LEMANINEICAPELLI sullo spettacolo “Nomi, cognomi e infami”

Il 26 settembre, ad Agrate Brianza, Giulio Cavalli ha portato sul palco il suo nuovo spettacolo teatrale, intitolato “Nomi, Cognomi e Infami”, tratto dall’omonimo libro che verrà presentato il 13 ottobre, nel quale racconta il lato oscuro del nostro paese, quel lato che visceralmente s’insinua in ogni anfratto della nostra società. A qualsiasi livello. Questo essere strisciante è conosciuto col nome di Mafia.

E Cavalli la porta sul palcoscenico. La mette a nudo, mostrandola in tutta la sua grettezza. Ma non si limita a questo: Cavalli deride la Mafia. Il fine è semplice quanto indiscutibilmente raffinato: è una risata contro la paura, contro l’omertà, contro la bassezza morale di gente che considera i latitanti paragonabili ai Santi.

E Cavalli che fa? Apre il Sancta Mafiorum, lo mostra al pubblico e lo demolisce a suon di sarcasmo e ironia, spingendo gli spettatori verso la risata intelligente, la risata che, mentre si dilegua, attiva il cervello e la coscienza.

Cavalli veste metaforicamente i panni del giullare per raccontare le storie, i nomi e i cognomi di questi galantuomini dal grilletto facile. Parla dei vari Riina, Provenzano e Lo Piccolo, dipingendoli e burlandosi di loro come solo un grande artista sa fare.

Ma la risata da sola non basta. E così c’è spazio anche per il dramma, che deve il suo stato d’essere proprio alla mafia, come il ricordo di Bruno Caccia, magistrato vittima della ‘Ndrangheta, ucciso il 26 giugno 1983 a Torino, o di Pippo Fava, la versione siciliana di Cavalli, assassinato da Cosa Nostra il 5 gennaio 1984.

Inoltre Cavalli, non ancora soddisfatto dell’ottimo prodotto teatrale, tocca l’apice della serata leggendo una lettera indirizzata al figlio Leonardo, in cui cerca di presentagli il paese in cui è nato, raccontandoglielo a mo’ di fiaba, una fiaba dai contenuti talmente paradossali, che è quasi assurdo che siano reali.

La caratura di Cavalli teatrante è indiscutibile. E non solo per ilcoraggio di portare in scena la Mafia, ma anche per la straordinaria capacità di trasmettere al pubblico la voglia di lottare contro la mafia, con ogni mezzo. La sua arma è il palcoscenico, sa come usarla e non ha paura di farlo.

Forse l’appellativo che più gli si addice è proprio Giullare, mestiere rischioso e sminuito sin dal medioevo – come spiega Cavalli – ma d’animo nobile, perché incapace di domare la volontà di far sapere, di trasmettere e di far riflettere con la risata.

Il Giullare Giulio ha portato la mafia sul palco, facendo ridere il pubblico, che però ha anche (e soprattutto) preso coscienza di quanto sia ridicolo pensare ancora che questa piaga colpisca soltanto il Sud, mentre in Lombardia e nella cara Milano si continua a negare l’evidenza di lampanti infiltrazioni mafiose, come se si volesse difendere la presunta verginità di due provette meretrici.

Giulio, se ridere della mafia significa prendere di coscienza di ciò che ci circonda, allora facci ridere più che puoi… Ne abbiamo tanto bisogno.

http://lemanineicapelli.ilcannocchiale.it/2010/09/27/nomi_cognomi_e_infami.html

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