GAZZETTA DEL SUD sul teatro di Giulio Cavalli

Giulio Cavalli e il teatro Storia di un impegno nella guerra alle mafie

Presentato all’Acquario il suo spettacolo

COSENZA 10/04/10 – La ‘ndrangheta teme la parola più del piombo rovente. Ciò che non si dice, non esiste. Per questo, Giulio Cavalli, attore, è costretto a guardarsi le spalle, a vivere sotto scorta. Ma è, per paradosso, lo stesso motivo per il quale chiama le cose col loro nome. Per cui va di persona nei luoghi di cui parla. A Casal di Principe, a Palermo, in Calabria. E non è un caso che lo spettacolo che ha presentato ieri al teatro dell’Acquario – preceduto da una conversazione col caposervizio della redazione cosentina di “Gazzetta del Sud”, Arcangelo Badolati – s’intitolasse “Nomi, cognomi e infami”. Sa usare le parole, con una cadenza affabulatrice che però non ha nulla di aleatorio, di mistico. «Il mio è uno spettacolo che rompe gli argini del teatro ludico, delle scimmiette che danzano sul palco».

Parla di don Peppino Diana, dell’infamia della delazione, della resa e della reazione sociale, delle cattive abitudini “esportate” al nord: «A Lonate Pozzolo (dove sorge l’aeroporto di Malpensa) è arrivata fin da Cirò la statua di san Cataldo, che ha sostituito quella del paese». Ma la religione e la chiesa, come ineguagliabili collanti sociali, possono molto, nella lotta alle mafie. «Ma ci siamo accorti da poco – ha detto Badolati – che la mafia ha esteso i suoi tentacoli anche al nord. Si diceva che qui la ‘ndrangheta non esisteva, e che nei giornali dovevamo scrivere mala».

Perciò, dice Cavalli, «bisogna creare un antiracket sociale, insieme a quello economico. Con don Peppe Diana tentarono di calpestare la memoria. Bruno Caccia morì solo. Pippo Fava fu ucciso per il coraggio della sua normalità». Racconta di come condusse uno spettacolo sotto gli occhi dei Belfiore, nella metà del castello che gli era stato confiscato. E del sacrificio di Rita Atria, «figlia di mafiosi che si affidò a Borsellino e si suicidò dopo la sua morte. La madre spaccò la sua lapide. Ma sul diario di Rita c’è una delle frasi più belle: “Prima di tutto, dobbiamo sconfiggere la mafia che è dentro di noi”».

Carlo Minervini

http://www.gazzettadelsud.it:80/NotiziaArchivio.aspx?art=54116&Edizione=8&A=20100410

Rispondi