LIBERA INFORMAZIONE sul libro NOMI, COGNOMI E INFAMI

In un paese normale, quando il tuo mestiere è fare l’attore e l’autore dovresti portare in scena la tua arte, senza avere altro patema d’animo che incrociare i gusti del pubblico. In un paese normale a vivere reclusi dovrebbero essere gli assassini e i ladri e non, viceversa, quanti denunciano crimine, corruzione e malaffare. L’Italia, però “ça va sans dire”, non è affatto un paese normale e a ricordarcelo è la vicenda umana e professionale di Giulio Cavalli, che ormai da due anni vive sotto scorta per le pesanti minacce ricevute dalla mafia. I boss e gli autoproclamatisi “uomini d’onore” – lo abbiamo imparato bene fin dai tempi della parabola umana e civile di Peppino Impastato – mettono pure in conto la morte e la galera ma non sopportano per nulla lo sberleffo sapido, il dileggio intelligente che sa mettere a nudo le loro debolezze davanti a quanti trattano da sottoposti. Se è vero che “disonorarli, comunque, è una questione d’onore” questo è proprio quello che Cavalli ha fatto negli ultimi anni nei suoi spettacoli, con i suoi scritti e, da ultimo, anche con le denunce fatte dai banchi dell’opposizione in Regione Lombardia, dove, dallo scorso marzo, siede a nome dell’Italia dei Valori. E di valori si parla nel suo ultimo libro “Nomi, cognomi e infami”, una lunga e lucida confessione autobiografica, un tributo commosso alle tante storie di resistenza incontrate in questi anni, ma anche un punto di partenza per una nuova stagione di impegno politico. Gian Carlo Caselli, nella prefazione, parla di “antiracket culturale” per descrivere l’uso della parola nella battaglia antimafia che – ricorda giustamente il magistrato – “non è solo un diritto personalissimo, ma anche un contributo potente (se esercitato come Cavalli sa fare) alla realizzazione di una comunità facilmente capace di rompere le ingiustizie”. Nel viaggio lungo il Belpaese, raccontato nelle pagine del suo libro, Cavalli alterna i pezzi più belli del suo repertorio con la descrizione dei luoghi dell’anima e delle persone, vive o uccise, che hanno segnato una intera stagione dell’impegno antimafia in Italia: da Rosario Crocetta “che arriva con il passo quasi arabo e la scorta come uno scialle” ai ragazzi di Addio Pizzo, nipoti di “nonno” Libero Grassi, passando per gli sberleffi a Tano Seduto Badalamenti fatti da Peppino Impastato. E poi, la descrizione dei particolari per raccontare storie spesso dimenticate: il sorriso di Bruno Caccia, gli occhi azzurrissimi e accesi di Salvatore Borsellino che parlano del fratello ucciso in via D’Amelio; la rinuncia per amore di don Peppe Diana, per chiudere con il carisma di Pippo Fava, non prima di aver ricordato che oggi le mafie operano indisturbate in Lombardia. Tutto questo, ricorda Cavalli, “per non abbassare la guardia, per esercitare la parola con la meticolosità e la quotidianità di un bottegaio. Perché a loro continui a fare male e perché comunque la parola non muore, nemmeno se l’ammazzano”.

SIAMO TUTTI CAVALLI!

di Lorenzo Frigerio

16/10/2010

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