IL CITTADINO sullo spettacolo NOMI, COGNOMI E INFAMI

Sabato sera l’attore e regista lodigiano ha ripercorso le tante storie di resistenza civile ai clan

Al Nebiolo nomi e cognomi degli infami

Giulio Cavalli chiude la stagione teatrale con lo spettacolo sulla mafia

Tante voci in una; tante storie in un’altalena di pathos e ironia. È l’equilibrio difficile scelto per Nomi, cognomi e infami portato sulla scena del Nebiolo sabato sera da Giulio Cavalli, autore e attore lodigiano, abituato a vivere la sua stessa vita in bilico, tra arte, intimidazioni e scorta, assicurata dallo Stato per le minacce subite. In platea, applausi e affetto, complicità e rabbia. In una parola partecipazione in quello che è stato l’ultimo appuntamento di prosa del Nebiolo di Tavazzano. Un puzzle di testimonianze di persone che hanno fatto della lotta contro criminalità organizzata, malaffare e mafie, il senso della vita. Un telaio di parole ricamato alla maniera della giullarata del Cinquecento, con il cantastorie «antipatico e maleducato» che mette a nudo i potenti e ne canta la bassezza. È quello che ha deciso di fare Cavalli con i boss, nel suo primo spettacolo sulla mafia (Do ut des, riti e conviti mafiosi), nato dall’incontro con il sindaco della «città più brutta del mondo» ovvero Gela. Quel Rosario Crocetta finito nel mirino delle cosche per il suo impegno antimafia e che, come primo gesto post elezioni, scelse di licenziare una dipendente comunale, moglie di un boss che occupava senza diritto un posto non suo. Il viaggio di Cavalli, già affidato alle pagine del libro, Nomi, cognomi e infami, edito da VerdeNero nel 2010, inizia qui e arriva in tutti i luoghi in cui ha trovato storie di dignità e violenza, di soprusi e coraggio. Un racconto tragico che nella mani di Cavalli, Arlecchino che come da tradizione «prende una storia e la stropiccia», diventa il là per ridicolizzare gli «uomini e d’onore» e i loro riti. «Perché se la mafia è stata in grado di rubarci anche una parola piena di dignità come onore – ha detto in un passo – , non possiamo fare altro che andare a riprendercela». Con l’ironia, il coraggio, il racconto delle vite di quanti hanno combattuto con forme diverse la stessa lotta. È il caso di Rosario Crocetta («Perché quella della moglie del boss licenziata che attraversa la piazza a testa bassa è una delle immagini più poetiche che si possono ricordare»), ma anche di Paolo Borsellino, favola amara che l’autore racconta in una lettera al figlio, «perché questa storia ce l’hanno data scassata e ci hanno tolto i cattivi». Ma è anche il caso dell’omicidio del luglio 1979 dell’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della banca privata di Michele Sindona, o del magistrato Bruno Caccia, ucciso nel 1983 a Torino, quando ancora la parola mafia non era mai stata pronunciata in tv. Ossimori di un’epoca che ha prodotto «fiction come Il capo dei capi, in cui Riina ‘o curto era rappresentato su un cavallo bianco mentre discute con Provenzano». Il segno, prosegue l’autore dal palco, di un vero e proprio «favoreggiamento culturale» se pensiamo che «Riina soffre del tipico rossore a fragolite dello sfigato della classe» e «Provenzano è stato arrestato in una casupola di ricotta e merda, in cui hanno trovato santini, erbe cotte, e la colonna sonora del Padrino». Dopo i ringraziamenti a chi ha materialmente dato vita alla stagione del Nebiolo, Paola Vicari e Stefano Maj, Cavalli ha voluto dedicare il suo bis al giornalista Beppe Fava, ucciso nel gennaio 1984, prima di dare appuntamento al suo pubblico all’anniversario dei dieci anni di Bottega dei Mestieri Teatrali, ancora in fase di programmazione.

Rossella Mungiello

DA IL CITTADINO

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