LA PROVINCIA DI VARESE intervista Giulio Cavalli

l’intervista/giulio cavalli

«La parola può sconfiggere la mafia»

L’attore sarà sabato alla Schiranna con il suo «Nomi, cognomi e infami». Ingresso gratuito

varese«A teatro non esistono condizioni, non ci sono intermediari. Il teatro, così come un certo tipo di giornalismo è inattaccabile. E la parola recitata è la sua forza, l’arma che mette i mafiosi con le spalle al muro». Probabilmente perché per il giovane attore antimafia lodigiano Giulio Cavalli, che è anche scrittore, regista e politico, fare “teatro civile” o “teatro di parola”  non è mai stata soltanto una scelta, piuttosto una necessità. E lo vedremo all’area feste della Schiranna, sabato 4 settembre alle 21, ad ingresso libero, nell’ambito dei festeggiamenti dei lettori di VareseNews, «Anche Io», con lo spettacolo intitolato «Nomi, cognomi e infami».

Autore di testi improntati a mettere in ridicolo un soggetto prettamente tragico come la mafia, Cavalli è un nemico del malaffare. In prima linea, con i suoi spettacoli combatte Cosa Nostra in Lombardia. Una vita blindata la sua. Sotto scorta da quando i criminali si sono resi conto che i loro nemici non stanno soltanto nei tribunali, nelle procure della Repubblica o nelle caserme, ma anche in qualche giornale e soprattutto a teatro.

Giulio, perché nonostante le minacce fai questo lavoro?

Ognuno di noi ha dei limiti personali di compromesso ed integrità. Lo faccio per puntare il dito in maniera forte e diretta sulle organizzazioni criminali, prendendomene tutte le responsabilità ed esponendomi in prima persona.

Stai semplicemente dalla parte delle regole. Eppure quello che fai è diventato straordinario, eccezionale. Non suona un po’ strano?

La straordinarietà, l’eccezionalità spesso hanno a che fare con quel “voyeurismo” televisivo per cui provo ribrezzo. E’ una curiosità che non serve a nessuno ed è addirittura svilente per chi semplicemente chiede il rispetto delle regole. Che in questo sistema costano care. Io lavoro con le regole, ma anche contro qualcuno. Così uno ci rimette di tasca propria.

Quand’è che hai cominciato ad impaurire al punto d’aver bisogno di una scorta?

Questo bisognerebbe chiederlo a loro. Anche se le prime minacce sono arrivate quando è cominciata la mia amicizia con Rosario Crocetta, sindaco di Gela, posto dalla lunga mano, che tiene sotto controllo tutto il lodigiano.

Come lo spieghi ai tuoi bambini piccoli?

Ecco il vero problema. Se fossi stato da solo la mia vita sotto scorta non mi avrebbe dato alcun fastidio. Ma è come se i bambini stessero già pagando.

Veniamo allo spettacolo “Nomi, cognomi e infami”?

I nomi e i cognomi appartengono a tutti gli uomini che con le loro storie mi hanno fatto crescere. Gli esempi più alti di come spesso cercare il bello ti metta in una situazione torbida. Si parte dalla strage di Via D’Amelio col nome di Paolo Borsellino passando per quelli di don Peppe Diana, prete ucciso per il suo impegno contro la camorra, uno che non aveva scelto di andare in guerra, o del magistrato Bruno Caccia assassinato dalla ‘ndrangheta. E si chiude con Pippo Fava, giornalista e scrittore ammazzato dalla mafia, troppo politicizzato per essere un teatrante – come dicevano – e troppo teatrale per essere un politico. Un po’ come me.

Chi sono gli infami?

Sono quelli che ci costringono a non dimenticare queste storie. Quelli che ci obbligano a raccontarle. Molti di loro sono ancora in giro. E di certo non si meritano l’oblio.

Cosa distruggerebbe definitivamente la mafia, la ‘ndrangheta, la camorra?

In senso più scenografico: parlarne ovunque, davanti a tutti, come sosteneva Borsellino, individuare i malavitosi e impedir loro di lavorare. Ormai lo sappiamo tutti chi sono. E’ questo il nostro scopo: renderli indicabili. In Lombardia poi bisognerebbe rinunciare a quel 2 o 3% di successo elettorale. Ed essere pronti ad una manovra finanziaria della dignità.

Barbara Rizzo

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