REPUBBLICA, recensione L’INNOCENZA DI GIULIO

SPETTACOLI MILANO n XVI

VENERDÌ 15 APRILE 2011

Documentato e di parte Cavalli diventa Andreotti

SIMONA SPAVENTA

IMPERMEABILE chiaro e volto imperturbabile, voce monotona come una litania liturgica e Bibbia aperta davanti a sé, Giulio Cavalli si china in preghiera su un inginocchiatoio. Gli bastano la rigidità della postura e pochi gesti solenni come benedizioni papali per trasformarsi in un altro Giulio, il “Divo” Andreotti. Lo fa per raccontare, con l’esattezza dei documenti e la ferocia della giustizia offesa, una “storia che accende la nausea”: la storia del processo al senatore a vita per collusioni con la mafia. È uno spettacolo “maleducato e rissoso”, o almeno così lo definisce il suo autore e interprete, L’innocenza di Giulio, sottotitolo che non lascia dubbi: Andreotti non è stato assolto. L’ultima fatica di Cavalli, giullare che ormai da anni vive con la scorta per il suo teatro civile che punta il dito contro la mafia (e due carabinieri sono lì in sala, ai due lati sotto il palco), nasce per smontare un equivoco della storia, perché la sentenza del 2003 parla di concreta collaborazione fino al 1980 con esponenti di Cosa Nostra, e — come chiarisce in un video proiettato in scena il procuratore Gian Carlo Caselli — se non ci fu condanna è stato perché erano scaduti i termini di prescrizione. Una bugia che Cavalli smonta pezzo a pezzo, misurando la scena vuota immaginata dalla regia di Renato Sarti, solo cinque pedane, quella al centro più alta dove, quasi totem sacro, sta l’inginocchiatoio di una confessione menzognera. Si sposta da un angolo all’altro del palco, il giullare, per snocciolare nomi, date, incontri e, soprattutto, delitti. Accovacciato sugli assi di una pedana, ripercorre una cronologia scandita in capitoli e intervallata dalle ballate politiche di Stefano “Cisco” Bellotti, ex Modena City Ramblers, dove la storia dello Stato si mescola a quella di Cosa Nostra. Sul video del fondale compaiono anche i volti. Quelli dei cugini Salvo, “viceré di Sicilia”, imprenditori legati alla mafia che entreranno nella corrente Dc di Andreotti. E poi l’ascesa politica di Salvo Lima, “l’amico degli amici”, il delitto Dalla Chiesa, “Michelino” Sindona con l’omicidio Ambrosoli e il caffè corretto al cianuro. Varia i toni, Cavalli, passando dalle deposizioni dei pentiti, con accento siciliano e musica western, alla letterarietà dei leitmotiv narrativi ripetuti come ritornelli rabbiosi (un vezzo alla Carlo Lucarelli, collaboratore ai testi), dalla freddezza dei dati alla lucida negazione di tutto delle parole dell’imputato, citate alla lettera dai verbali. Registri difficili da armonizzare, a tratti stridenti, per un racconto documentatissimo e insieme esplicitamente partigiano, che ha il merito di essere un monito livido e duro a non dimenticare.

 

Teatro della Cooperativa via

Hermada 8, ore 20.45, fino al 22 aprile, 16 euro, tel. 0264749997

 

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