LA SETTIMANA SPORTIVA: professione rompicoglioni

Tète à tète con Giulio Cavalli, per i media “l’unico attore europeo che vive sotto scorta”, “l’altro Saviano” o “il giullare antimafia”. Per noi autore, uomo di teatro, consigliere regionale e tante altre cose (Prima Parte).

Conosco Giulio Cavalli da molti anni, quindi da prima della sua fama di autore, uomo di teatro, ‘politico-tra-virgolette’ e -anche se a lui non piacerà il termine-personalità splendidamente controversa. Riassumere le sue note biografiche è un’ impresa, in un’ attività che lo porta dalla Bottega dei Mestieri Teatrali (2001) a Paolo Rossi, che nel 2006 lo spinge sul palco in prima persona. Da lì Giulio passa da ‘(Re) Carlo (non) torna dalla battaglia di Poitiers’ -ispirato alla morte di Carlo Giuliani- al famoso ‘Linate 8 ottobre 2001: la strage’. Poi vengono ‘Do ut Des: spettacolo teatrale su riti e conviti mafiosi’ (2008) e nel 2009 ‘A cento passi dal Duomo’; la rivisitazione di ‘L’Apocalisse Rimandata’ di Dario Fo e Franca Rame (che apprezzano) e ‘Nomi, cognomi e infami’, ispirato a storie di mafia e di gente che ha scelto di non piegarsi.  Nel dicembre 2009 Giulio è ricevuto dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che gli esprime solidarietà per le minacce ricevute dalle cosche mafiose, a causa delle quali vive sotto scorta (con altalena: prima tolta poi ridata, ma questa è un’altra storia). Per il suo impegno a favore della legalità riceve nel 2010 il premio Pippo Fava e il premio Campione della Cultura nella sala del Consiglio Provinciale di Milano. Nello stesso anno è eletto consigliere regionale nelle liste dell’IDV. E’ cofondatore di Expo No Crime, primo gruppo interistituzionale contro l’infiltrazione della mafia negli appalti per l’Expo 2015. Ha pubblicato ‘Linate 8 ottobre 2001: la strage’ (Ed.XII) e ‘Nomi, cognomi e infami’ (Ed. Ambiente). Su di lui Editori Riuniti ha pubblicato ‘Fronte del Palco: Surgelati, Trapani, Antimafia”, libro-intervista a cura di Sergio Nazzaro.

Glezos: Dal teatro alla vita sotto scorta: com’è successo?

Giulio Cavalli: E’ cominciato tutto dallo spettacolo del 2007 sulla tragedia di Linate, che è quello che ha un po’ smosso la mia vicenda a livello politico: in quel caso non mi arrivarono le buste con le pallottole com’è successo dopo, ma ci furono pressioni comunque forti. Faccio un passo indietro: in realtà io sono stato sempre convinto di non essere un attore, anzi, come attore mi considero pessimo. Sono piuttosto una persona che fa un lavoro di inchiesta, appoggiato a giornalisti e a professionisti del tema che tratto di volta in volta. Quindi il mio lavoro è al 90% studio, al 5% drammaturgia per il gusto della scrittura e al restante 5% il portarlo in scena. E siccome sono egoista, in scena ci vado io. Quando nel 2006 ho fatto lo spettacolo sulla camorra ed è scoppiato tutto quel casino, in Italia il Grande Fratello Degli Intimiditi era al culmine, nel senso che le vicende dei minacciati che vivevano sotto scorta cominciavano a essere un buon marketing. E lì mi sono accorto di alcune cose. La prima è che la parola funziona, che è quello che Roberto Saviano continua giustamente a ripetere. La seconda è che se sul tema della criminalità organizzata la parola riesce a fare così tanto rumore, vuol dire che c’è spazio per lavorarci. E a un certo punto sei a un bivio: o fai la vittima profumatamente pagata (perché in Italia se ti posizioni bene sei a posto, e non sto alludendo a Roberto), oppure ci metti la faccia. Perché se non lo fai diventi il censore che non ha mai proposte o soluzioni, o comunque fai la figura di quello che guarda e giudica dall’alto, e soprattutto dal di fuori.

G: Perchè ti sei candidato alle regionali?

GC: Perché una volta al bivio di cui dicevo prima mi sono detto: “Fermi tutti: il mio lavoro è raccontare le storie degli altri, quelle più rappresentative su un problema collettivo. Ma qui alla fine mi ritrovo sempre a raccontare la mia storia, e così non sto facendo il mio lavoro”. Quindi il mio amore per lo studio e per la parola si è trasformato. Mi spiego: ha poco senso parlare di cultura della mafia quando anche in Lombardia hai una magistratura che ha ruoli scoperti come nelle peggiori procure siciliane, come non possiamo ignorare che l’antisbirrismo dilagante e un po’ figlio del ’68 fa in modo che i settori buoni delle forze dell’ordine restino isolati. Come non possiamo permetterci che nell’agenda politica non ci sia traccia del problema della legalità, e che questo sia ignorato: in Italia non esiste una commissione antimafia in nessun singolo partito, e appena citi questo problema ti arriva subito la famosa simbolica tessera di Professionista Dell’Antimafia. Quindi, a forza di parlare e scrivere con i magistrati e vivendo 24 ore al giorno con le forze dell’ordine, mi sono detto: “Bene, visto che mi hanno accusato di fare del teatro troppo politico, vorrà dire che farò della politica troppo teatrale”. L’idea è stata proprio questa: faccio tutte e due, e vediamo cosa succede. Perché per me il teatro non è mai stato un fine, ma un mezzo: oggi faccio spettacoli, domani potrei fare il giornalista o qualcos’altro, sempre ammesso che qualcuno ci creda e mi dia spazio.

G: Mettiamola giù cruda: quale motivo c’è di spedire proiettili a un Giulio Cavalli, quando ci sono ben altri bersagli in giro?

GC: Non mi hanno spedito le pallottole a causa delle mie parole: anche questa è una grande falsità. In realtà, i delatori più intelligenti hanno sempre provato a dipingermi come un attore, un giullare. Lo confermano i titoli dei giornali: “Il Giullare Antimafia”, “L’Attore Anti’Ndrangheta”. E’ il modo migliore per isolare una persona, che è poi quello che fanno anche con Roberto (Saviano, ndr): sminuirne il lavoro. In realtà -e qui lui ha ragionissima nel sottolinearlo- a loro fa paura l’effetto che provochiamo. E nel mio caso l’effetto provocato è stato ad esempio produrre uno spettacolo con il sindaco di Gela, Rosario Crocetta, venire qui al nord a gridarlo in un teatro minuscolo e scoprire che il boss che voleva ammazzare il mio amico e sindaco Rosario ha preso a 500 metri da qui un appalto nella centrale termoelettrica di Tavazzano. Oppure che appena esci qui di fronte c’è un pizzeria dove abita un gelese della cosca degli Emanuello, che è al 41 bis. Si è efficaci quando riesci a scalfire il mito, perché qui alla gente fa comodo che esistano persino Rosarno, Libero Grassi e Peppino Impastato: purtroppo sono diventati i souvenir dell’antimafia di cui ogni buon lombardo che si rispetti ha almeno una copia. L’effetto scatta nel momento in cui dici: “Un momento, guardate che Rosarno è qui. E’ a Lodi, a Melegnano, in Piazzale Lotto tutte le mattine alle 4: qui non vanno a raccogliere arance e pomodori, vanno sui cantieri”. E’ qui che produci quel sano allarme: io sono un allarmista, e rivendico di esserlo, anzi, vorrei fondare il Partito degli Allarmisti Italiani (risate, ndr). L’allarme scuote, e tutti cominciano a guardare sotto lo zerbino soprattutto in Lombardia, dove gli uomini di mafia sono sempre riusciti a nascondersi molto bene. Io mi ci incazzo soprattutto quando vado a parlare nelle scuole, quando dico che in Lombardia abbiamo gente come Barbaro, Papalia, Morabito, i Bellocco, i Piromalli. Tutta gente che è qui da tre generazioni, nonno, padre e figlio, i cui nipoti vanno all’asilo con i nostri figli. Non posso puntare il dito contro le generazioni precedenti alla mia, soprattutto su un tema dove a mio parere non esiste dibattito: o stai da una parte o stai dall’altra, se non prendi posizione sei colluso e la battaglia è tra chi pretende il rispetto delle regole e chi le regole se le sta comprando. E la Lombardia è la regina delle regole comprate e privatizzate. Così, corri più rischi ad andare nelle scuole, come faccio di solito, e dire a 500 ragazzi che lo spinello che ti fai il sabato sera e la borsa che compri dall’africano a prezzo stracciato ingrassano solo la mafia. Il lombardismo lo vedi nelle cose piccole soprattutto in provincia, con tutti questi bar-pasticceria che sembrano essere presi di peso da Parigi e trapiantati in paesini tristissimi, in ossequio alla logica d’investimento: tutti senza lavoro, ma a prendere il caffè si va nel nuovissimo bar così fashion.

G: Ci voleva Saviano per accomunare i termini ‘mafia’ e ‘nord’?

GC: Mah. Roberto ha svolto un ruolo importante, ma la realtà è lì da vedere da molto tempo. Ti faccio un esempio: a Lodi abbiamo due uomini di mafia, due nomi grossi che hanno comprato le attività commerciali più prestigiose in città. Abbiamo sindaci o amministratori che vanno a inaugurare, e che non sanno. E secondo me non sanno veramente. Il mio sogno è che un giorno una Letizia Moratti se ne renda conto e si metta in un angolo a piangere come una bambina, perché forse farebbe così. Ma attenzione: io non credo tanto alla collusione, o meglio alla teoria che vuole tutti i politici collusi. E forse è per questo che sono ottimista. Poi ci sono i casi specifici: a Trezzano sul Naviglio la collusione c’è stata, come ci sono consiglieri regionali (se non addirittura assessori) seduti di fianco a me che hanno avuto la campagna elettorale pagata dalla ‘ndrangheta. In generale io credo -e lo ripeto a ogni occasione- che in Lombardia si dovrebbe parlare un po’ meno di antimafia, e un po’ più di mafia. Ma sono molto ottimista, perché secondo me siamo ancora in una fase di alfabetizzazione, il che ci dà una possibilità enorme.

G: Mi hai detto che il Savianismo ha involontariamente fatto dei danni. Quali?

GC: Io penso che Saviano sia la prima vittima del Savianismo. Come tutte le persone di buon senso e tutti i partigiani (nel senso di gente che si schiera con decisione da una parte), quando Roberto esprime una posizione politica ne soffre molto più di quello che meriterebbe, anche a causa dell’alone di intoccabilità che ha intorno e che in realtà gli fa solo male. Questo succede perché in Italia si è perso il concetto di persona. Siamo un paese che trova speciali (e giustamente) uomini come Roberto, ma al tempo stesso nessuno va a chiedere a Gian Carlo Caselli com’è vivere da 35 anni sotto scorta. Siamo un paese che prende i bravi narratori di storie, e in questo Roberto è un maestro, e poi li costringe a raccontare la propria. Siamo un paese che dimentica che le storie che noi raccontiamo hanno dei protagonisti e delle vittime sopravvissute, che continuano a essere vittime anche se non sono state raggiunte da una pallottola. Ogni tanto mi chiedono: “Chi è l’eroe dell’antimafia?”. E io gli racconto del panettiere di Palermo che si è rifiutato di pagare il pizzo e che va alle 4 di mattina a fare il pane scortato dai carabinieri. E poi siamo un paese che ha acceso il voyerismo sulla questione delle scorte, e si dimentica che questo tipo di situazione c’è da anni, anche a livello di sindaci e altre figure istituzionali. E a me fa paura un paese che misura lo spessore delle persone in base al numero degli uomini della scorta.

G: Non siete solo tu e Saviano a vivere sotto protezione. Una domanda che probabilmente in molti si pongono: come si fa ad avere la scorta? Chi la richiede? Come avviene la procedura?

GC: Hai ragione, è bene fare un po’ di chiarezza. Innanzitutto, oggi in Italia le persone sotto scorta sono 670. La meccanica è molto semplice: ogni città ha un tavolo di sicurezza composto dalla Prefettura, dal questore e dal comandante provinciale che analizzano il grado di rischio e che devono assolutamente avere dei riscontri. Dopo di che sottopongono il tutto a un comitato centrale a Roma, che dispone il servizio. Tieni presente che di questi 670 che vivono sotto scorta (me compreso) ne hai intorno ai 400 che sono magistrati, 250 politici, e il resto a scalare.

G: Quindi il panettiere di Palermo che è riuscito ad avere la scorta ha ottenuto un qualcosa di straordinario, viste le cariche solitamente pubbliche e istituzionali che ne usufruiscono.

GC: Diciamo che è una buona notizia, perché significa che in Italia si sta sviluppando una sensibilità sul rischio e soprattutto un dovere di tutela dei lavoratori, anche diversi da quelli nella magistratura e nelle forze dell’ordine.

G: Nel tuo caso come si è arrivati alla scorta?

GC: Forse la mia vicenda è un po’ diversa. E’ cominciata nel 2006, il 1° di aprile, tant’è vero che pensavamo fosse il classico pesce. Iniziò dapprima con una e-mail anonima che avevo ricevuto, che aveva dei dati su alcuni spostamenti miei, di mio figlio e della mia famiglia. Poi il livello si è alzato, quindi siamo partiti da una tutela molto blanda (ad esempio il passaggio di controllo dei carabinieri sotto casa) che poi si è rinforzato con l’aumentare delle minacce, fino ad arrivare alla tutela fissa.

G: Hai qualcuno vicino che ti protegge 24 ore su 24. Come si vive, in queste condizioni? Saviano dice che è una situazione insopportabile.

GC: Si vive normalmente, nel senso che ad esempio a livello professionale non cambia assolutamente niente. Roberto si lamenta, lo so, ma sai…insomma, non vorrei essere cattivo, ma io ho un vicino di casa che è un anno che è triste perché non gli cresce il ciliegio in giardino: ognuno ha le sue sofferenze. Che situazione è, vivere con a fianco la scorta? Quella del Presidente della Repubblica, dei senatori a vita, dei ministri. Naturalmente cambia qualcosa a livello personale, e questa è una cosa che non approfondisco perché non metto sulla bancarella delle storie da raccontare. Poi ci sono delle cose che ti turbano: ad esempio, posso dire che il mio figlio più piccolo non mi ha mai visto in macchina con lui, tant’è che penso che gli sia venuto il dubbio che io non sappia guidare. Dipende molto da come la vivi, e soprattutto da quanto la vuoi raccontare. Io penso spesso a come la vivono amici come Gian Carlo Caselli o Antonio Ingroia, o alla serenità con la quale la accettava Paolo Borsellino, sapendo benissimo come sarebbe andata a finire. Io dico che non è una condizione di vita eccezionale, nel senso che non è così rara come sembra: insomma, vivere sotto scorta non è una caratteristica saliente di una persona. Certo, a volte quando leggo Roberto (Saviano, ndr) che si lamenta mi verrebbe da dire: “Beh, certo che ogni tanto una birra al pub con gli amici piacerebbe anche a me”. Ma è anche vero che faccio una vita molto nomade, per cui in realtà ne risento poco.

G: Teatrante, politico, giornalista, autore. Cosa rispondi a chi ti chiede che mestiere fai?

GC: Boh. Proprio così: boh. Mio figlio a volte me lo chiede: “Ma che lavoro fai?”. Che lavoro facciamo? Quando mi è successo quello che mi è successo, ho capito che dovevo decidermi: arrivano le minacce, escono le prime agenzie, i giornali scrivono, e la gente di teatro comincia a dire: “Beh, noi siamo con lui, ma Cavalli è un giornalista”. E i giornalisti: “Tutto bene, ma Cavalli è un teatrante”. Poi l’anno scorso ho ricevuto il premio Fava (che prende il nome da Pippo Fava, giornalista e autore ucciso dalla mafia, ndr),  che ho sempre sentito vicino proprio per questo suo oscillare tra le mansioni, e ho cominciato a chiedere ai ragazzi che guardano e riguardano “I Cento Passi”: “Che lavoro faceva Peppino Impastato?”. E nessuno lo sapeva.  Che lavoro facciamo, quindi? Facciamo gli scassaminchia.

G: Ho chiesto a Carlo Sabelli Fioretti come definirebbe il suo mestiere. Lui mi ha risposto: “Cazzeggio. In quale altro modo posso definirlo?”.

GC: Ottima risposta. Io direi proprio così, “Faccio il rompicoglioni”. Io quando mi sveglio al mattino e ho un nemico, mi sento bene.

G: Come diceva Jean Genet, un mondo tragico è quello dove non c’è nessuno a cui andare contro.

GC: Eh, sì. E quando a volte mi chiedono: “Ma cosa farai, una volta morto?”, io rispondo che quando morirò farò la pace con tutti. Mi siederò con un bicchiere di vino rosso col mio ex nemico di turno, anche se dipende da chi ti mettono in stanza. Se poi da morto mi ritroverò come vicino Andreotti, beh, non sarà il massimo.

Secondo tempo dell’intervista e minuti di recupero con Giulio Cavalli. La candidatura a sorpresa, l’Italia di adesso, Capezzone e l’appropriazione indebita della bellezza.

G: Usi spesso l’espressione “nell’Italia di adesso”. Qual’è la cosa che ti dà più fastidio, in questo nostro periodo storico?

GC: La mancanza del senso di collettività, che è il senso che ha fatto nascere questa nazione. Ti faccio un esempio: gli articoli 416 e 416 bis sono due tra gli articoli più cattolici del nostro codice penale. E detto da me la cosa fa un po’ ridere, essendo io uno dei peggiori cattolici in questo paese. Bene, il primo dice che quando tre o più persone si mettono d’accordo per curare i propri interessi a danno della collettività formano automaticamente un’associazione a delinquere. L’immagine è meravigliosa, pulita, netta. Poi il 416 bis dice che se questa associazione a delinquere è riconducibile a camorra o Cosa Nostra, è mafia. In molti mi chiedono: “E gli uomini di Stato coinvolti in faccende di questo stampo?”. Io rispondo sempre che non si poteva proprio metterla giù del tipo “se questa associazione a delinquere è riconducibile a camorra, Stato o Cosa Nostra…”: sarebbe stato un po’ bruttino, mi sembra ovvio. Quindi per me il senso è questo, e lo vedo sulla mia pelle. Quando mi chiedono: “Perché lo fai?”, la prima risposta di pancia è: “Perché spero che un giorno nessuno possa permettersi di farmi questa domanda”, e con questo voglio dire che se chiedere il rispetto delle regole diventa un gesto eroico è perché siamo diventati una nazione di pavidi e di vili. La seconda risposta -quella un po’ più pensata, e che di solito dò nelle situazioni un po’ formali- è che non vorrei che i miei figli si ritrovassero in una situazione del genere. Perché se ci pensi siamo diventati una nazione che ha delegato le battaglie del quotidiano a qualcun altro. Quindi hai lo scrittore civile, il magistrato civile, le forze dell’ordine civili, il teatrante civile. Per il momento non esistono ancora bidelli civili, tramvieri civili, baristi civili e persino mamme civili.

G: E’ una caratteristica italiana? Alcuni osservatori stranieri mi hanno detto cose simili dei loro paesi.

GC: Il problema è che in Italia abbiamo una forma mentis secondo la quale fare business (inteso non solo a livello economico, ma anche come crescita della propria posizione sociale) è possibile solo facendo in modo che altri non ci rubino spazio: più la fetta di torta degli altri è piccola, più c’è la possibilità che la nostra sia corposa. E’ una nostra caratteristica che trovi persino nel mondo della cultura, dove c’è una competizione che è una delle derive più desolanti di questo paese: “Se c’è lui come ospite allora io non vengo”, e cose di questo tipo. E questo accade anche nell’antimafia: “Se viene quello al convegno allora non ci vado. Oppure mi si nota di più se vado e non parlo, o se non vado proprio?”, alla Nanni Moretti. In questo paese c’è un’appropriazione indebita della bellezza.

G: Viene in mente lo slogan della tua campagna elettorale nel 2010, “La Bellezza Di Un Impegno”.

GC: Quando mi sono candidato ci siamo detti: bene, adesso pensiamo allo slogan. Vediamo un po’: “Milano Libera Dalla Mafia”, ad esempio. E io dicevo: e che cazzo, Milano sì e Varese no? Allora no, sotto con un altro del tipo: “Dalla Vostra Parte”. Dalla vostra di chi? Oppure: “Uno Di Voi”. Scusate, uno di chi? Perché se passa il figlio di un boss e legge “Uno Di Voi” si mette in testa delle idee strane, perché io non sono uno di loro. Poi siamo arrivati a “La Bellezza Di Un Impegno”, perché quando ho detto che mi candidavo la gente mi diceva: “Non lo fare, la gente poi non viene più a vederti a teatro”. Ma come, dicevo, Dario Fo ha preso un Nobel proprio per l’integrità e la bellezza della sua posizione. “Eh, ma sai, dopo è difficile”, mi si diceva, perché io faccio teatro anche nei luoghi più strani, in piazza a Corleone, nelle fabbriche eccetera. “Poi verrai contaminato dalla politica”, mi sentivo dire, dove la contaminazione è sempre nemica della bellezza. Scusate, chiedevo io, ma se per andare a fare uno spettacolo comico dobbiamo avvisare 200 questure in tutta Italia, non è che contaminati lo siamo già da un pezzo? Quindi la bellezza di questo impegno diventava il senso della campagna elettorale. Quando abbiamo aperto il sito Internet mi arrivavano un sacco di e-mail che lo ribadivano: questo slogan è bellissimo, ma non lo capirà nessuno. Il che denotava anche un po’ di presunzione, del tipo: lo capisco io che sono colto, ma non l’elettore medio. Perché noi di sinistra siamo stati sempre bravi a spaccarci e dividerci (perché io sono di sinistra, fieramente di sinistra in un partito che come deriva è centrista), e questo è proprio uno dei nostri momenti migliori in quanto a divisioni: andavo in giro e c’era chi non capiva questa candidatura nell’ IDV, anche tra gli amici, che sono molto più numerosi dei nemici molto rumorosi che ho. “Non lo fare, la gente poi penserà che quella scena a teatro l’hai messa perché ti fa gioco a livello politico”. Ma quell’altra parte sono sempre io, ribattevo. Insomma, dopo un’ora di discussioni arrivavo alla domanda fatidica: “Ma tu mi voti?”. E la risposta era sempre quella: “Io sì che ti voto, e anche mia mamma”. E allora dov’è il problema?

G: Ma perché proprio l’IDV? Nessun altro partito ti ha offerto la candidatura?

GC: Avevo avuto delle offerte per le europee dal un partito di centrosinistra e anche un po’ di proposte per le regionali, tutte però all’ombra del decisionismo di partito. L’ Italia Dei Valori mi ha lasciato una libertà immensa, in un programma elettorale molto di buon senso (per il mio senso del buon senso, ovviamente) nel quale non ho mai avuto il fiato del partito sul collo. Il fatto è che un partito giovane come l’IDV, con una crescita così ormonale che lascia ampi spazi, ti lascia grandi spazi di manovra. Ho grandi amici in Sinistra e Libertà e nello stesso PD, nel cui laboratorio politico ho collaborato con Pippo Citati e Matteo Renzi, come anche con Nichi Vendola. Perché io credo nei partiti, che non sono tutti uguali e sui quali si dicono grandi falsità. Ma penso anche che i movimenti debbano fare i movimenti. Non credo ai partiti che si fingono movimenti, e ancora di più mi fanno paura i movimenti che vogliono diventare partiti. Perché il paragone tra questi due è come quello tra Shakespeare e Arlecchino: il primo è un’ottima ispirazione per il secondo.

G: Il Partito che devia in Movimento mi ricorda il gioco delle tre carte.

GC: Vero. E’ un po’ come la figura del candidato indipendente. Pensa bene al termine: “candidato indipendente”. Altra mossa di marketing.

G: Vedi un futuro con sempre più partiti camuffati da movimenti?

GC: Innanzitutto sarebbe molto bello ricominciare a studiare, ricominciare a fare scuola politica, che non è imparare a bacchetta. Ho promesso di fare -e la farò- una tounèe politica, dove andrò in giro ogni mese con una serie di ospiti per raccontare cos’abbiamo fatto nel mese appena trascorso, fotocopiando e distribuendo al pubblico le carte delle commissioni di cui abbiamo fatto parte. “Che idea meravigliosa”, mi hanno detto sconvolti. Bene, se nella politica d’oggi la banalità è rivoluzionaria, allora sono ottimista anche lì. Dobbiamo decidere cosa fare: vogliamo lavorare solo su chi è con noi, o vogliamo convertire gli altri? Io alle conversioni ci credo molto poco, e le trovo anche noiose: mi piace pensare al 50% che non vota, piuttosto che all’elettore da civilizzare. Perché un po’ di appetito per le regole da rispettare e per la politica nei giovani c’è. Ti faccio un esempio: la mia prima iniziativa da eletto è stata quella di organizzare una serata nella quale spiegavo cos’è un’interrogazione, un’interpellanza, cos’è il question time o una mozione. Ed è venuta tanta gente, che chiede e vuole sapere di queste cose. Il problema è che una volta la politica era il meglio della società civile, mentre invece oggi la politica si è reinventata in una categoria che non esiste, e che ogni tanto sembra farti il favore di fare entrare nei suoi ranghi qualche persona normale. Io resto fedele a me stesso, pur in un’ottica di partito, e resto convinto che l’obiezione resti uno degli strumenti più alti in politica. Il difficile è fare ingoiare la politica alla gente, come si fa con la medicina nella zolletta di zucchero, e tutto questo nonostante il fatto che l’Italia abbia avuto una grande politica nella sua storia, con grandi uomini di sinistra e di destra. E’ una questione di grettezza e di feccia intellettuale, culturale e civile riflesse dalla politica di oggi.

G: Hai sempre sostenuto che le mafie sono un problema innanzitutto politico.

GC: L’ho sempre creduto, tant’è che la mia vicenda personale è stata sottoraccontata anche a causa del fatto che nei miei spettacoli si fanno molti più nomi di politici che di boss, e nei miei scritti ci trovi più assessori che picciotti. Ma non perché io voglia dire che la mafia abbia un colore politico, il che è una grande falsità: in Lombardia la mafia ha una parte politica perché inevitabilmente nessun picciotto va a corrompere un consigliere di minoranza: semmai punterà una maggioranza che da 15 anni è sempre quella. E l’alternanza democratica dovrebbe essere un freno anche a questo.

G: La domanda ti sembrerà improponibile date le circostanze in cui vivi: cosa farai nei prossimi due-tre anni?

GC: Aaaahh, non lo so proprio. Io non so cosa farò l’anno prossimo. La cosa che mi interessa è riuscire a essere in luoghi dove si possa esercitare la curiosità, che è la garanzia più alta di qualsiasi democrazia: che poi sia un palcoscenico, una commissione per i lavori pubblici o altro non fa alcuna differenza.

G: Senza sparare sulla Croce Rossa, qual è l’uomo politico che ti sta sulle palle più di tutti?

GC: Eeeh…direi Capezzone, ovvero lo spot pubblicitario applicato alla politica. Mi chiedo: se esiste il reato di pubblicità ingannevole, Capezzone non può essere condannato per politica ingannevole?

G: Qual è la condanna per lui? Pena pecuniaria?

GC: No: lo costringi a cambiare di schieramento politico ogni settimana, visto che in questo è bravissimo. Tornando alla domanda di prima, ci aggiungo che Frattini è quello che più mi ha disgustato, soprattutto ultimamente.

G: C’è un politico che ti fa sperare, a parte te stesso?

GC: Mmmhh. Io non solo non mi voterei mai, ma non mi iscriverei a una associazione che ha me come presidente. Conosco tanti politici che non so se siano giusti o sbagliati, ma che sono intellettualmente onesti. Ho conosciuto bene e ho diviso un periodo importante della mia vita con Rosario Crocetta, col quale mi sono un po’ spalleggiato e sostenuto nel tempo. E poi molti giovani: sono stupito dai laboratori giovanili, anche di partiti diversissimi per estrazione.

G: Però accade spesso che una volta arrivati alla politica vera i giovani si spengano e tutto finisca subito. E’ fisiologico, o i motivi sono altri?

GC: Secondo me questo succede perché la politica -come le legislazioni- è sempre un passo indietro rispetto a quello che succede nella vita. Quindi il dovere è recuperare la contemporaneità della politica, o anche solo un po’.

G: Perchè sei rimasto a Lodi?

GC: Non lo so, perché non la amo assolutamente. Anzi, dal 2006 ho ricevuto non solo solidarietà, ma un vero abbraccio dalla Sicilia, dalla Calabria, dai ragazzi del Casertano, mentre Lodi ha risposto con la delazione tipica di Corleone: molto più pulita, pettinata, ma identica nella sostanza. Questa è una cosa che non perdonerò mai.

G: Qual è la cosa che ti ha sorpreso di più negli ultimi 5 anni?

GC: Quando scopro -e mi succede spesso- che la gente è caricata tantissimo dal fatto che io e miei collaboratori abbiamo sempre il sorriso sulle labbra. Mi è capitato di apparire in TV tedesche, olandesi eccetera e di sentirmi dire a fine registrazione: “Scusi, possiamo rifarla? Era un po’ troppo sorridente”. E siccome Arlecchino raccontava i drammi peggiori in un modo tragicamente comico, la cosa che mi sorprende sempre è sentirmi dire dai ragazzi a fine spettacolo: “Ma se è così divertente allora voglio farlo anch’io”.

G: C’è qualcosa che ti commuove più di tutto il resto?

GC: Una cosa che ho toccato con mano andando in giro per l’Italia, e cioè vedere quanta fiducia abbia la gente. Io sono d’accordo con chi dice che la speranza è un inganno, ma la fiducia…..eh, la fiducia è un tesoro.

 

http://www.settimanasportiva.it/news/2011/5/dalla-parte-di-chi

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