L’Unità: GIULIO NON E’ STATO ASSOLTO

ORESTE PIVETTA

MILANO

L’innocenza di Giulio è una storia italiana, una storia infinita, nel segno della continuità, ieri e oggi e forse, come temiamo, ancora domani. L’innocenza di Giulio. Andreotti non è stato assolto è lo spettacolo che andrà in scena martedì in prima nazionale al Teatro della Cooperativa di Milano, luogo storico ormai di teatro politico.

In palcoscenico salirà, guidato da Renato Sarti, Giulio Cavalli, anche consigliere regionale, ma nel caso attore-narratore di questa storia italiana, «banalizzata – dice – cestinata dimenticata, ma bella nella sua tragicità». La storia appunto di Giulio Andreotti e dei suoi processi, della nostra memoria collettiva che ormai si perde, si liquefa, della sparizione delle responsabilità fino alla riabilitazione e più in là ancora, fino alla probabile beatificazione e alla discolpa persino degli eredi, nell’indifferenza complice di fronte all’orrore. Giulio Cavalli ha scritto il testo con l’aiuto di Giancarlo Caselli, il magistrato, che all’antimafia guidò l’inchiesta che coinvolse Andreotti, e di Carlo Lucarelli, lo scrittore di gialli e di tanti incubi italiani, dalla strage di piazza Fontana alla morte del generale Dalla Chiesa.

Giulio Cavalli, bellezza e tragedia, perché?

«Perché i fatti che vogliamo raccontare sono la rappresentazione perfetta di un potere che si perpetua, si perpetua per un sessantennio e poi si rinnova, modificando le fattezze dei protagonisti, in virtù di un “lodo” che ha ben altro vigore rispetto a una qualsiasi lodo Schifani o a un qualsiasi lodo Alfano. Andreotti, dalla Costituente in poi, sperimenta l’arte e l’arma dell’indifferenza, impermeabile a tutto, a qualsiasi accusa, a qualsiasi sospetto. La fortuna premia gli impermeabili e si ripete, replica, ripropone le stesse dinamiche uguali a un pubblico ormai assopito nell’indecenza. Questo è tragico».

Rappresenti un paese fermo?

«Un paese fermo. La resistenza di Andreotti diventa la resistenza sotto forma di impassibilità di noi tutti, corrotti e alla fine impermeabili come lui. Abbiamo imparato, abbiamo assorbito, ci siamo arresi, davanti a un professionista dell’insensibilità, estraneo persino all’emozione dell’umanità. Perché quell’emozione lo costringerebbe a reagire, a misurarsi con certi valori».

Viene in mente la baldoria di Berlusconi l’altro giorno davanti a Palazzo di Giustizia: come ribaltare la realtà. Andreotti si prenderà prima o poi il gusto di raccontare i suoi segreti?

«Basta riascoltare le sue parole per avere idea di quanto nasconde, di quanto si trascina appresso da sessant’anni. Ho scritto un testo sulla mafia, A cento passi dal Duomo,e mi sono accorto che la mafia, con gli stessi cognomi, è giunta alla terza o quarta generazione. Andreotti è solo, è soltanto lui e si rinnova nel suo erede. Un’oscenità e noi del teatro metteremo in scena l’osceno, semplicemente leggendo atti giudiziari, nudi e crudi, mettendo in fila pagine note di un processo, salvo qualche intermezzo giullaresco e la musica… Tante voci una dopo l’altra, Mannoia, Buscetta, Balduccio Di Maggio, per rifare la cronaca di quanto è accaduto e che abbiamo dimenticato. Anche Andreotti par-la, dall’alto, da un confessionale sospeso in cima a una piramide. Andreotti parla seduto vicino al cielo, ma siamo consapevoli che neppure a Dio direbbe la verità».

Come è nato l’incontro con Caselli e con Lucarelli, autori con te del testo, e con Renato Sarti, il regista?

«A Caselli mi lega una profonda stima, cresciuta quando è stato costretto a subire, come si dice adesso, la macchina del fango. Caselli è la massima autorità. Carlo mi aiuta a ricostruire il contesto. Sarti mi è stato vicino quando sono stato minacciato. Mi aveva già promesso una sua regia».

Ricordiamo la musica di Stefano Cisco Bellotti. Di che cosa dovremmo infine ragionare noi spettatori?

«Di una bugia intollerabile a proposito di una assoluzione mai avvenuta. Di come un politico democristiano possa scendere in Sicilia per assoldare Lima e Ciancimino. Di come un altro politico possa stipendiare Mangano e appoggiarsi a Dell’Utri».

Da l’Unità, 1 aprile 2011

 

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