Articolo 21 sul libro Nomi cognomi e infami

Articolo 21 – Libri e Giornalismo
I nomi, i cognomi e gli infami raccontati da Giulio Cavalli

In un Paese normale non dovremmo stare qui a raccontare di morti ammazzati, strategie della tensione, pizzo o di politici che considerano eroi i mafiosi perché quel Paese ha già versato una quantità cospicua di sangue vivendo la stagione della Resistenza che gli ha consentito, così, di abbandonare il giogo della dittatura per vivere anni fiorenti di libertà. Ma in un Paese normale desta ancora più scalpore sapere di un attore, un teatrante, un narratore che con la propria arte vive girovagando per teatri, mangiando polvere di palcoscenico, scrivendo, raccontando e che allo stesso tempo è costretto a fare tutto questo guardato a vista da una scorta di polizia. Si comprende, così, come non si tratta affatto di un Paese normale. L’attore è Giulio Cavalli che nella “sua” Lodi, da ben due anni, è costretto a questo tipo di vita perché ha deciso di raccontare i fatti di mafia, indicare i nomi e i cognomi degli infami che tengono sotto scacco il nostro Paese. Nomi più vicini di quanto si possa immaginare e non solo di quelli irraggiungibili, per un po’ di anni anche alle forze dell’ordine. Una decisione che a Giulio è costata cara perché lui, con l’eleganza e lo stile che lo contraddistingue, aldilà delle capacità linguistiche e artistiche, utilizza anche la provocazione sbeffeggiando boss, politici e gli “amici del quartierino”. Questa sua continua tournèe, anche spirituale, ha deciso di sintetizzarla in un libro “Nomi, cognomi e infami”, dato alle stampe per i tipi Verdenero, con prefazione di Gian Carlo Caselli. Si tratta di un mosaico di storie vissute che Cavalli compone con le sue parole, mai eccessive, raccontando, così, uno spaccato di un paese reale fatto di uomini e donne che quotidianamente cercano di disonorare il sistema mafioso con atti simbolici, certo, ma soprattutto con quelli di sostanza perché questo significa fare veramente antimafia. Da Gela a Milano, dove per qualcuno ancora la mafia non esiste, da Torino a Casal di Principe, da Catania a Palermo il racconto di Cavalli è avvincente, romantico, incalzante, duro, sincero. La sua voce riassume quelle di un’Italia che non vuole arrendersi, che fa di Peppino Impastato e della sua azione un Comandamento da mandare a memoria e da contrapporre ogni giorno a chi inserisce nelle liste elettorali i condannati, a chi è riuscito a fare di una parte di questo Paese un ricettacolo di monnezza a chi ha paura delle parole perché potrebbero portare alla luce i suoi affari sporchi. Un racconto verità di chi attraversa l’Italia e fa diventare il racconto teatrale cronaca e letteratura allo stesso tempo, condendolo con il gusto e il sapere epico del suo pensiero e della propria penna. Cavalli ci consegna un testo che ci racconta di una nuova resistenza, quella dei partigiani dell’antimafia che a ragione lo storico Marcello Ravveduto equipara a quella che si contrappose al nazifascismo. Cavalli ce la sintetizza con un libro, senza piaggerie ma con la giusta indignazione e la consapevolezza di chi sa che non è solo a voler costruire un futuro diverso.

Di Pietro Nardiello

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