“Nomi, cognomi e infami”, intervista a Giulio Cavalli

Esce finalmente oggi in tutte le librerie d’Italia “Nomi, cognomi e infami”, il nuovo VerdeNero firmato da Giulio Cavalli.

Il libro dell’autore milanese non è un libro come tutti gli altri, è un libro di cui parlare agli amici e ai parenti, da portare nelle scuole e forse anche nelle aule di giustizia. Un libro che in qualche modo tutti dovrebbero andare in libreria a comprare come atto politico (nel senso reale del termine) dovuto.

E in occasione dell’uscita ho raggiunto l’autore per una lunga intervista in cui non mancano gli spunti di riflessione, oltre al naturale istinto al sorriso (magari amaro) che le parole di Cavalli (così come i suoi monologhi) provocano.
“Ridere di mafia è una ribellione incontrollabile”. Ma come si fa a ridere della mafia? E perché è necessario farlo?

Per non permettere al virus dell’onore mafioso di intaccare i territori e, soprattutto, le teste. Una risata sbriciola la credibilità perché è incontrollabile e non condizionabile. Riporta sulla terra boss di mala forma che si esibiscono come miti negativi. Perché di mafia e dei nomi e dei cognomi bisogna parlarne ovunque: nelle scuole, sui libri, nelle piazze, negli uffici, in casa. Come diceva Paolo Borsellino.

Vivi sotto scorta ormai da più di due anni. Cosa si prova a vivere da “attenzionato”?

E’ la consapevolezza di dividere la vita con altre persone. In tutto: fare, ridere, scrivere, parlare, mangiare. Sapere che qualcosa ti è stato scippato. Eppure tutto questo è molto meno raro di quello che si pensi e, probabilmente, molto meno poetico di quello che si vorrebbe raccontare. In Italia sono in molti a essere nella mia situazione, e ne sono stati moltissimi in questi ultimi anni. Qualcuno potrebbe dire non è “normale” che a essere scortato sia un attore. Falso: è anormale e amorale che lo sia un imprenditore, un magistrato, un panettiere, uno scrittore. Nella melma non ci sono sfumature.

Con Rosario Crocetta, sindaco gay di Gela, racconti nel libro di uno spettacolo che disonori i mafiosi, che metta in scena il loro essere osceni. Insomma, disonorarli è una questione d’onore. Una ricetta alla Peppino Impastato. Può essere questa una via per combattere le mafie?

Non l’unica, ma è fondamentale. La risata sbriciola l’onore, li umilia, annienta la loro credibilità. E’ il re nudo. Ma la risata è anche il mezzo più efficace per disonorarli. La risata ci libera dalla paura. L’onore di cui i mafiosi si vantano in realtà si costruisce sul nulla; i pizzini di Bernardo Provenzano sono un’accozzaglia di errori ortografici, grammaticali, di sintassi e distruggono essi stessi l’immagine di infallibilità e di grandezza del boss. Sono proprio i mafiosi a offrirci il materiale per deriderli e, senza rendersene conto, proiettano la loro pochezza umana come variante di un pezzo comico.

E infatti i dieci comandamenti dell’imbecillità mafiosa di cui parli nel libro e alcuni pizzini dimostrano quanto in realtà sia facile prendersi gioco di loro. In qualche modo ti facilitano il lavoro…

I mafiosi mi aiutano moltissimo, il mio lavoro di autore è estremamente facilitato dalla loro totale ignoranza e mancanza di ironia. Consiglio a tutti la lettura dei pizzini dei fratelli Lo Piccolo, sono delle perle comiche che pochi autori riuscirebbero a scrivere così bene.

In “Nomi, cognomi e infami” parli di Addio pizzo e di altri esempi di ribellione. Perché secondo te è ancora così difficile dire no alla mafia?

In questi ultimi anni si sono fatti molti progressi sul terreno della lotta alla mafia. Devo ammettere che al Nord la percezione della presenza della criminalità organizzata sul territorio è ancora molto bassa. Mentre in Sicilia nessuno può permettersi di affermare l’inesistenza della mafia, a Milano e in tutte le regioni settentrionali vi sono rappresentanti delle istituzioni che non solo dicono che la mafia non esiste, ma anche che loro l’hanno debellata anni fa. Il problema da noi non è dire no alla mafia, è riconoscere l’esistenza di un grave problema che si finge di non vedere, siamo ancora in fase di alfabetizzazione.

A proposito di questo discorso… Bruno Caccia, un uomo assassinato per aver tentato di fare il suo lavoro di magistrato, un esempio di come la mafia esista anche al Nord da molto tempo.

Bruno Caccia penso sia il simbolo di una disattenzione tutta settentrionale nei confronti del problema delle infiltrazioni mafiose. Il magistrato torinese ucciso agli inizi degli anni ‘80 è morto solo in una terra dove la ‘ndrangheta è solo un termine difficile da pronunciare. Dovremmo raccontare la fine di Bruno Caccia per ricordarlo, per quell’esercizio un po’ in disuso della memoria che non concede a nessuno il diritto di raccontarci la favola di una mafia che al Nord non esiste e non è mai esistita.

Alle storie vere affianchi i monologhi dei tuoi spettacoli. Qual è la risposta del pubblico ai tuoi show? E qual è secondo te il ruolo dell’attore-regista nel genere di teatro che porti in scena?

Sono molto fortunato, il pubblico che mi segue è attento, interessato ma, soprattutto, curioso. Del resto, ritengo che il mio ruolo sia quello di raccontare storie, di tramandarle. Credo che il mio ruolo sia quello di essere il mezzo attraverso cui esercitare la memoria collettiva.

In Italia la camorra uccide anche i preti. Così come quando decise di iniziare a impestare il territorio con i rifiuti, sembra che non abbia più rispetto né del proprio territorio (e quindi di sé stessa) né dei simboli più significativi di esso.

In Italia sotto le zampe delle mafie sono schiacciati tutti. E’ un danno che magari può non avere la forma di una pallottola ma che scontiamo in tutti i diritti che qualcuno vuole rivenderci come privilegi. Lo scontiamo nell’economia dopata, in una vivibilità spesso al limite, negli affari che tradiscono il bene pubblico. Quelle mafie sono le più pericolose: quelle sotto traccia.

La camorra non ha mai avuto rispetto, anche questa è una favola. Prima non uccidevano i preti semplicemente perché non si opponevano al sistema mafioso. Per anni ci sono state collusioni o semplici disattenzioni dei rappresentanti religiosi in terra di criminalità organizzata. Per quanto riguarda la protezione dell’ambiente è evidente che i mafiosi hanno utilizzato la scusa della “loro terra” per affermare il potere e non per tutelarla.

Giuseppe Fava è un esempio importante di giornalismo antimafia. Credi che sia diffuso ancora oggi il concetto etico del giornalismo?

In molti giornalisti sì. Nei giornali molto meno. Bisogna sempre distinguere tra i veri giornalisti e i servi; nella prima categoria l’etica è una qualità innata, la seconda non la considero.

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Maggiori info su Nomi, cognomi e infami

http://blog.verdenero.it/2010/10/13/nomi-cognomi-e-infami-intervista-a-giulio-cavalli/

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