Da REPUBBLICA: Sotto scorta “Giù al Nord” la vita chiusa di Giulio

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Tra Milano e Lodi, c’è un attore (“arlecchino scassaminchia”, si definisce lui) costretto a vivere protetto da due ombre armate, per aver denunciato la presenza (e il potere) della ‘ndrangheta in Lombardia. Giulio Cavalli continua a fare politica e spettacoli di teatro civile, rivendicando un’impossibile normalità. E un desiderio di solitudine

di MARCO MATHIEU

Un’auto imbocca contromano la stradina e inchioda davanti all’ingresso del teatro. Il primo uomo a scendere è alto, corporatura robusta e rigonfiamento sotto la giacca. Apre la portiera posteriore destra. Quello che esce ha la barba di un paio di giorni sul viso giovane, capelli lunghi abbastanza, occhi chiari e sguardo triste. Un piccolo uomo e la sua ombra armata, che con gesti rapidi e silenziosi lo accompagna all’interno. La sala è piena. Il palco vuoto, esclusi il pianoforte, un leggio e le parole proiettate sullo schermo: “Che la ‘ndrangheta stesse colonizzando Milano lo dicevo negli anni Ottanta, l’ho confermato due anni fa e i fatti mi danno ragione. Ora c’è l’Expo e non so più come dirlo”. Firmato: Vincenzo Macrì, Sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia.

LE IMMAGINI

Sera di novembre, Gorgonzola, provincia di Milano. Fuori, sono rimasti due carabinieri in divisa accanto alla macchina di servizio. Dentro, Giulio Cavalli racconta l’ascesa, e il potere delle mafie in Lombardia a 400 persone sedute. Più due in piedi, ai lati del palco, rivolti al pubblico, come alla fine lui stesso sottolinea: “Un ringraziamento agli uomini della scorta che fanno la mia stessa vita di merda. Li potete distinguere perché sono gli unici che guardano lo spettacolo dalla parte sbagliata. Sono… carabinieri”. Risate amare. E parole di Giulio Cavalli, anni 33, autore, attore, regista teatrale, ma anche consigliere regionale (Italia dei Valori). “Un arlecchino scassaminchia”, come riassume lui.

Sotto scorta dal 2008. “In questo paese che normale non è, le mafie minacciano anche gli attori”, riflette il giorno dopo seduto nell’ufficio del “suo” teatro. A Tavazzano, provincia di Lodi, dove arrivò a vivere insieme alla coppia di veneti che lo adottarono quando aveva due anni. “Nato a Milano da madre disgraziata”, prova a ironizzare. “Mi è anche successo di volerla cercare, due anni e mezzo fa: era nato da poco il mio secondo figlio e sapevo che lei viveva a Verbania, ma all’indirizzo che avevo non c’era più nessuno. Per me quello fu un periodo strano, cominciavo a essere sotto pressione”. Già. Le minacce: scritte, urlate, sussurrate, sotto forma di parole, pallottole e infrazioni (a casa, in teatro). Tanto da garantirgli l’ingresso nel sistema di protezione: dalla tutela “dinamica” alla scorta di “secondo livello”. Dalla polizia ai carabinieri. Tradotto: “Due uomini armati sempre con me…”. Sempre, letteralmente.

Anche a Tavazzano: un grumo di casette basse e palazzoni attaccato al bordo della via Emilia, tra l’ombra della centrale termoelettrica e la nebbia che incombe. “Qui tutto è molto via Gluck”. Giulio sorride malinconico e ricorda “quando eravamo una compagnia di 40 attori para-professionisti, ognuno con un lavoro “vero”. Il mio? Vendevo surgelati a Lodi, poi materiale elettrico e fibra ottica. Ero un ventenne con il macchinone: guadagnavo bene, ma avevo la passione per il teatro. Di quel periodo credo mi sia rimasto l’atteggiamento imprenditoriale, come dicono alcuni malignamente, in realtà preferisco “bottegaio”: ché mi sento un artigiano. Ed è stata più utile l’esperienza da venditore della scuola di recitazione. Quando persi il lavoro, mia moglie mi disse: “Ti piace il teatro? Allora fallo, basta che porti a casa uno stipendio””.

Più che recitare Giulio scriveva e un testo lo portò a Paolo Rossi. “Era perfetto per lui, mi chiese di leggerglielo sul palco, e alla fine disse: “va benissimo così, hai il tuo spettacolo, semmai ti faccio la regia””. Kabum!: come ridere e riflettere sulla Resistenza. Primo passaggio cruciale di questa storia. Per il secondo bisogna aspettare qualche anno, un po’ di critiche (“dicevano “Cavalli è fuori dagli schemi”, e io che pensavo che nel teatro dovrebbe essere tutto lecito”), e “le carte giudiziarie relative alla strage di Linate”, che diventano libro e spettacolo. Dalle risate all’inchiesta. A 27 anni, sul palco del Piccolo di Milano, Giulio scopre il teatro in funzione giornalistica. E poi gira l’Italia, la Sicilia. Eccolo, il terzo passaggio: “Conosco un magistrato palermitano, Antonio Ingroia, e il sindaco di Gela, Rosario Crocetta. Ma soprattutto studio la lezione di Peppino Impastato: tutti lo celebrano ma nessuno ne segue l’esempio. Nel senso di Radio Aut; e così feci Radio Mafiopoli”. Nasce un altro spettacolo, Do Ut Des, e finiscono i passaggi di questa storia senza ritorno. A lui, a Lodi, arrivano gli avvertimenti mafiosi, sì ‘ndrangheta e Cosa Nostra in Lombardia. Partono le indagini, ma anche i tentativi di delegittimazione (“Cavalli vuole solo farsi pubblicità”) e il sistema di protezione richiesto dalla prefettura diventa inevitabile. E inizia a scandire, segnare, cambiare la vita di un teatrante che decide di impegnarsi in politica. “Avevo già fatto campagna elettorale per Crocetta, a Gela. L’idea di candidarmi venne a Luigi De Magistriis, ma c’erano richieste anche da destra, e dal Pd. E i leghisti mi rispettano”.

Giulio prova a ridere, poi rolla e accende un’altra sigaretta. Già. Perché Giulio beve tanti caffè e dorme poco. Giulio mangia male e forse beve e fuma troppo. Giulio è nervoso e anche un po’ triste. “Quella delle critiche sommesse è una cosa molto lombarda, come i commenti: “la mafia? Qui no, non c’è, magari nel paese vicino sì, in quell’altra città, azienda, via, situazione, ma no, non nella mia…”. Come vivessimo in una specie di federalismo condominiale”.

Intanto ci muoviamo, spostiamo. Ma non è una passeggiata. Procedure, verifiche, bonifiche. Giulio e le sue ombre armate, più due telefoni e mille cose da fare. Mattine, pomeriggi e sere programmate, appuntamenti messi in fila. A Milano, da una parte all’altra. Fino a Lodi. Fino al fondo di un pezzo di notte e della sala di un bar, lontano dagli altri avventori e dalla normalità, filtrata. Dove lui ti guarda e dice: “L’anno scorso è stato quello più duro, ché ho preso coscienza della gravità della mia situazione”. Difficile distinguere tra pubblico e privato, dentro e fuori questo giovane uomo con “un approccio bulimico a ciò che faccio, è il mio modo di combattere, la mia dichiarazione di guerra ai mafiosi: “mi avete minacciato? E io vi accerchio con le mie azioni””. Si ferma, poi quasi scandisce: “Continuo a chiedermi se mi riconosco in quel che faccio. E la risposta è sì. Ma anche: ho accettato di scendere a compromessi? No. E questo mi basta, funziona, regola il mio modo di essere e fare, lavorare”.

Altra pausa, altra sigaretta. Il silenzio diventa uno spazio vuoto tra le parole. “A un certo punto stavo diventando la vittima, mi sentivo intimidito, e la politica è diventata un mezzo per reagire”. Quasi a mettere spazi vuoti anche tra chi c’è dentro e chi guarda da fuori. “Finisci per parlare di più e meglio con chi vive la tua stessa condizione, giusto per sentirti meno anormale”. Quelli che capiscono, quelli che ci sono già passati, quelli che incoraggiano Giulio sotto scorta a non mollare. Come Gian Carlo Caselli.

“Perché io la scorta la vivo malissimo”, dichiara in faccia alle due ombre che osservano, proteggono, ascoltano anche adesso, senza tradire emozioni, provando a mantenere la concentrazione, e le attenzioni richieste dall’ordine di servizio, magari pure dall’etica. “Per un attore come me, abituato a osservare in modo rumoroso, è strano ritrovarsi in mezzo a gente che dell’osservazione silenziosa ha fatto il proprio lavoro”. Strano diventa aggettivo pieno di significati, rimanda al protagonista di una vicenda simile, più grave e famosa, un quasi coetaneo di Giulio. “Credo che Roberto (Saviano, ndr) abbia vissuto spigoli simili ai miei…”. La pausa, il silenzio, questa volta dura un attimo appena. “Ma poi penso a giornalisti come Lirio Abbate, gente che continua a fare il proprio lavoro nonostante sia sotto scorta. Come vorrei fare io”.

Protetto da otto i carabinieri che si alternano, “turnando”, in coppia, a tempo pieno dal 27 aprile 2009, 48 ore dopo il giorno della Liberazione e “l’ultima passeggiata in libertà con i miei figli”. Piccolo universo fragile, e contraddittorio, quello di Giulio, che ha però stabilito un rifugio, una dimensione di libertà seppur provvisoria. “L’atrio di casa mia, tra la porta d’ingresso dove mi lasciano e prendono gli uomini della scorta e l’altra porta, oltre cui c’è la famiglia, mia moglie, due figli piccoli più quello che verrà, e le attenzioni da loro giustamente richieste. Finisco per passarci del tempo nell’atrio, ci ho pure scritto pagine e testi. Lì, come nelle stanze d’hotel o in camerino, ritrovo la cosa che mi manca di più, la mia solitudine”.

Il diritto a essere, sentirsi solo. E poi, gli altri. “La gente in Italia ormai valuta dal codazzo di persone, addirittura dalla presenza di controllo, quindi di scorta, il tuo grado di popolarità. Invece alla fine, almeno nel mio caso e parlo anche a nome loro” – indica le ombre e ne riceve in cambio un sorriso – “rivendichiamo la normalità: ognuno di noi tre sta semplicemente facendo il proprio lavoro”. E ancora: “Non chiedo mai al caposcorta perché mi dice di non entrare in un locale. Ho imparato a riconoscere le situazioni che potrebbero mettere loro, gli uomini della scorta, in difficoltà. Ma finisco per vivere una blindatura intellettuale”. La vedi, senti, avverti, di pomeriggio, in giro per Milano. Pioggia fuori e piccoli vuoti intorno. I due carabinieri che controllano con discrezione ogni cosa. Anche quando siamo seduti nel freddo, sotto un portico, con Giulio che ammette e descrive la paura: “È come un senso di vertigine. Ma scatta per processi mentali, più che per situazioni difficili, quelle le percepisci e gestisci sotto effetto dell’adrenalina”. Ci alziamo, e lui dice: “Domani non sarei pronto a uscire da solo, questo è sicuro. Lotti e soffri per non abituarti, poi lo fai, succede. Ma non voglio dargliela vinta, farmi impressionare da una macchina di pregiudicati calabresi davanti al mio ufficio o se vengono ai miei spettacoli”.

Come in un’altra serata di questo novembre lombardo e piovoso. A Bergamo, dentro un portone su viale Papa Giovanni XXIII: suoni, entri, il cortile e le scale già verificate dai carabinieri del posto, la sala dove Giulio presenta il suo libro (Nomi, cognomi e infami) è al primo piano. “La mia situazione dimostra che la parola ancora funziona, fa paura, necessita di protezione…”. Inizia così, poi parla di rispetto delle regole, invoca un allarme sociale diffuso, attacca l’estetica mafiosa eletta a serie tv e incita a verifiche personali sulle complicità col sistema mafioso nella vita quotidiana.

Ad ascoltarlo sono in 35, più i due della scorta. Che un’ora dopo gli camminano a fianco, davanti e dietro, quasi fosse una passeggiata normale nel centro città. Ma poi avverti un’improvvisa scossa di rigidità. Reazione immediata, moltiplicata per tre, che dura un attimo. A causarla l’accento, profondo e calabrese, dei tizi che ci hanno chiesto indicazioni. Falso allarme, paranoia, tutto si mischia e confonde. La priorità è la sicurezza. Certo. Il resto abita le vite di chi non è Giulio Cavalli, ma che vorrebbe, potrebbe, dovrebbe esserlo.

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