IL CITTADINO sul libro NOMI, COGNOMI E INFAMI

 style=Mafiosi e minacce nell’Italia silenziosa di Giulio Cavalli 
Se il vero peccato è raccontarla la mafia, come dice Gian Carlo Caselli, allora Giulio Cavalli ha di sicuro peccato. E continua a farlo. Questa volta nelle librerie, dove da pochi giorni è possibile acquistare il suo Nomi, cognomi e infami, edito da Verde Nero (256 pp., 16 euro), con una prefazione proprio del procuratore Caselli. Sulla copertina c’è una sedia vuota; forse perché i protagonisti sono tanti così come le storie. Di coraggio, di rabbia, di paura, di isolamento e di riscatto. Dall’omicidio del magistrato torinese Bruno Caccia, alla tragedia di don Peppe Diana, ucciso a Casal di Principe per il suo impegno antimafia, fino al sindaco di Gela Rosario Crocetta o ancora al giornalista Pippo Fava, solo per citarne alcuni. L’autore lodigiano dà voce a ciascuno di loro, li accompagna per mano su quella sedia vuota e, come ogni buon cantastorie, inizia a cantare le gesta di chi non sembra vivere in un paese normale. Dopo le minacce personali e la scorta, scrivi un libro che alza ancora una volta l’attenzione sul fenomeno delle mafie. «Dopo quello che mi è successo avevo due possibilità: permettere che mi impedissero di fare il mio lavoro, ovvero raccontare storie, o continuare. Ho scelto la seconda e questo libro è la dimostrazione che il mio lavoro non si ferma anche a fronte di un aspetto personale diventato piuttosto ingombrante». Nomi, cognomi e infami è un libro di persone e di storie che hanno come comune denominatore l’impegno antimafia. Com’è nato?«In giro per l’Italia. In questo modo ho una avuto una grande fortuna: conoscere storie preziose. E se c’è gente che continua a interessarsi a una storia banale come la mia e non agli obiettivi o a tutte le altre storie che in giro per l’Italia scardinano un sistema, allora è in atto una sorta di favoreggiamento culturale alla mafia. Ci sono tre tipi di persone scomode per le criminalità organizzate: chi mette loro le mani in tasca, chi alza l’attenzione, chi le racconta. Per questo ho sentito il dovere di raccontare queste vicende». Tra le tante storie, c’è anche la tua. Un racconto inedito in cui spieghi, cosa ti è successo dal 2006 a oggi a Lodi, chi si è interessato ai tuoi spettacoli e ha deciso che la tua era una voce scomoda. «Come per ogni cantastorie, anche per me è stato difficile avere a che fare con la mia di storie. Vivere la mia vita significa anche non avere modo di spiegarsela. Non è una vita in cui desideri e scegli; è un percorso in cui per esempio c’è una mancanza di rapporti e in cui i contatti con la persone sono diventati mediati. In questi anni però sono stato costretto più volte a smentire alcuni aspetti della mia vicenda. Fa parte del processo di delegittimazione e di isolamento che hanno vissuto tutti i protagonisti di questo libro».Le tue parole nei confronti della città che ha ospitato i tuoi primi spettacoli non sono lusinghiere. Testualmente parli di «Lodi, Lombardia, profondo Nord», come di «una tranquilla cittadina di provincia farcita di amministratori pavidi, marescialli incompetenti, minimizzatori professionisti, indelicati per nulla accidentali, tranquillazzatori per indole». «Lodi non è stata certo eroica in questo frangente. Per chi vive quello che ho vissuto io, e in Italia ci sono altre 670 persone sotto scorta, la sensazione è quella di perdere il diritto di cittadinanza in un Paese normale. È come vivere in una scatola da scarpe senza sapere quello che può arrivare dall’esterno. Non è un caso che io abbia costruito gran parte della mia attività artistica fuori da Lodi. Qui ho incontrato invidia e falsa cortesia, accanto alla professionalità e l’amicizia leale di pochi. E in questo momento il mio rapporto con la città è nullo». Dopo l’arte è arrivato l’impegno con la politica ma sulle tue vicende è caduto il silenzio. Cosa significa?«Anche qui avevo due strade: mantenere alta l’attenzione mediatica o rinunciarvi e non raccontare più nulla. Ho scelto la seconda via, ma i segnali che mi sono arrivati negli ultimi due mesi sono infinitamente più gravi rispetto a quelli che hanno riempito le pagine dei giornali qualche anno fa. Il silenzio non significa affatto che non sta succedendo nulla. Ho semplicemente deciso di non fare più l’errore di darmi in pasto agli imbecilli».
Rossella Mungiello

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