CORRIERE: Il processo Andreotti si ripete a teatro

«Spiegherò che sulla mafia non è stato assolto»

MILANO — È l’uomo dei segreti e dei misteri. Dei patti con il diavolo e pure con l’acquasanta. È la prova vivente della bontà del suo detto più celebre: «il potere logora chi non ce l’ha». Lui infatti, che da 65 anni in qua l’ha sempre saldamente tenuto in pugno, sembra non conoscere cedimenti di sorta. Immutata e immutabile la sua faccia, stessa pettinatura, stessi occhiali, stesse labbra taglienti. Vari e cangianti i soprannomi che via via l’hanno accompagnato: Belzebù, la sfinge, il gobbo, la volpe, l’ultimo dei mandarini… Il divo Giulio. Giulio Andreotti. Il più abile, furbo, cinico tra i nostri politici. Chiamato in causa più volte dalla magistratura, ne è sempre sgusciato via. Condannato per mafia, il reato è stato estinto per prescrizione. Faccenda quantomai discutibile e oscura, L’innocenza di Giulio è il titolo ironicamente provocatorio del nuovo spettacolo di Giulio Cavalli, regia di Renato Sarti, debutto il 5 aprile aMilano, al Teatro della Cooperativa, coprodotto con Bottega dei mestieri teatrali. Milanese, 34 anni, attore-autore di un teatro civile su temi come il G8, la strage di Linate, il turismo sessuale, Cavalli da tempo vive sotto scorta per aver ricevuto minacce da cosche mafiose. E da un anno è anche consigliere regionale idv in Lombardia. «Diciamo che mi trovo in una situazione di conflitto d’interessi: da un lato faccio teatro politico, dall’altro politica teatrale», scherza. Certo, calarsi nei panni di tale personaggio non sarà facile. Chiamarsi Giulio aiuta? «Non cerco nessuna somiglianza fisica. Tanto meno di ammiccare ai suoi vezzi, di citare le sue battute. Ce l’hanno sempre fatto passare per un uomo spiritoso, di grande intelligenza. In realtà è solo il mediocre esponente di una politica che di mediocrità e servilismo ha fatto i mezzi primi per raggiungere il potere. Non voglio renderlo in alcun modo simpatico. Per trasformarmi in lui mi bastano due elementi: un inginocchiatoio e un impermeabile». Da indossare prima di genuflettersi, ideale per far scivolare via ogni accusa. «È nota la devozione di Andreotti, il suo legame con la Chiesa — ricorda Renato Sarti —. Bibbia alla mano e mani giunte, citerà i passaggi chiave delle sue dichiarazioni rese durante i procedimenti processuali ». «L’idea di portare in scena Andreotti— prosegue Cavalli— è nata proprio dall’urgenza di ripercorrere la vera storia di quel processo e quella condanna, di smentire la visione distorta che ne è stata data da gran parte dei media». Perché, come recita il sottotitolo dello spettacolo, messo a punto con la collaborazione di Gian Carlo Caselli—procuratore di Torino, ai tempi colui che istruì il processo ad Andreotti — e dello scrittore- giornalista Carlo Lucarelli, «Andreotti non è stato assolto». Per spiegarne le ragioni, salirà in scena lo stesso Caselli. «Solo un cameo. Il tempo di rinfrescare lamemoria su come sono andate le cose—avverte —. Andreotti non è stato assolto perché innocente, se l’è cavata solo grazie alla prescrizione. La sentenza in appello, confermata dalla Cassazione, dice che fino al 1980 è reo di associazione a delinquere con Cosa Nostra. Responsabile di fatti certi, quali gli incontri con mafiosi come Stefano Bontate per discutere l’omicidio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia». La prescrizione ha sventato la sentenza, ma non ha cancellato i fatti. «Parlare di assoluzione è gravissimo — conclude il procuratore —. Significherebbe cancellare la demarcazione tra lecito e illecito, legittimare una politica che tesse rapporti con il malaffare. Ieri come oggi».

Giuseppina Manin

DA IL CORRIERE, 01 APRILE 2011

Rispondi