LA SESTINA, recensione L’INNOCENZA DI GIULIO

«Diceva Er Monnezza: ‘Quello che te sto a di’ è Cassazione’. Quel che vale per Er Monnezza non vale per il resto del Paese». Una citazione di Tomas Milian non te l’aspetteresti da un distinto magistrato settantenne. Invece Giancarlo Caselli usa il commissario Giraldi per battezzare lo spettacolo di Giulio Cavalli su Andreotti. E per ricordare che la Cassazione non ha assolto il Divo Giulio dalle accuse di mafia.

Già da qui s’intuisce che L’innocenza di Giulio, in scena al Teatro della Cooperativa di Milano dal 5 al 22 aprile, sarà «uno spettacolo maleducato e rissoso». Così lo definisce l’attore Giulio Cavalli, coautore insieme a Carlo Lucarelli e allo stesso Caselli. Per la ‘prima’ la musica è dal vivo: Cisco, ex cantante dei Modena City Ramblers, accompagna con chitarra e tamburello.

Sul palco due sedie. Al centro, una luce soffusa illumina un inginocchiatoio e un impermeabile. Un allestimento leggero per ricordare storie pesanti. I rapporti tra Andreotti e i cugini Salvo, l’ascesa e la caduta di Salvo Lima, l’intreccio tra mafia e P2, tra Bontade e “Michelino” Sindona, gli omicidi di Piersanti Mattarella e del generale Dalla Chiesa. Andreotti è stato assolto? È un perseguitato? «Per il resto del Paese» è così. La Cassazione, invece, conferma la sentenza d’appello del 2003: Andreotti ha «commesso il reato di partecipazione all’associazione per delinquere fino alla primavera 1980». Reato però «estinto per prescrizione». «Non un’assoluzione. Che senso avrebbe altrimenti fare ricorso se sei stato assolto?», si chiede Giulio Cavalli.

Lo spettacolo combina il teatro civile dell’attore milanese con i ritmi della narrazione di Lucarelli. E con il rigore di Caselli. Si citano le sentenze, si leggono le deposizioni dei pentiti: Mannoia, Buscetta, Di Maggio che racconta del presunto bacio tra lo ‘Zio’ Giulio e Totò Riina. Tra un brano e l’altro il teatro diventa un confessionale: musica sacra, luci basse, Cavalli indossa l’impermeabile e s’inginocchia. Diventa Andreotti e si cita: «I miei amici che facevano sport sono morti da tempo»,  «Ho visto nascere la Prima Repubblica, e forse anche la Seconda. Mi auguro di vedere la Terza», «Non sono mai stato sindoniano, non ho mai creduto che fosse il diavolo in persona». E sulla sua assenza al funerale di Dalla Chiesa: «Preferisco andare ai battesimi piuttosto che ai funerali». Lo stile ricorda Il Divo, difficile smarcarsi da un’interpretazione come quella di Toni Servillo. Chiude Cisco: «Dormi dormi bel Paesino», una ninna nanna all’Italia addormentata. Sperando che si risvegli.

Giorgio Caccamo
Paolo Fiore

 

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