PERSINSALA recensione “L’innocenza di giulio – andreotti non è stato assolto”

La vera storia di 40 anni della nostra Repubblica esemplificata da un unico, emblematico caso giudiziario: quello che ha visto protagonista l’onorevole Giulio Andreotti.

Testo scritto da Giulio Cavalli – che si è avvalso della collaborazione di Giancarlo CaselliCarlo Lucarelli; musiche dal vivo (purtroppo non in tutte le repliche) di Cisco – ex voce dei Modena City Ramblers – e regia di Renato Sarti – che allestisce il palcoscenico del teatro della Cooperativa per un vero e proprio stationem-drama: in un unico luogo grazie a due leggii, altrettante pedane e un inginocchiatoio, Cavalli dà voce e corpo a persone comuni e mafiosi che sfilano sul banco dei testimoni, durante il processo all’onorevole, per raccontare ciò che sanno dei suoi rapporti con i cugini Ignazio e Antonino Salvo, l’ex sindaco di Palermo e parlamentare italiano ed europeo Salvo Lima, e su quel bacio tra il divo Giulio e Totò Riina. Ma Cavalli è anche Aldo Moro che scrive dalla prigionia – e le parole dell’ex leader della Dc rotolano come pietre sulla coscienza del compagno di partito; ed è lo stesso Andreotti che, col suo caratteristico impermeabile (più famoso di quello di Colombo – perdonate l’impertinenza), si inginocchia – lui sempre così devoto – per “confessare” la sua verità, intessuta di “non ricordo”, dinieghi e accuse velate – conditi con qualche battuta caustica, che di solito è l’estremo vezzo col quale il giornalista si trastulla, invece di esaminare i fatti.

Due momenti di pura poesia e commozione, salutati dal pubblico con applausi a scena aperta: quando Cavalli recita il monologo-apologia della “mano di Giulio” (quella mano che, come quella del papa, si bacia, si stringe, suscita devozione e cupidigia, sulla quale si piange e che si brama) e quando Cisco imbraccia la chitarra e canta I cento passi, in ricordo di Peppino Impastato, vittima della mafia – che fu anche vittima di Stato, perché il nostro e il suo Paese, per anni, non volle ammetterne l’omicidio, cercando addirittura di fare passare il giovane candidato di Democrazia Proletaria per un suicida, morto mentre cercava di approntare un attentato.

Due film in questi anni ci hanno raccontato mirabilmente queste vite parallele e contrapposte: Il divoI cento passi ma la polvere del palcoscenico, il sudore e la tensione dell’interpretazione dal vivo forse arrivano ancora più direttamente al pubblico. Ed è a livello quasi fisico, di pelle, che pesano le parole della sentenza definitiva del processo a Giulio Andreotti che: “ha ravvisato la partecipazione nel reato associativo non nei termini riduttivi di una mera disponibilità, ma in quelli più ampi e giuridicamente significativi di una concreta collaborazione”. Altro che assoluzione, come sottolinea dal palco Giancarlo Caselli – in un Paese dove le mafie non esistono e sono GomorraLa piovra a rovinarci la reputazione, è bene ricordare che cavarsela grazie alla prescrizione non significa essere innocenti.

http://www.persinsala.it/teatro/l’innocenza-di-giulio-andreotti-non-e-stato-assolto/2659

 

 

Rispondi