Cosa nostra ovvero l’ossessione dell’accordo

di Nicola Biondo

I mafiosi i soldi sanno come farli. Non ci sono quasi segreti nelle modalità che scelgono. L’unica cosa che vogliono mantenere segreta è chi incontrano, chi ricattano, chi si sono “messi nelle mani”.

L’ossessione di un siciliano potente o di chi studia le strutture di potere legali e illegali è sapere chi sta con chi. Per fare cosa lo si può capire solo dopo avere analizzato il primo passaggio.

La mafia siciliana spara all’uomo isolato, al bersaglio che prima ha disumanizzato – mascariato si dice nel truculento gergo mafioso – agli occhi della politica, della società, delle istituzioni, in modo tale che la sua morte faccia meno danni possibili. I mafiosi prima di sparare parlano, si informano, cercano di capire se c’è qualche possibile alleato interessato al loro crimine: cercano convergenze per evitare di rimanere “dopo il colpo” da soli. In una lettera, Provenzano distilla questa saggezza in poche parole: “ci sono uomini che fanno più danno da morti che da vivi”. Quando è avvenuto il contrario, quando la vittima diventa, post mortem, eroe e la sua morte causa di disgrazie per l’onorata società, allora è possibile intravedere un patto che viene meno e un nuovo accordo che avanza.

Il patto, l’accordo, era l’ossessione di un mafioso che è stato il più potente uomo politico siciliano per trent’anni: Salvo Lima era solito dire “Si un’semo tutti raccuordo, un si cala a’ pasta”. Se non siamo tutti d’accordo, la pasta non si butta ovvero bisogna raggiungere un accordo che soddisfi tutti, nessuno deve potersi lamentare dopo le decisioni prese. Quando i boss decisero che Lima non aveva più garantito i patti lo eliminarono. Subito dopo – raccontano i collaboratori di giustizia – arrivano dai summit di Cosa nostra le parole agghiaccianti di Riina: “Quelli li ho nelle mani io, è questo è un bene per tutti noi” – riferendosi a due noti imprenditori poi diventati tra i fondatori della seconda repubblica. O ancora: “Quelli si sono fatti sotto, ci vuole un altro colpetto – è sempre Riina a parlare così a Brusca a pochi giorni della strage Borsellino, intendendo per “quelli” alcuni uomini delle istituzioni.

La mafia non è un fatto fisiologico della Sicilia ma è la patologia. Vivendo fuori Palermo mi capita spesso di vedere gruppi di contadini, di pastori. Mi dico che queste persone, probabilmente analfabeti, potrebbero anche essere i nuovi capi di cosa nostra. Ma la domanda seguente è: è mai possibile? Non basterebbe tutta l’omertà di milioni di siciliani a proteggerli di fronte a migliaia di poliziotti e carabinieri, di fronte alle sofisticate indagini di magistrati capaci. Cosa fa diventare boss mafiosi, temuti e rispettati, un branco di banditi? I corleonesi sono stati il sottoproletariato di Cosa nostra con a capo due eccezionali tribuni, Luciano Leggio prima e Salvatore Riina, dopo. Sono loro che hanno condotto alla vittoria quest’esercito di viddani: li hanno formati, guidati e portati all’assalto della nobiltà mafiosa di Palermo e di tutta la Sicilia. Nello stesso tempo Liggio e Riina si sono confrontati con lo stato, con una parte della classe dirigente del Paese. Con gli omicidi, con gli affari, con i voti. In pace e in guerra. L’ossessione allora si appunta su quali mani stringono i boss. Mani untuose di prelati, sbrigative e decise come quelle di oscuri e potenti manager, di politici in ascesa o di ufficiali di polizia.

Le mani giuste

A cavallo delle stragi di Falcone e Borsellino, due uomini delle istituzioni hanno toccato le mani giuste, hanno provato a osservare l’abisso. Nell’estate-autunno del 1992 gli ufficiali dei carabinieri Mario Mori e Giuseppe De Donno hanno ottenuto di incontrare Vito Ciancimino, l’uomo che ha incarnato la discesa dei corleonesi dalle campagne alla città. Democristiano, già sindaco di Palermo, uomo d’affari e di tessere, scaltro e lungimirante, Ciancimino è figlio del barbiere di Corleone, ha insegnato a Bernardo Provenzano a fare di conto. Si racconta che ad ogni sbaglio dell’allievo, volassero insulti e qualche schiaffone. Ciancimino è stato definito “il burattinaio dei corleonesi”. E’ a un uomo come questo quindi che i due investigatori si rivolgono nella terribile estate del 1992. “Ma qui c’è un muro contro muro, non è possibile parlare con questa gente?” dice Mori. “Si può vedere” – risponde Ciancimino. Non è certo quando sia avvenuto l’incontro, se prima o dopo la strage di Borsellino del 19 luglio 1992. Rimane un fatto che un uomo dello stato, un carabiniere, si dichiara disponibile ad interloquire con il ghota di Cosa nostra. Ciancimino ha due canali aperti con la Cupola: uno diretto, telefonico ed epistolare, con Provenzano che si presenta sotto le spoglie dell’ingegner Lo Verde. L’altro è con Salvatore Riina, tramite il suo medico di fiducia Antonino Cinà, uno che si definisce “un paciere, un po’ come l’Onu”.

Il secondo incontro tra i due ufficiali e Ciancimino ha contorni ancora più spaventosi. “Voi che cosa offrite, chi vi manda? – chiede. “Non ci manda nessuno – risponde Mori – dite ai mafiosi che si consegnino e lo stato tratterà bene le loro famiglie”. E’ possibile che dietro due carabinieri, anche se in alto di grado, non ci sia nessuno? Sì, solo a patto che a quell’operazione informativa faccia seguito un pedinamento di Ciancimino per vedere con chi si incontra, quali sono i suoi canali di contatto con la cupola. E infatti lo stesso Mori spiegherà ai giudici, molti anni dopo, che l’obiettivo di quegli incontri con don Vito era ottenere elementi utili alla cattura dei latitanti. Sta di fatto però che in nessun atto giudiziario risulta che ciò sia avvenuto. Eppure sarebbe stata una buona idea: lo stesso Ciancimino conferma in un interrogatorio di aver domandato nell’ottobre del 1992 a Mori le piantine di una zona di Palermo con il preciso obiettivo di trovare il rifugio di Riina. Sarà proprio in quella zona attenzionata da don Vito che gli ufficiali del Ros capitanati da Mori, due mesi e mezzo dopo, arresteranno il boss e non perquisiranno il suo covo, andando secondo una sentenza “ben al di là dell’autonomia loro consentita dalla legge”.

Ma è quella frase di Mori l’aspetto più oscuro di quei colloqui. Quando Ciancimino chiede cosa offrono i due ufficiali, Mori ribatte: “Dica loro (ai boss) che si consegnino e lo Stato tratterà bene le loro famiglie”. Solo in una dittatura lo stato può garantire come fosse una speciale concessione di non rivalersi sui familiari di un ricercato. “Consegnatevi e lo stato tratterà bene le vostre famiglie” è una frase degna di un generale golpista – cosa che Mori per fortuna non è – e non di un investigatore in un paese democratico. Non risulta ancora che in Italia i familiari di un terrorista o di un mafioso siano stati fatti oggetto di attenzioni meno che lecite da parte dello stato. Cosa allora poteva significare la frase del colonnello dei carabinieri Mario Mori riferendosi ai padrini della Cupola che in quel periodo avevano messo in ginocchio il Paese con le stragi? Nessuno lo ha mai chiesto all’alto ufficiale. Fa venire i brividi immaginare che questa proposta sia arrivata al sanguinario e irascibile Riina. Chissà come avrà reagito l’uomo che guidava la guerra allo Stato di fronte alle parole di Mori.

Quegli incontri introdussero in realtà alla cattura di Salvatore Riina e all’ascesa di Bernardo Provenzano e della sua mafia invisibile: l’arresto di Riina fu senza dubbio una brillante operazione contraddistinta però – come ha evidenziato una sentenza – “da una serie concatenata di omissioni” che i protagonisti non hanno mai spiegato. Un mafioso una volta disse ad un ufficiale dei carabinieri: “I latitanti in Sicilia o si ammazzano o si vendono”. Quasi tutte le catture dei più grandi boss, da Liggio a Michele Greco a Riina, hanno zone d’ombra, aspetti mai chiariti.

Quali furono allora gli effetti di tali abboccamenti tra un ufficiale dei carabinieri e il burattinaio dei corleonesi? Due sentenze li spiegano così. Nella prima si afferma che quegli incontri diedero, “la “devastante” consapevolezza, in capo all’associazione criminale, che le stragi effettivamente “pagassero” e lo Stato fosse ormai in ginocchio, pronto ad addivenire a patti”. La seconda afferma che la trattativa Mori-Ciancimino, “ebbe sicuramente un effetto deleterio per le Istituzioni, confermando il delirio di onnipotenza dei capi mafiosi e mettendo a nudo l’impotenza dello Stato…Il disinganno susseguente alla stasi della trattativa e all’arresto di Riina faranno da detonatore ad una miscela esplosiva già pronta e confezionata”, cioè alle stragi del 1993 a Roma Firenze e Milano.

Per anni di questa trattativa – così è stata definita da una sentenza – non si parlerà più. Nell’estate del 1996 sarà Giovanni Brusca a raccontarla ai giudici. Secondo il massacratore di Capaci Riina inviò a Ciancimino un Papello, una serie di richieste allo Stato in cambio della fine della stagione delle stragi – affinché questi lo consegnasse ad uomini delle istituzioni. Brusca solo tre anni dopo, nel 1999, venuto a conoscenza degli incontri tra Mori e l’ex-sindaco, farà due più due e legherà questa vicenda alla consegna del Papello. Oggi il collaboratore di giustizia rincara la dose: “Riina mi disse il nome dell’uomo delle istituzioni con il quale venne avviata, attraverso uomini delle forze dell’ordine, la trattativa con Cosa nostra”.

L’uomo delle istituzioni è colui che avrebbe inviato il generale Mori da Ciancimino? Per accettare quella serie di richieste presentate da Cosa nostra serviva lo sta bene di poche ma selezionate persone. Un esempio: gli arresti domiciliari o ospedalieri, richiesti da Riina, per alcuni boss detenuti all’Ucciardone necessitavano della firma del tribunale di Palermo e dei ministri dell’Interno e della Giustizia. Chi sarebbe stato disponibile? Claudio Martelli era al dicastero di via Arenula, Mancino si trovava da pochi giorni al posto di Enzo Scotti al Viminale, mentre alla Procura di Palermo si fronteggiavano due linee, quella del procuratore Enzo Giammanco e quella di Paolo Borsellino. Qualcuno tra loro è venuto a conoscenza del Papello oppure si era impegnato ad esserne garante?

Non sappiamo cosa Paolo Borsellino avesse capito della strage di Capaci, se qualcuno gli parlò mai del Papello facendo leva sul fatto che accettando anche solo alcune delle richieste della mafia si sarebbero potuti evitare morti innocenti. Sappiamo invece con certezza che il magistrato aveva capito che in quella fine di primavera del 1992 all’interno di Cosa nostra si contrapponevano due linee: quella di Riina contro quella di Provenzano. Lo scontro riguardava le modalità di attacco allo stato. Borsellino aveva saputo leggere il ritorno della famiglia di Provenzano, moglie e figli, alla natia Corleone dopo una vita di clandestinità. Era avvenuto alla fine di Aprile del ’92, poche settimane dopo l’omicidio Lima e un mese prima dalla strage di Capaci. Fu un segnale chiarissimo: Provenzano pubblicamente si dissociava da quello che sarebbe potuto succedere di lì a poco. Per alcuni invece quella era la prova che il boss era morto. Per don Binnu la scelta terroristica delle stragi era un azzardo ma Riina – raccontano diversi pentiti – aveva avuto rassicurazioni da personaggi esterni all’organizzazione. E’ questo foglio di carta semplice, scritto a mano direttamente da Salvatore Riina nell’estate del 1992 che gli investigatori stanno cercando da quando Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, ha deciso di raccontare la sua versione dei fatti. E’ come provare a far riemergere una scatola nera di un aereo che si è inabissato. Quel foglio è la scatola nera che ha registrato la direzione seguita dal nostro paese in questi anni, è l’armadio della vergogna della Repubblica. Ciò che spiegherebbe la strage di Capaci, prima e quella di Borsellino, dopo.

Cosa nostra vive e prospera in uno stato democratico perché sa come e con chi fare affari, contro chi e quando sparare. E’ un organismo pensante, con stringenti e ferree logiche. In una recente intercettazione appare evidente il timore dei bravi ragazzi che in Sicilia si faccia “come i napoletani”, cioè senza una struttura di vertice, codificata e rispettata.

E allora è proprio qui la differenza che salta agli occhi tra il sistema Cosa nostra e la Camorra.

Se dietro alla valanga di soldi che la camorra macina ogni giorno si vede chiaramente una predisposizione eccezionale al commercio legale e illegale che corrode uomini e cose, altrettanto chiara è la capacità di cosa nostra di cercare e trovare alleati politici, di cercare e trovare appoggi per il controllo territoriale. Per cosa nostra i soldi, i piccioli, provengono dal controllo territoriale e dall’essere un’organizzazione prettamente politica.

L’unica cosa che i boss, da Riina a Provenzano a Matteo Messina Denaro, tacciono a volte anche ai propri uomini più fidati sono i contatti “con le persone importanti”. E’ quello il loro potere, prima che le armi.

L’ossessione allora di cui stiamo parlando è quella che riguarda le facce e le mani “pulite” che consentono a Cosa nostra di essere quello che è. La rabbia non riesce più ad appuntarsi sulle scandalose latitanze, sulle ricchezze criminali, sull’arroganza dei proclami delle bestie in gabbia al 41bis.

Che Carmine Schiavone o altri come lui decidano quali ditte devono vendere e produrre in Campania per quanto faccia schifo è una scena di un vecchio plot: il manager di una struttura legale che fa affari con il boss di una struttura legale. Entrambi hanno il loro guadagno, entrambi sono stati “eletti” dalla propria azienda per ottenere il massimo profitto.

Altro è immaginare un uomo in divisa, un rappresentante eletto, un giudice, che in nome di un patto, di una ragion di stato di cui si fa strumento, decide di accordarsi con il criminale.

Il politico, il poliziotto, il giudice sono roba nostra, perché noi li abbiamo votati, perché noi gli abbiamo chiesto che ci proteggano, perché noi siamo pronti ad essere giudicati.

Sono queste figure – il giudice, il poliziotto, il politico – che vediamo ogni giorno in tivù e sui giornali amministrare l’unica cosa che ci rimane da difendere, il Paese in cui viviamo.

Ma solo loro hanno il potere di distruggere il patto, l’accordo, o di reiterarlo.

In Sicilia le manifestazioni criminali fanno meno paura che in Campania. E non solo perché, salvo alcuni periodi, hanno scadenze diluite nel tempo. Ma perché la violenza mafiosa non riguarda quasi mai la gente comune che avverte, nella propria greve saggezza popolare, che si tratta di uno scontro endogeno a Cosa Nostra o indirizzato verso il potere. L’unica protesta di massa è avvenuta quando i boss decisero la svolta terroristica delle stragi.

La politica

Si dice che “la mafia e lo stato agiscono sullo stesso territorio, o convivono o si fanno la guerra”. La verità sta tutta qui. I politici vanno e vengono. Cosa nostra – riportano i nastri delle intercettazioni – li reputa dei quaqquaraquà, vanesi e buoni a nulla, gente che si dimentica degli impegni presi.

Non hanno tutti i torti i mafiosi. Le cronache raccontano molto poco degli accordi elettorali che legano le famiglie a un singolo politico. Quando Bagarella legge il suo proclama che accusa alcuni avvocati difensori dei boss di aver ottenuto voti e dopo di non aver fatto nulla per cambiare quelle leggi tanto in odio ai picciotti, quegli avvocati divenuti parlamentari si difendono, o credono di farlo, ammettendo quello che neanche il più spericolato antiberlusconiano ammette: “La mafia è consapevole che un parlamentare non può essere in condizione di poter fare cambiare rotta ad un governo, a noi parlamentari a stento ci danno la possibilità di farci approvare qualche emendamento…i voti che il Polo ha preso nel 94, nel ’96 e nel 2001 era un voto di voglia di cambiare, tanto è vero che gran parte dei manifesti elettorali non indicavano il nome del candidato, il candidato era Berlusconi…perché sono voti che vengono da Roma, dalle televisioni, dai giornali…”. Praticamente accollano tutto al Capo.

E infatti non c’è un solo collaboratore di giustizia che non parli degli ordini di scuderia dati dai boss di votare soprattutto per Forza Italia; non c’è pentito che non indichi nei due fondatori di quel partito gli uomini preferiti dalla Cupola. “A Marcellino lo dobbiamo votare noi, che sennò lo fottono quei cornuti dei giudici comunisti – dice un uomo di Provenzano intercettato nella sua auto pochi giorni prima dell’elezioni europee del ’99, quando su Dell’Utri pendeva una richiesta d’arresto.

“Questo governo si deve guardare dagli attacchi di questi signori, cioè comunisti” – proclamava Riina in una sua esternazione dalla gabbia nel 1994. Un anno e mezzo prima nel corso di un summit, il boss arringava i suoi picciotti così: “A Berlusconi e Dell’Utri me li sono messi nelle mani, li dobbiamo portare avanti che è un bene per tutti noi”. Ecco perché ha ragione un parlamentare, avvocato difensore di alcuni boss quando dice che “il nome del candidato è Berlusconi”. Sembra dire che se la mafia lo ha votato, ha votato il Capo e non per lui. E si capisce perché anche di fronte ai politici che prima si sono fatti votare e poi si defilano, Cosa nostra non passa alle vie di fatto. Perché l’accordo regge dai piani alti. E reggendo così l’accordo, anche il politico locale sa che “può prendere in giro” l’onorata società senza che questo comporti il rischio di lasciarci la pelle.

Ma non è a Berlusconi o Dell’Utri come esponenti politici che la mafia si rivolge. I due sono imprenditori prima di ogni altra cosa, uomini d’affari i cui legami con la mafia siciliana secondo una sentenza di primo grado “risalgono alla fine degli anni settanta”. Cosa nostra secondo questa sentenza trent’anni fa si rivolse ad un giovane imprenditore e al suo più fidato consigliere proponendo di investire sulle loro capacità. Poi all’inizio degli anni ’90 quel segmento importante del sistema economico provò, riuscendoci, a farsi Stato. L’occasione di cambiare alleati e di formulare un nuovo patto fu colta al volo da Cosa nostra.

E’ un fatto che la variabile Cosa Nostra nel gioco della politica ha lo stesso peso che aveva in passato. Ma pur potendo mettere a disposizioni voti, relazioni, capitali, non c’è più la grande bandiera, la religione dell’anticomunismo che la protegge. La mafia è diventata più laica, fa affari con tutti quelli che la vogliono come socio. Ma nello stesso tempo è nuda, non ha più una missione, non combatte un nemico contro il quale quasi tutti – con mezzi leciti e illeciti – combattevano. Priva di questa bandiera oggi Cosa nostra esercita un potere che le viene dal passato, dalle stragi del ’92, da quel passaggio epocale. Se la strage di Portella della Ginestra nel 1947 cementava un alleanza criminale che rispondeva alle esigenze internazionali della guerra fredda, il patto stabilito con le stragi Falcone e Borsellino non ha la stessa forte valenza, non ha appoggi internazionali forti e radicati “ I criminali – ha scritto Giancarlo De Cataldo – hanno spesso e volentieri interagito con le vicende cruciali del nostro passato recente, e questo è un dato di fatto. E se ciò è accaduto, non è certo dipeso da una qualche “ybris” che li portava a immaginarsi statisti, ma dall’utilità che il loro intervento poteva arrecare agli apparati che agivano nell’ombra, ai servitori sleali delle istituzioni, a quella zona grigia che in anni recenti si soleva attribuire – prima che questi filoni di ricerca venissero inspiegabilmente abbandonati o minimizzati – al “doppio Stato”. Questa commistione e la costante propensione a trattare sottobanco con le organizzazioni criminali – dal caso di Salvatore Giuliano all’omicidio di Aldo Moro – sono una delle caratteristiche delle classi dirigenti del nostro paese. Una vera e propria vocazione all’opacità, al segreto, all’uso illegale della forza per mantenere il potere. La mafia corleonese morirà in carcere e con il tempo anche alcuni politici e amministratori fisiologicamente verranno meno, testimoni di qualcosa che c’è stata e non ci sarà più. Ma non solo alla magistratura bisogna guardare per spezzare quest’incantesimo che ha fatto di volgari banditi uomini capaci di imporre trattative e deliberare lo stato di guerra o di firmare accordi. E’ il modo che abbiamo di immaginare il paese in cui viviamo. E’ noto che il sogno di Cosa nostra è quello di farsi Stato: avere un luogo dove imporre la propria legge e i propri affari, diventare i tutori di un proprio ordine. Lo hanno raccontato in presa diretta alcuni uomini d’onore, lo hanno dimostrato inchieste e sentenze. Siamo sicuri che il progetto federalista non renderà questo desiderio più facile da realizzarsi? Cosa potrebbe accadere se il progetto della Lega di far diventare eleggibili i giudici su base territoriale diventasse legge?

Quello che davvero allora importa chiedersi è se ci saranno altri uomini capaci – per ragion di stato o per interesse personale – di un nuovo patto con la nuova mafia. O se invece la questione criminale nel nostro paese potrà finalmente non essere più tout court la questione democratica.

*Nicola Biondo, giornalista freelance, scrive per l’Unità. È stato consulente di diverse procure. Ha lavorato nella redazione di “Blu notte” di Carlo Lucarelli.

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