SardegnaNovas intervista Giulio Cavalli

mercoledì 10 novembre – par Alessia Pinna
Va in scena in Sardegna il teatro di Giulio Cavalli con “Nomi, cognomi e infami”

Giulio Cavalli non vuol’essere definito eroe e non vuol’essere nemmeno celebrato come tale. Preferisce essere un attore teatrale proveniente dalla Lombardia che dal 5 novembre è in scena nei teatri della Sardegna. Ha fatto tappa a Nuoro, Cagliari, San Sperate, Tortolì con lo spettacolo “Nomi, cognomi e infami”. Cavalli non è solo attore, ma anche autore. I monologhi del suo spettacolo sono contenuti, infatti, nell’omonimo libro, “Nomi, cognomi e infami”.

“L’idea del libro – racconta Giulio Cavalli – nasce dalla necessità di arrivare alle persone con più mezzi possibili. Per smuovere le coscienze c’è bisogno della parola, un’arma potentissima che tutti possono esercitare per infastidire i clan mafiosi.”

Ogni persona che assiste agli spettacoli di Cavalli non può dirsi disinformata in fatto di mafia, ‘ndrangheta e camorra perché, addirittura, lui fa nomi e cognomi. Nomi e cognomi che appartengono ai collusi con le organizzazioni criminali. Giulio Cavalli va in scena da solo, accompagnato da una sedia, un leggio con qualche foglio, una bottiglia d’acqua e il suo libro. Non c’è scenografia. A far da sfondo ci sono la sua voce e i suoi occhi. Due occhi azzurri e grandi. Ogni tanto diventano lucidi, ma non abbassa mai la testa in segno di commozione. Va avanti fiero e consapevole che ogni risata del pubblico in sala sarà uno schiaffo morale ai mafiosi. E’ con il riso, infatti, che Giulio Cavalli mette in ginocchio le organizzazioni criminali, le deride, le disonora.

Qualche lacrima attraversa le guance dell’auditorio, invece, quando Giulio Cavalli legge la “Lettera a Leonardo”, suo figlio.

Una lettera scritta e recitata in via D’Amelio in occasione del diciassettesimo anniversario della morte di Paolo Borsellino. Una storia che raccontò a suo figlio, in chiave favolistica, una notte, prima d’addormentarsi. Un racconto che Leonardo, come tutti i bambini, non meriterebbe di sentire. E’ la storia di via D’Amelio, dove persero la vita il giudice antimafia Paolo Borsellino e la sua scorta, fatti saltare in aria con il tritolo. E’ una storia dove non ci sono re e regine, principi e principesse, belle addormentate, streghe e fate. E’ una favola che non ha un lieto fine. E’ una di quelle storie che non si addormentano e che, alla sera, quando si finisce di raccontarle fanno venir la voglia di lasciare la luce accesa.

Giulio Cavalli è sotto scorta da due anni, ma non vuole pietà e compassione. La sua è una scelta consapevole. Sapeva a cosa andava incontro, già nel 2006, quando a Corleone, davanti alla moglie di Totò Riina, fece ridere trecento amici del marito con uno dei suoi spettacoli. “E’ ovvio che se fai questo tipo di cose ci siano delle reazioni contrastanti”, ha detto Giulio Cavalli. “La mafia si ramifica dove ci sono degli imprenditori disposti a fare affari con loro e dei politici pronti a comprarsi dei voti sapendo esattamente da dove provengano. La criminalità organizzata è infiltrata in vari settori e fa anche diversi lavori, da quello edilizio a quello politico. Gli uomini che ne fanno parte possono essere senatori, imprenditori, ma anche semplici muratori. Certo è che non si può fare un identikit unico degli uomini associati alla mafia. Ce ne sono di diversi e sono tantissimi”, racconta ancora Cavalli.

Giulio Cavalli è consigliere regionale della Lombardia dall’aprile del 2010. Per lui, la scelta di entrare in politica ha un valore che si riflette nell’importanza dell’azione. “Ho un’idea della politica molto pulita e attraverso la mia carica posso rivendicare un ruolo politico. Prendo come esempio Vincenzo Mandalari, un latitante di cui si parla da mesi in Lombardia, che pagava la sua latitanza con una discarica abusiva e che grazie all’azione della politica siamo riusciti a far chiudere”. Ha terminato lo spettacolo con una lettera dedicata a Pippo Fava, giornalista freddato da cinque proiettili mentre scendeva dalla sua Renault 5. Pippo Fava viene, oggi, ricordato con un premio vinto da Giulio Cavalli nel gennaio 2010.

Giulio Cavalli non pensa di riuscire a debellare la criminalità organizzata con l’uso della parola, ma crede che per essere onesti con se stessi non si debba cambiare ruolo. Per questo, Cavalli mette in scena uno spettacolo e ne scrive un libro. Ma non solo, Giulio porta avanti una battaglia che rivendica le 670 persone attualmente sotto scorta in Italia. Il coraggio di Cavalli rievoca alla memoria quello di tante persone uccise per conto di Cosa Nostra come Peppino Impastato, i giudici Falcone e Borsellino, Giancarlo Siani, Don Peppe Diana, lo stesso Pippo Fava e si potrebbe andare avanti all’infinito. Tutti uomini che speravano di smuovere le coscienze dei più e d’insegnare che la pratica del silenzio, dell’omertà ci fa essere complici di mafia.

Lo scopo di Giulio Cavalli non è insegnare, ma responsabilizzare e, in questo senso, sembra molto ottimista: “Andando in giro per l’Italia, nelle scuole, mi è capitato d’incontrare bambini di 7-8 anni informati sulla mafia, segno che l’Italia sta cambiando. Dobbiamo superare le barriere dell’omertà, parlare in tutti i modi e con tutto ciò che abbiamo a disposizione”.

(Quest’articolo è stato precedentemente pubblicato nel sito www.sardegnanovas.info) (fonte:https://www.giuliocavalli.net/2009/07/20/lettera-a-mio-figlio-per-via-damelio/).

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