una lumaca che si porta sulla schiena un luogo in cui si riconosce e che le assomiglia tantissimo, che sono quelle famose compagnie in residenza, o quei teatri che in realtà andrebbero chiamati residenze che a livello legislativo però in realtà non esistono. E allora quando qualcosa succede e in realtà a livello legislativo non esiste, almeno una disattenzione, speriamo non sia intenzionale, però, comunque è evidente.
Domanda: Cos’è il movimento che dicevi che è partito dalla Puglia?
Cavalli: A livello teatrale, in realtà aldilà di quei quattro o cinque signorotti, che sono diventati i conii di se stessi e che raccontano uno dei teatri, mettono in scena uno dei teatri più morti che possano esistere in Italia, esistono compagnie giovani che si lanciano in un’opera che definire teatrale o definire uno spettacolo di danza o definire uno spettacolo musicale è assolutamente riduttivo e irrispettoso, per l’enorme lavoro che si e deciso di fare prima, e quello è un lavoro che va riconosciuto e va pagato, se siamo una repubblica fondata sul lavoro.
Domanda: Invece, a livello proprio lombardo, anzi partiamo proprio da prima, la Lombardia, come regione, a livello di politiche culturali legate allo spettacolo, da dove viene e dove sta andando, dopo quindici anni di…
Cavalli: Beh, sai qui c’è un problema politico che secondo me è evidente, è il problema che un partito come la Lega si ritrova ormai ad essere veramente nei luoghi di gestione. E la Lega, questo c’è scritto nei loro programmi, rivendica la cultura della raspa dura, della lotta tra mucche o cose di questo tipo e quindi dobbiamo arginare un attimo questa deriva un po’ mesozoica nella concezione di cultura; questa è la prima cosa. Il secondo punto è che secondo me la cultura in Lombardia, come anche in tutta Italia se ci pensi, dipende veramente dalle mestruazioni del politico di turno, quindi i migliori finanziamenti arrivano molto spesso agli apriporte di qualche politico, o ai lucidaottoni di qualche politico, e in una politica Lombarda che in realtà aspira ad avere il controllo su tutto, riuscendo addirittura ad arrivare, tu pensa ad esempio in altri casi, a voler avere il controllo sulla magistratura; allora bisogna decidere quanto la cultura possa essere e debba essere la voce del padrone perché è l’unico modo per farsi finanziare, oppure può semplicemente essere un momento di messa in scena e messa in relazione della propria dignità, del proprio lavoro, del proprio pensiero. In lombardia quindi ci sono alcuni teatri che hanno dei costi che sono enormi, assolutamente prestigiosi e hanno dei finanziamenti enormi; allora qui mi sorge questo dubbio su come un teatro che ha già una visibilità europea, io concordo sul fatto che una regione o una nazione debba riconoscere questo profilo così alto, ma penso anche di dover riconoscere che se il finanziamento pubblico, che sia regionale o ministeriale, in realtà deve concorrere a far crescere la cultura, allora forse bisognerebbe volgere il proprio sguardo su tutto quello che di nuovo sta arrivando. Ci si ritrova per dei meccanismi politici ad essere delle giovani promesse che cominciano a poter tranquillamente fare il proprio lavoro nel momento in cui, probabilmente la loro spinta giovanile, ma giovanile non a livello biologico, a livello di interattività, avviene solo nel momento in cui già dietro di loro spingono altre generazioni. C’è questa sensazione che siamo sempre una generazione in ritardo.
Domanda: Tu hai dato un’occhiata alla legge sullo spettacolo che è stata fatta alla regione un anno fa?
Cavalli: Non ancora con calma.
Domanda: Perchè è interessante, perchè sembrava anche abbastanza buona come spirito, però non è stata applicata per niente.
Cavalli: E’ certo! questo qui è un problema generale. Il problema è che le leggi vanno usate e osate. Guarda, l’iniziativa “Next” è in realtà validissima. Il problema è che ogni tanto dà la senzazione di rientrare in uno di quei circhi in cui c’è una divisione dovuta al profilo pubblicitario delle compagnie che partecipano, molto più dei lavori che fanno, e diventa per l’ennesima volta una masturbazione endogamica delle persone di cultura, che sembra che abbiano bisogno di ghettizzarsi per salvarsi. E quindi si finisce che il giudizio e l’interesse di uno spettacolo viene deciso dagli operatori stessi.E il risultato è  “io non mi impegno, non mi interessa avere il polso del pubblico e dell’interesse del pubblico”, io invece non vado ad occupare un campo di giudizio che non mi appartiene. E quindi succede che ci sono queste porte chiuse in cui girano sempre le stesse facce, sembra veramente un carrozzone che si parla addosso con cerimoniali anche abbastanza noiosi ed asfittici.

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