WISE SOCIETY intervista Giulio Cavalli

di Laura Campo

L’attore e scrittore lombardo conduce la sua battaglia di parola contro le mafie con testi e spettacoli che irridono Cosa Nostra e ne smontano l'”onorabilità”. Proprio come nel suo nuovo libro, mix di monologhi teatrali e storie vere. Dedicato a tutti quelli che come lui, vivono sotto scorta per aver detto no al potere della criminalità organizzata

È un giovane attore teatrale di 34 anni, Giulio Cavalli, con lo sguardo limpido, un sorriso un po’ malinconico e la “schiena dritta”. Disponibile e cordiale, parla volentieri, ma con pudore della storia professionale che l’ha portato a occuparsi di mafia e camorra dal palcoscenico di Lodi, dove ha fondato dieci anni fa la compagnia Bottega dei Mestieri Teatrali(www.giuliocavalli.net, anche per info sugli spettacoli) che tuttora dirige. Amico e collaboratore di Paolo Rossi, Dario Fo e Franca Rame, ha scelto da subito il filone della narrazione civile, del teatro “partigiano” (come preferisce dire) debuttando al Piccolo di Milano con un monologo sull’incidente aereo dell’8 ottobre 2001 a Linate, cui hanno fatto seguito, tra gli altri, due lavori che gli hanno cambiato la vita: Do ut Desspettacolo teatrale su riti e conviti mafiosi e nel 2009 A Cento Passi dal Duomo, sulle attività della mafia al Nord, per i quail ha ricevuto minacce sempre più esplicite e pesanti da parte della criminalità organizzata. Fino a rendere necessaria, due anni fa, la scorta per proteggerlo. Il suo ultimo lavoro Nomi, cognomi e infami è un nuovo spettacolo, ma anche un intenso libro-diario da poco in libreria (per Edizioni Ambiente/Verdenero con la prefazione di Gian Carlo Caselli) che racconta, accanto alla propria, le storie di tanti uomini coraggiosi di ieri e di oggi che non hanno abbassato la testa di fronte al potere criminale: dal giornalista Pippo Fava al magistrato Bruno Caccia. Dall’aprile 2010, Cavalli ha aggiunto alle sue attività anche quella dell’impegno politico in qualità di consigliere regionale dell’Italia dei Valori in Lombardia.

Attore, giornalista-scrittore, amministratore pubblico. Lei cosa si sente prima di tutto?

Uno scrittore prestato al teatro. Un giornalista prestato al palcoscenico. Al 90 percento il mio studio e la mia energia sono rivolti ai contenuti. Mi interessa meno la forma della recitazione.

Che differenza c’è tra il suo teatro civile e quello alla Paolini o alla Celestini? E tra il suo modo di parlare di mafia e quello di Roberto Saviano?

Non saprei dirlo esattamente. Senz’altro il palcoscenico per me è uno dei modi di mettere in pratica la memoria, di tener vivi momenti importanti della nostra storia. Sono anche un teatrante fuori dai circuiti, uno che non racconta cose sepolte, ma la contemporaneità. Io e Saviano facciamo due lavori diversi. Anche lui è uno scrittore ma io sono anche un giullare, un arlecchino. E i giullari magari usavano meno la testa, ma più la pancia e il “pisello” per battere il re. Erano sempre un po’ sporchi, un po’ contradditori. Io mi sento più così. Poi certo, io e Roberto abbiamo corde simili e siamo amici.

Come nasce questo suo ultimo libro e qual è la storia tra quelle che racconta che l’ha colpita di più?

Prima di tutto sono contento di aver fatto un libro a forma di libro ma che comprende un po’ tutto: metà teatro, metà scrittura, metà giornalismo. E poi delle storie che racconto due, diciamo così, mi hanno particolarmente colpito: quella di Libero Grassi, l’imprenditore siciliano che ci è morto a fare il suo mestiere rifiutando di pagare il pizzo (a lui, tra l’altro, si ispira proprio il movimento antiracket palermitanoAddiopizzo) e dicendo: «non sono un pazzo, ma non divido le mie scelte con i mafiosi». Ce ne vorrebbero molti di più di imprenditori come lui. L’altra storia riguarda il fatto che non ci siamo mai accorti che di mafia sono morti anche i preti. Don Beppe Diana, per esempio, era anche lui un prete un po’ a modo suo e diceva ai ragazzi che per farsi sentire dovevano salire sui tetti…L’hanno ucciso nel 1991 a 36 anni, con cinque pallottole. Per fortuna oggi a Casal di Principe dove combatteva la Camorra dei Casalesi è più vivo che da vivo.

Perchè è più facile parlare di mafia a Gela che non nell’hinterland milanese?

Perchè in Sicilia ti ascoltano e sanno di cosa stai parlando, mentre a Lodi dove vivo io ti prendono sempre per un visionario o un allarmista. Poi perché al Sud, in Calabria, in Sicilia, in Campania, (ma forse anche in qualche periferia milanese) un ragazzo a 16 anni deve decidere se andare a lavorare per un Stato legale o per quello illegale. E a volte non può sceglierlo.

Perchè al Sud si riceve comunque un’alfabetizzazione mafiosa. Mentre al Nord, dove mafia e n’drangheta ci sono lo stesso, sembra tutto più sfumato, meno netto, come se ci fosse sempre un velo a coprire l’evidenza. A volte alzare quel velo può essere più difficile. E imperdonabile.

Lei usa uno strumento nuovo nella lotta alle mafie che non è solo la parola, la denuncia dei loro atti, ma la ridicolizzazione, la risata. Perchè gli “uomimi d’onore” hanno così paura dello sberleffo, della feroce presa in giro?

Perchè i mafiosi vivono della loro credibilità, che però non è reale. Non se la sono guadagnata ma è una credibilità figlia della paura. Davanti alla risata, davanti alla scherno, alla battuta dissacrante, che li mette a nudo, non sanno come reagire. Sono spiazzati, perchè non possono permettersi l’ironia e perchè non hanno mediazioni: o ti sparano una pallottola in testa o restano lì impotenti. E arrabbiati.

Qual è l’aspetto più pesante del vivere sotto scorta?

L’aspetto più antipatico è proprio questo: doverlo raccontare tutti i giorni a qualcuno. Anche perchè la vita di chi è sotto scorta è comunque una vita fatta di cose normali: pranzi, cene, serate davanti alla tv. La cosa più complicata finisce per essere proprio il doverla raccontare. Poi se sotto scorta c’è per quarant’anni, un magistrato come Caselli non interessa a nessuno. Se invece c’è uno scrittore o un attore, allora su di loro si accende un riflettore, nasce agli occhi del pubblico una curiosità quasi voyeuristica, allaGrande Fratello, che io non condivido. La cosa invece davvero seria è avere la responsabilità di essere sotto protezione, specie se dietro hai una famiglia e dei figli come me.

Lei ha detto che vorrebbe meno attori e scrittori civili e più cittadini civili. Cosa dovremmo fare di più, tutti noi, per ribellarci davvero alle mafie?

La mafia non si batte con la parola, ma con le coscienze. E quindi ciascuno può contrastarla con il proprio lavoro, il proprio semplice impegno quotidiano. Penso che basterebbe avere maggior senso di responsabilità per tutto quello che non sia solo il proprio privato o il proprio interesse personale per andare verso una direzione di maggiore legalità e maggiore giustizia. Essere consapevoli di quello che ci succede intorno e solidali tra noi.

Se tornasse indietro rifarebbe tutto?

Sì, certo, non ci sono capitato per caso a fare quello che faccio. Anche quando non mi sono occupato di mafia, ma di pedofilia, o della storia di Carlo Giuliani e I fatti del G8 di Genova. Dico sempre che non so mai che lavoro farò il prossimo anno, perché ne ho già cambiati parecchi prima di arrivare al teatro, ma so di sicuro che continuerò a dire che ci sono cose che non vanno, a raccontare storie dimenticate e persone che non cedono.

http://www.wise-society.com/gente-per-bene/personaggi2/giulio-cavalli:-la-mia-risata-contro-la-mafia.html

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