Io, siciliano a Pontida a parlare di secessione dove è avvenuta già

di Giuseppe Provenzano

Giovane siciliano, meridionalista per vocazione, non conoscevo nessun leghista. Allora ho deciso di incontrarli tutti. Tutti insieme e in una volta: sono andato a Pontida. Né lunga né corta la fila d’auto, alle otto e mezza del mattino, di pullman, di ombrelli sotto la pioggia, al freddo. Già all’insegna del primo parcheggio – insegna verde – era chiaro tutto ciò che avrei messo da parte. Le tentazioni del folclore, la supponenza federiciana di fronte all’abbazia, la soddisfazione di vedere auto “posteggiate alla napoletana”; e poi i banchetti padani, i costumi celtici e le vuvuzelas verdi sul prato – un pantano semideserto.

Il produttore agricolo di Parma, ombrello giallo marcato “Parmigiano reggiano”, leghista da “quote latte”, subito si schermisce dall’accusa di razzismo: gli immigrati della sua azienda vivono in case «più a regola della sua» – la legge, si sa, “impone controlli”. Incuriosita, si avvicina una signora matura. È il tipo leghista che forse non avrei voluto incontrare affatto: il meridionale emigrato. È calabrese – a Vercelli da ragazzina – e mi racconta delle sue vacanze estive laggiù, dei tanti che riconoscono: «ce l’avessimo noi uno come Bossi!»

Piemontesi e veneti arrivano per primi e fieri, a raccogliere tributi ai loro risultati: mi sembrano decisamente in maggioranza, chissà. Da Novara parlano di buona amministrazione, dicono «padroni a casa nostra», han voglia di discutere di storia: dall’errore dell’Unificazione all’indifferenza per l’Unità d’Italia. Tra loro, un ragazzo di trent’anni, fiero nella camicia verde a mezze maniche e calzoncini, mentre tutto intorno è inverno. Leghista perché dieci anni fa perdeva il posto di lavoro: deluso dal sindacato, dalla sinistra. Lui, poi, si sente ancora di sinistra – e non è l’unico – «insomma, vicino ai lavoratori»: la solidarietà di classe, però, all’interno della Padania. Applaude forte agli operai della Indesit, che da Bergamo “delocalizza” a Caserta: al Sud, la Cina è sempre più vicina. Nessuno sembra avercela coi meridionali: forse quelli che mi guardano interdetti, mi mandano con gli occhi a quel paese (al mio paese?), e Va’ pensiero. Non certo il ragazzo, pure deluso da Bossi che «ha abbandonato la secessione». È un eretico: nella stessa sezione di Cota («un democristiano») critica – rompe le balle. «Il Partito si riempie di democristiani», e confessa quello che solo pochi si lasciano sfuggire: dopo Bossi, diventeranno come gli altri, divisi in correnti. Lui, per allora, starebbe con Maroni. In molti, come lui. E Renzo? «Non è vero che nessuno ha criticato», protesta: «non ascolti Radio Padania»? I veneti mi lasciano sedere al loro tavolo di un bar: d’altra parte, sono i terroni del Nord. La signora di Verona, una “dirigente”, sospetta che io sia un inviato di Santoro. Mi rassicura sulla secessione – mi mostra la tessera del 1992 con scritto “federalismo e autonomia”: la Lega non l’ha mai voluta! Sugli immigrati, il problema sono i simboli. «I nostri, da difendere – e i loro»: «nessuno di noi, viaggiando in Africa o in Birmania, si sognerebbe di costruire una chiesa». Entriamo in confidenza, e controbatto. Di fronte alle enormità, mi dice candida: «quelle sono solo parole»! È certa che io sia del Pd, mi dice della sua ex migliore amica, una democratica che per opposta militanza non le rivolge più la parola. Mi chiede dove usciranno le cose che segno sui miei appunti. Non la faccio fessa: «non ho cultura, ma non sono mica ignorante io»! I Lombardi che ho incontrato erano guardinghi e indottrinati, forse un poco spodestati dagli altri che ora vantano i governatori. E tutti quanti, lì sul “sacro suolo”, spodestati da quei leghisti d’opinione, che votano ma non si sognano i giuramenti, di indossare corna e professare fede al capo. La cristologia di Bossi, alla fine, me la spiega chiaramente un povero cristo tra i tanti – un signore nero col fazzoletto verde, comprensibilmente indispettito dalla mia curiosità. Alla fatidica domanda sul “dopo Bossi”, dice in furbo anticipo sugli altri: «dopo Gesù non c’è un altro Cristo». Bossi dal palco minaccia la secessione. A loro basta vederlo, forse lo preferirebbero anche muto: un simulacro, come il Cristo col drappo verde dell’abbazia. La secessione minacciata: non sanno neanche loro quanto sia già avvenuta. Così, viene una gran voglia di tifare Italia, vada come vada, da uno schermo dell’hinterland milanese. E subito dopo di prendere quell’alta velocità che riporta a Roma in sole tre ore. Quell’illusione di un’Italia tanto prossima. Un’illusione che si ferma più o meno a Pomigliano.

http://www.unita.it/news/italia/100238/io_siciliano_a_pontida_a_parlare_di_secessione_dove_avvenuta_gi

21 giugno 2010

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