FABER intervista Giulio Cavalli

Just Cavalli: l’intervista

Intervista a Giulio Cavalli, 19 febbraio 2010

Paragrafo 1)

“CAVALLI” DI RAZZA

“Ci sono storie che crescono senza essere raccontate; a volte perché si perdono negli orli delle storie importanti, a volte perché puzzano, a volte perché in negozio stanno negli scaffali nascosti sotto la cassa perché la vetrina deve essere sempre rassicurante, a volte perché il silenzio è pace, il silenzio è calma, il silenzio è rosa.”

Inizia così “A cento passi dal duomo”, uno dei tanti spettacoli di Giulio Cavalli, trentaduenne di Lodi che di parlarti della “mucciniana” crisi dei trentenni non ci pensa neanche. Ha cose più importanti da fare: ha deciso di romperlo, questo “maledetto silenzio”.

Con la sua compagnia teatrale ha trasformato la propria attività artistica in denuncia, passando pian piano dalla commedia dell’arte a quello che una volta si definiva “teatro-documento”. L’idea di base è semplice: partire dall’inchiesta e portarla in scena, senza aggiunte di fantasia – una sorta di giornalismo recitato sul palco. Per i propri show va a pescare nei capitoli bui o meno raccontati dalla “cronaca” nazionale, da Linate al G8 di Genova, e come sempre, quando si guarda nelle zone d’ombra del nostro Paese, si finisce a parlare anche di mafia.

Storie volutamente nascoste che fanno rabbrividire. Cavalli ha deciso di raccontarle facendo la cosa che meno ti verrebbe di fare quando le senti: scherzaci su.

Si può fargli notare che si comporta da giullare, arlecchino o, se siete milanesi come lui, da “pirla”. Non gli interessa, anzi sottolinea l’importanza della burla come vero strumento di denuncia.

“Con la risata attacchi in modo violento e senza urlare. Spiazzi il pubblico, lo solletichi, attirando più gente e la gente più diversa. Ma, mentre diverti, informi. Passi un messaggio”, ci racconta Cavalli con voce un po’ nasale che tanto ricorda il suo collega Paolo Rossi.

Questi attacchi però spesso portano con sé delle risposte. E se nel caso di alcuni spettacoli la reazione era stata la querela, con la mafia la questione è, in un certo senso, più banale. In seguito a reiterate minacce, Giulio vive sotto scorta da quasi due anni. Proprio ieri (18 febbraio, giorno antecedente l’intervista, nda), l’ennesima intimidazione: un altro proiettile viene recapitato al suo ufficio in via Lepontina. “Cercare di oggettivizzare il fascino della minaccia è un’operazione culturale molto pericolosa; sono contrario alla sua esibizione. Bisogna stare attenti a non cadere nel savianesimo (con tutto il rispetto per Roberto, di cui sono amico). Andare avanti non è una questione di coraggio, ma una questione di dovere: i principi di una vita retta sono sanciti dalla Costituzione, e se chi li segue sembra un grande eroe è a causa della piccolezza degli altri. Con questi avvertimenti i mafiosi cercano di fiaccare la nostra energia, sperando di vederci meno decisi ad andare in scena. Ciascuno la può prendere a modo suo, ma non è la forma della minaccia la notizia, per me. Io sono tutelato. C’è gente come Caselli che è sotto scorta da quarant’anni, in Sicilia ci sono panettieri sotto scorta. Ci convivo io come ci convivono 670 persone nel nostro Paese. Ma l’Arte in Italia può essere minacciata, è questa per me la notizia.”

I problemi però non si limitano alle minacce: negli ultimi anni per l’attore (nonché regista) lombardo trovare teatri che gli permettessero di esibirsi è diventato sempre più problematico. Eppure i suo spettacoli sono un’eccezione a livello nazionale, in quanto riescono ad attirare un pubblico numerosissimo pur senza andare in televisione. Appena qualche settimana fa ha richiamato 2500 persone in piena periferia milanese. Come ma allora i teatri che contano, gli stessi che nel 2006 gli lasciavano esibire “Linate” sul palco di via Rovello o dello Strehler sebbene fosse uno sconosciuto 29enne, adesso non lo vogliono più?

“Il problema è che i teatri non dovrebbero essere politicamente ricattabili, invece ricevono soldi dalla politica. E per me parlare di mafia senza parlare di politica è inconcepibile. Non esiste la mafia senza politica. Al contrario, la politica senza mafia esiste, è un fatto. “Linate” parlava di errori, quindi era perdonabile. Ma le collusioni tra politica è criminalità non nascono da errori, sono frutto di una precisa volontà, e politici e mafiosi hanno nomi, cognomi e numeri di conto corrente.”

Lo spettacolo di Cavalli non si fa certo scrupoli nel metterli in scena.

“Teatrare è un dovere. Saperlo è un dovere”

Paragrafo 2)

NON C’E’ MAFIA SENZA POLITICA

A Milano manca la volontà di combattere il problema, anzi anche solo di parlarne. “E’ palese. Non è una questione di colore politico dell’amministrazione. La mafia, che controlla moltissimi voti, sta con chi la fa lavorare, ovvero con chi governa. E a Milano chi governa da 15 anni è il centrodestra. Non bisogna nemmeno credere però che l’opposizione sia detentrice dell’antimafia, attenzione! In ogni caso, bisogna rendersi conto che la presenza mafiosa sul territorio milanese e lombardo è pari a quella di Cosa Nostra in Sicilia, della ‘ndrangheta in Calabria o della Camorra nel napoletano.”

La mafia, al contrario degli onesti cittadini, ha un problema: troppi soldi e difficoltà a nasconderli. L’unico modo è confonderli tra altro denaro, e Milano, capitale economica del Paese, è il luogo ideale. Lo scudo ha ulteriormente aiutato; la situazione, in vista del 2015, è grave.

Non siamo noi a dirlo, ma gli atti giudiziari: la ‘ndrangheta è endemica nella gestione degli appalti, anzi ha acquisito tale potere e autorevolezza che ormai sono gli imprenditori a offrirsi spontaneamente alla criminalità. La torta dell’edilizia è grande e c’è una fetta per tutti. Eppure Sindaco e Regione continuano a dire che il rischio di contaminazioni criminali nell’Expo è puro allarmismo. Anzi, hanno anche sciolto l’apposita Commissione Antimafia.

“Recentemente Maroni ha parlato del GICEX, un comitato interforze coordinato dal Prefetto (Gian Valerio Lombardi, nda). Certo che se il Prefetto è lo stesso che nega l’esistenza della mafia a Milano, qualche dubbio viene…”

Al di là degli appalti, la criminalità organizzata controlla moltissime altre attività in città e nell’hinterland. La ‘ndrangheta ad esempio gestisce in modo quasi esclusivo il mercato dello spaccio, che è il principale del Paese. Come è possibile allora che pur essendo così forte e radicata, sia una presenza che molti non avvertono o negano?

“Qui manca la mentalità, l’abitudine a prestare attenzione. In Sicilia la gente nasce e sa che il problema sussiste, sa a cosa badare, dove cercare e via dicendo; qua siamo ancora 30 anni indietro. Non è un problema di gente che non si informa, anzi. Esiste uno strato sociale che indaga e si interessa; ve n’è un altro però che subisce al Morati quando dice che la mafia non c’è o che in ogni caso è meglio non parlarne. C’è una classe politica convinta che parlare del pericolo mafioso sia il peggior modo di rovinare l’immagine di Milano, la sua vetrina. Un altro motivo per cui conviene tener nascosto il problema è che tirarlo fuori comporta dover essere pronti risolverlo.”

Se la politica si permette di negare le mafie però è perché sa che l’elettorato glielo consente. E la politica risponde solo al consenso. Anche i media glissano spesso sulla questione, ecco dunque qual è il ruolo della società civile: sensibilizzare. Gli uomini di cultura possono essere importanti per farsi portavoce di una lotta che deve essere di tutti, dalle casalinghe agli imprenditori, dalle suore ai gigolò.

Paragrafo 3)

SCENDO IN CAMPO

Dalle sue parole sembrerebbe trapelare una sfiducia completa per la politica nella lotta contro la mafia. Ma Giulio “il giullar che vien da Lodi” non ha fatto suo il rassegnato detto “è tutto un magna magna…” e così oltre che parlarne male ha deciso di provare ad entrarci candidandosi alle regionali come indipendente tra le file dell’Idv. Gli abbiamo chiesto di spiegarci al sua scelta: “Penso che la politica sia un buono strumento. In passato ho rifiutato varie proposte da diversi partiti, per le europee e le politiche. Ma la mia Regione mi interessa, e il quinquennio è a venire, per l’Expo e una serie di altre problematiche, sarà di grande importanza. Mi trovo pienamente in linea con gli 11 punti di programma nazionale dell’Italia dei Valori, e poi in questo partito ci sono molti miei amici. Ma più importante ancora è l’indipendenza che mi hanno dato: condividono il mio obiettivo forte e mi delegano la responsabilità dei modi per perseguirlo. Una persona di cultura deve essere libera. Credo che per combattere le mafie servano due cosa: i sodi e una rivoluzione culturale. Questo ce lo dicevano già Falcone e Borsellino. Senza rivoluzione culturale, senza che diventi la battaglia di tutti, non si può combattere la mafia, ma io sono molto ottimista. Altrimenti, non farei quel che faccio.”

“Si continua, a briglie sciolte, con la pulizia di riconoscere gli sporchi, con la superbia per sopravvivere agli spocchiosi e con un paio di cartucce da lucidare per prepararle all’inchino”

Alessandro Sarcinelli

Nicolò Cambiasso

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