LIBERAZIONE recensisce il libro NOMI, COGNOMI E INFAMI

“Nomi, cognomi e infami” è il primo romanzo dell’attore teatrale

Disonorare la mafia e i mafiosi, per Cavalli è una questione d’onore

Isabella Borghese

Nomi, cognomi e infami, edito da Edizioni Ambiente (pp. 256, euro 16,00) è il primo romanzo di Giulio Cavalli, anche e in primis attore teatrale. La copertina del libro, un’immagine di Francesco Lanza, è una sedia vuota su di un palco. Nell’immediato la vista potrebbe immaginare e riportarci alla scenografia dello spettacolo teatrale i cui monologhi sono riportati all’interno della pubblicazione, ma non di meno alla solitudine dell’autore ormai sotto scorta da due anni. Una solitudine che arriva potente al lettore, senza maschere né inutili falsità. Ma sembra altrettanto veritiero che la sedia in copertina diventi in qualche modo il posto dedicato da Cavalli al lettore affinché si accomodi tra le sue pagine per ascoltarlo in un intimo, necessario e confidenziale vis à vis. L’autore consegna infatti ai nostri occhi con lucidità e acceso interesse un testo in cui non risparmia la violenza e la malvagità della mafia con riflessioni, cronache del vissuto e testi che invece rappresentano la versione teatrale di tanta crudeltà. Proprio attraverso le parole di Cavalli possiamo ripercorrere e ricordare, riconfermando l’inestimabile valore della memoria, numerosi e tragici eventi causati dalla mafia. Gaetano Giordano, Renzo Caponetti, Libero Grassi riecheggiano come nomi di “Uomini ammazzati per aver deciso di ribellarsi al pagamento del pizzo perché Un intero popolo che paga il pizzo è un popolo senza dignità”. Questo recitava un volantino e numerosi adesivi che il ventinove giugno del 2004 tappezzavano Palermo. Bruno Caccia, il magistrato di Cuneo che tra le altre attività ha anche avviato delle indagini sui terroristi delle Brigate rosse e sui traffici della ‘Ndrangheta in Piemonte, il 26 giugno del 1983 è stato ammazzato da quattordici colpi più tre di grazia. E non è una semplice processione o una rassegna di nomi e vite che l’autore racchiude in questo romanzo. Cavalli accanto ai su citati non riesce a tralasciare la vicenda di Peppino Impastato, il suo coraggio, la sofferenza dei cari, fino a raggiungere la verità della mafia al Nord. A seguire, è chiaro al lettore, l’autore non intende neanche farci dimenticare che in vite come la sua la sofferenza, il rischio e la paura finiscono per essere solo di chi le vive. Sfogliare Nomi, cognomi e infami significa avere tra le mani un diario intimo che tuttavia cerca l’attenzione dei lettori che non vogliono perdere nell’oblìo nulla dell’Italia attraversata e ammazzata dalla mafia, ma di contro con l’autore vogliono condividere una memoria che ci appartiene, forse disperatamente, forse con orrore. L’idea di unire queste storie reali ai testi di uno spettacolo che Cavalli sta portando a teatro arricchisce di gran lunga il messaggio di questo lavoro assegnandogli quasi una duplice anima: la vita reale e quella traslata nel teatro. Sembra chiaro che il nostro autore venga dalla scuola di Falcone e Borsellino, gli uomini che ci hanno insegnato il valore della parola dinanzi alle mafie. Non a caso Cavalli è un uomo e un attore che vive di parole e che sa consegnare a esse il peso che detengono nel momento in cui sottolinea che la mafia più di tutto sottrae la parola e proprio in questa mancanza possiamo constatare quanto la parola rende le mafie inoffensive e resistibili in questo campo. Anche per questo è facile comprendere, come scrive nella prefazione Gian Carlo Caselli, perché Cavalli porta in scena dei mafiosi «il loro essere osceni» e da tempo fa spettacoli con l’idea di «disonorarli» perché farlo è una questione d’onore e perché da tempo conduce una battaglia contro le mafie «la battaglia di parola», «un’arma che rende le mafie inoffensive e resistibili». Cavalli ha debuttato al Piccolo Teatro di Milano con “Linate, 8 ottobre 2001: la strage”, al quale seguirà nel 2008 “Do ut Des”, spettacolo teatrale su riti e conviti mafiosi. Nel 2009, già sotto scorta, ha portato in scena “A cento passi dal Duomo”. Nello stesso anno il Presidente della Repubblica lo invita al Quirinale per esprimergli solidarietà e sostegno.

12/01/2011

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