Lotta alla Mafia e alle sue diramazioni nello Stato: ascoltiamo Gaspare Spatuzza

Roma, 21 maggio 2010. Se vogliamo davvero arrivare ai nomi di chi ha assassinato Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e gli altri martiri del crimine organizzato, se vogliamo risanare le Istituzioni dalla presenza del virus mafioso, se vogliamo aprire gli occhi, liberarci dai pregiudizi e dire no ai poteri deviati, all’alleanza scellerata fra malaffare e politica – alleanza che in diversa misura condiziona ormai tutti i comparti della società italiana -, se vogliamo uscire da un tunnel troppo buio e troppo lungo, dobbiamo cogliere le opportunità che il coraggio e il lavoro di magistrati onesti e capaci mette a nostra disposizione. Chi teme che la verità trapeli può attuare ricatti e minacce, controllare l’informazione, tacitare i testimoni, smussare gli strumenti di indagine, posizionare i suoi luogotenenti in ogni posizione di potere, ma la verità resta sempre lì, nuda e vicina, quasi a portata di mano. La lotta alla mafia ha sempre identificato i collaboratori di giustizia quali strumenti fondamentali per scardinare i meccanismi omertosi, la rete di interessi e paure, le protezioni dietro cui si muove la criminalità organizzata. Il pentito è consapevole dei rischi che corre direttamente o indirettamente, ma una volta che ha scelto di svelare la verità, diventa un cronista del sommerso, una mappa vivente dei luoghi e dei fatti legati al delitto di mafia. Ecco perché chi ha un passato e/o un presente da nascondere, paventa quale insidia massima la parola dei pentiti. Gaspare Spatuzza è un pentito di assoluta attendibilità e può aiutarci, senza ombra di dubbio, a conoscere la vera storia di tanti delitti e complicità mafiose.

Grazie a Spatuzza il crimine organizzato ha subito sconfitte di grande rilievo. Grazie alla testimonianza di Spatuzza un funzionario dei servizi segreti ancora in forza all’Aisi, l’Agenzia di informazioni per la sicurezza interna che ha preso il posto del vecchio Sisde, è indagato dalla Procura di Caltanissetta. L’ipotesi di reato è il concorso nella strage di via D’Amelio, nella quale furono assassinati Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. L’uomo è una figura chiave nell’àmbito delle nuove indagini sull’autobomba esplosa a Palermo il pomeriggio del 19 luglio 1992, 56 giorni dopo la strage di Capaci. Spatuzza era il boss palermitano di Brancaccio che aveva procurato agli attentatori la Fiat 126 destinata ad accogliere l’ordigno. Nel 2008 decise di collaborare con i magistrati anti-mafia. Durante gli interrogatori a Firenze, il 17 dicembre 2008 parlò per la prima volta di un membro dei servizi segreti legato ai fatti di via D’Amelio. Lo riconobbe in uno degli album di fotografie che i magistrati gli sottoposero e che raccoglievano appartenenti ai servizi segreti. Gaspare Spatuzza ha testimoniato anche in relazione a importanti contatti fra mafia e politica, riferendo nomi eccellenti, fra cui quello del Presidente del Consiglio. Sono teoremi ancora da risolvere, ma che destano sdegno e preoccupazione, perché sula base delle testimonianze dei pentiti si evince che la “filiera” di interessi economici e politici di natura criminale che hanno caratterizzato la stagione delle stragi non è mai stata smantellata, ma ha saputo trasformarsi, ripulire la propria immagine e riposizionarsi a “buccia di cipolla” in posizioni cardine della politica, della finanza e dell’informazione in Italia.

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