LEFT intervista Giulio Cavalli: non sapere è collusione

“MAFIA AL NORD, IL NON SAPERE E’ COLLUSIONE”

il j’accuse milanese sotto scorta:<<Più che la ‘ndrangheta ho scontato la reazione del territorio intorno>>

Siccome <<a mafiopoli insegnano che è di cattivo gusto fare i nomi>>,lui li snocciola uno dopo l’altro: quelli delle tante: << faccie e schiene dritte>> che ogni giorno si ribellano alla criminalità organizzata ma anche quelli degli infami, i mafiosi nel loro essere <<osceni>>, <<uomini da due soldi>>, <<l’ombra distorta di omuncoli>>. Perchè il teatro di Giulio Cavalli nasce proprio, come scrive lui stesso, per <<abbassare le mutande alla criminalità>> e raccontare <<la rivoluzione morbida che sta scendendo sulla sicilia come zucchero a velo>>. Finchè all’improvviso si è ritrovato ad essere uno dei protagonisti della storia che andava raccontando per i teatri e le piazze italiane.

Perchè anche se Cavalli, 33 anni, vive a Lodi, provincia lombarda <<dove la mafia non esiste >>, a braccetto con i suoi spettacoli (do ut des e A cento passi dal duomo) sono arrivate le minacce. Sempre più pesanti. Cosi da due anni il giovani cantastorie che aveva creduto che <<si potesse veramente giocare a distruggerli senza essere visti>> è sotto scorta. Mai più in auto con i suoi figli.

E come se vivere con <<la paura, la rabbia e quelle lingua fredda e continua sulla schiena>> non fosse abbastanza faticoso, si è sentito anche isolato e delegittimato.

Sono nato a Milano e ho dovuto passare gli ultimi anni a giustificare la mia condanna a morte, scrive nel suo Nomi, congnomi e infami (Edizioni Ambiente) da pochi giorni in libreria. duecento quaranta pagine di <<antiracket culturale>>, come lo definisce Gian Carlo Caselli nella prefazione: storie di piccole e grandi resistenze alle mafie, stralci dei suoi monologhi e i suoi j’accuse contro l’indifferenza italiana verso chi ha pagato la propria coerenza con la vita.

Sotto traccia la sua storia, tra palcoscenico, l’impegno in Regione Lombardia come consigliere Idv e gli articoli di denuncia sula mafia al Nord.

A luglio, finalmente, quei nomi che si era portato in giro per l’Italia sono comparsi uno dietro l’altro nelle carte che hanno portato ai 300 arresti di ‘ndrangheta della Procura di Milano.

Dopo la maxi operazione di luglio, in Lombardia è cambiata la consapevolezza sull’infiltrazione mafiosa al Nord??

La consapevolezza si costruisce con la cultura, non con i traumi. C’è uno stato di emergenze che scemerà e , come sempre in Italia, verrà privatizzato per portare consenso a qualcuno. La cosa che mi dispiace di più è che si è pensato che le mafie che sono state catturate fossero arrivate qui da poco. Invece il concetto che bisogna far passare è che su Milano operano dagli anni cinquanta.

Nel suo libro emerge rabbia: contro la mafia ma anche contro l’indifferenza.

Sono d’accordo con Saviano, con cui mi capita spesso di essere in disaccordo, sul fatto che la reazione alle minacce in relazione al territorio ti imbruttisce, ti incattivisce. Mi ero ripromesso di fare un libro senza rabbia ma alla fine non ci sono riuscito. Più che i mafiosi, ho scontato il territorio intorno, quello che mi ha messo nella posizione di dovermi quasi giustificare di qualcosa che stavo subendo. Potrei essere funzionale in un percorso di alfabetizzazione, che mi auguro avvenga alquanto prima.

Certo è difficile raccontare, e soprattutto perdonare, quello che ho dovuto subire io. E, siccome ho famiglia, anche i miei figli.

Quando quello che andava dicendo è stato confermato dai giudici, l’atteggiamento nei suoi confronti è cambiato?

Io faccio sempre scelte un pò impopolari, a cominciare dal mio impegno politico. Per non rimanere incastrato nell’ icona della vittima, ho sempre prestato il fianco a chi lavora per isolarmi o delegittimarmi. Certo, rispetto al 2006, quando abbiamo cominciato a parlare con forza dell’argomento, c’è un risveglio, soprattutto nelle piazze, nelle scuole, tra i giovani, i comitati. Ma la battaglia è anche fortemente politica. Quindi non bastano le piazze. Dobbiamo riuscire ad arrivare a una consapevolezza istituzionale.

A livello politico è più diffuso il non sapere o la collusione?

Credo che sia molto di più il non sapere, che però ormai è talmente grave che sono d’accordo con la Boccassini che sia una collusione. Perchè è insopportabile e non tollerabile.

Quando i politici dicono che <<non sapevano>> con chi erano a cena dobbiamo crederci?

E’ evidente che ci sono politici che sicuramente hanno accettato, nella migliore delle ipotesi, i voti della ‘ndrangheta. Che li abbiano cercati non è provato, quindi non si può dire. Perp pasolini diceva: io so i nomi, non ho le prove ma so.

In Italia c’è un problema di cultura della legalità?

Molto spesso soprattutto la classe politica cerca le pieghe più pregnanti: purtroppo la mafia è un bacino elettorale che garantisce non solo numeri importanti ma anche affari e protezione.

Com’è la situazione in Lombardia?

In tutta Italia, in tutto il Nord, ci sono regioni, provincie, città che hanno risultati elettorali fortemente condizionati dalle mafie. Oggi la Lombardia ha un quadro politico che puzza sicuramente di mafia. Lo dice addirittura Pisanu.

Nel suo libro si parla degli “infami” ma anche delle tante piccole resistenze che stanno crescendo.

Io sono sempre molto ottimista. Prima di tutto perchè se pure la mia generazione ha dovuto affrontare il problema per trauma e per emergenza, ci sono generazioni che questi argomenti li trattano sin da piccoli: diventa un’educazione nuova che noi non abbiamo potuto avere. Poi quando secondo me arriveremo a creare una sorta di coalizione degli onesti che premierà, allo stesso modo se non di più di quanto sta premiando oggi la criminalità organizzata.

Come giudica il contrasto alla mafia di questo governo?

Questo è un governo che ha come sottosegretario uno che molti raccontano endogamico ai Casalesi; è un governo che ha come presidente del Senato che sicuramente ha spezzato il pane a tavola con uomini di Cosa nostra; è un governo che ha nel fondatore del partito più importante, Marcello Dell’Utri, una persona condannata nei primi due gradi di giudizio.

La maggioranza si difende con gli arresti dei boss.

Infatti siamo la nazione in cui le forze dell’ordine, anche se non hanno più nemmeno i soldi per la benzina, continuano a tenere la schiena dritta e a fare il loro lavoro.

Loro e la magistratura, che allo stato attuale mi risultano essere gli unici elementi che portano avanti gli arresti.

Com’è nato il suo impegno antimafia?

Faccio un lavoro per cui racconto storie che riteniamo importanti. Siamo capitati su questo tema com’è inevitabile in Italia. Abbiamo ricevuto come risposta l’intimidazione. Inevitabile accettare la sfida.

Ha qualcosa da dire a chi la vuole ammazzare?

La parola non si ammazza.

Le idee non si ammazzano.

Questo la sa bene anche il più idiota dei mafiosi. Se lo scopo della minaccia è favorire la delegittimazione, l’isolamento e condizionare la vita di qualcuno sulla paura, abbiamo dimostrato più volte di non preoccuparcene.

Le minacce possono essere anche legittimanti.

A me fa paura sia un’opinione pubblica che delegittima dopo le minacce, sia un’opione pubblica che eroizza. Mi piacerebbe continuare sulla quotidianità, che è l’arma che fa veramente male alle mafie. Quindi meno persone staordinarie e una moltitudine di gente ordinaria. Siamo un paese pieno di gente che continua a portare avanti questa battaglia.

Nel libro fa appunto notare che oggi in Italia ci sono 670 persone sotto scorta.

Questo è significativo. Vuol dire che, al di là degli eroi da copertina che non condivido, ci sono moltissime persone che tutti i giorni continuano a fare il proprio lavoro senza farsi condizionare.

Molti si stupiscono che tocchi a un attore in Lombardia.

Anche questa è una forma di ignoranza. Nessuno si aspettava che toccasse a un prete, come Don Diana o Don Puglisi, o a un drammaturgo giornalista come Pippo Fava. E’ la storia che si ripete. Speriamo con un finale diverso.

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