LA PROVINCIA di Varese su Giulio Cavalli a Besnate

Un attore con la vita sotto scorta

A Besnate Giulio Cavalli, minacciato per il suo impegno antimafia

Giulio Cavalli non è un magistrato, non è né un carabiniere né un poliziotto. Giulio Cavalli è un attore, un regista, un autore, un teatrante che con l’arte della parola combatte i malavitosi. E oggi i criminali sono i primi a rendersi conto che i propri nemici non stanno soltanto nelle procure della Repubblica, nei tribunali e nelle caserme, ma anche in alcuni giornali e soprattutto a teatro. Dove l’arma principale della lotta alla mafia è la parola recitata. E Cavalli che non è né siciliano, campano, pugliese o calabrese, ma lodigiano è costretto a vivere sotto scorta, in un Paese dove chi è “normalmente” dalla parte delle regole come lui diventa straordinario o eccezionale. Perché Cavalli è un nemico del malaffare. E arriva domani alle 21 al Teatro Incontro di Besnate in via Paolo Rosa 5, per una serata antimafia che sarà moderata da due magistrati e dal responsabile di edizione de «La Provincia di Varese», Vittorio Colombo.

Il malaffare che combatte Cavalli non è comunque solo mafia, ma come sottolinea lui stesso, è anche politica ed economia, tanto da aver preso una querela da Fiorani a causa del suo spettacolo, «A cento passi dal Duomo», scritto con il giornalista Gianni Barbacetto. Un monologo che rimanda al film di Marco Tullio Giordana, con un titolo simile, «I cento passi», dedicato alla vita e all’omicidio del giornalista Peppino Impastato, ucciso dalla mafia nel 1978. Lo spettacolo è basato su inchieste giornalistiche e atti processuali, il cui inizio è segnato dal silenzio milanese che ha accompagnato l’omicidio di Giorgio Ambrosoli e il suo funerale.

Qualcuno, dice che parlare di mafia nella Lombardia operosa è un modo per infangarne un buon nome. Dicevano la stessa cosa in Sicilia negli anni Sessanta e Settanta prima di scoprire che ad infangare la Sicilia era la mafia, non chi ne parlava. Così Cavalli – che da tempo si dedica all’approfondimento del tema, in particolare sulla presenza delle famiglie mafiose al Nord – passa dalla ricerca sul campo ad un autentico spettacolo, lucido e coinvolgente dove, senza troppi peli sulla lingua si parla di una mafia di cui si è sempre parlato poco e anche piuttosto male. Ma è stato proprio a Milano, a cento passi dal Duomo, che si sono consumati, in meno di dieci anni, dal 1974 al 1983, oltre cento sequestri a scopo di estorsione.

Dell’autore di testi satirici improntati a mettere in ridicolo anche un soggetto prettamente tragico come la mafia se n’è accorta anche la politica e qualche mese fa Di Pietro gli ha chiesto di candidarsi da indipendente in Lombardia, regione sotto i riflettori per il prossimo Expo. Lui ha accettato e ora è anche consigliere regionale per l’Italia dei Valori .

Cavalli è l’unico ?giullare? sotto scorta in Italia. In prima linea come Roberto Saviano, con i suoi spettacoli combatte Cosa Nostra in Lombardia. Ma tutto è cominciato nel 2006 quando il sindaco di Gela, Rosario Crocetta e Giovanni Impastato (fratello di Peppino) volevano mettere in scena uno spettacolo che andasse a colpire arlecchinescamente Cosa Nostra. Nacque così il suo «Do ut des», ispirato alle invettive satiriche che Peppino Impastato indirizzava ai boss Badalamenti. Cavalli lo portò nelle piazze siciliane, ma – come disse in un’intervista prima del debutto di «A cento passi dal duomo» – «i boss non hanno il senso dell’umorismo. Ricevetti minacce di morte via lettera; fecero disegnare una bara con il mio nome sulla parete esterna del teatro che dirigo. Quindi è scattata la protezione».

Ma l’instancabile convinzione di Cavalli persiste con l’uscita, in questi giorni, del libro-intervista pubblicato da Editori Riuniti, «Fronte del palco, surgelati, trapani, antimafia» curato dal giornalista antimafia, Sergio Nazzaro, dove partendo dalla sconcertante “attenzione” della mafia al teatro, si narra di storie di soprusi e di ingiustizie, di storie di mafia e di camorra, ma anche di persone che hanno scelto di non piegarsi agli uomini d’onore. Un libro dove si ricostruisce il suo percorso, dal teatro intellettuale all’impegno diretto ed esposto del teatro civile. Un racconto dal sottotitolo singolare. Un botta e risposta lungo 200 pagine in cui l’attore lodigiano racconta pubblico e privato di quanto gli è successo nei suoi 33 anni di vita «da lavoratore – spiega Nazzaro – perché non c’è nulla di radical chic nell’alzarsi alle 5 del mattino per vendere surgelati eppure è stato questo il primo palco di Giulio. Qui ha imparato a raccontare e a raccontarsi con le parole giuste, senza cercare di piacere ad ogni costo».

Parole che si sono fatte sempre più scomode attraverso il racconto di storie mai rassicuranti. Un “fronte” al quale Giulio è approdato quasi volontariamente quando ha scelto di esporsi. Prima nel lavoro sulla strage di Linate dell’8 ottobre 2001, poi col turismo sessuale e infine con la criminalità organizzata. Perché Cavalli non demorde. Testardamente continua a combattere quella malavita che, forse, un tempo, gli avrebbe concesso solo compassione e che oggi, invece, lo teme. La paura che spinge alle minacce e costringe un teatrante a vivere sotto scorta. In un Paese che dovrebbe tutelare i nostri diritti, ma dove, piuttosto, sono le parole di un “giullare” sotto scorta a scortare un po’ tutti noi.

Barbara Rizzo

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