Fare i conti (che non tornano mai)

Sarà che per me è stato un anno difficile. Per tanti motivi. Per quelli che si dicono e per quelli che non si possono dire. E intanto intorno sembra che le cose rimangano appese con la sensazione che siamo professionisti dell’analisi rinchiusi in un brodino che non riusciamo a portare all’ebollizione. Sarà che non è facile, no, rimanere con il sorriso sulle labbra e costruire ottimismo (perché l’ottimismo abbiamo l’obbligo di continuare a coltivarlo, innaffiarlo e dargli tutto il sole che c’è perché non siamo come stiamo) e intanto stare a nuotare con questo mare tutto pieno di alghe che tutti gli anni arrivano, tutti gli anni sembrano un allarme e tutti gli anni scompaiono con la prima risacca.

Sarà che ho sentito milioni di parole che non fanno politica ma si parlano addosso di politica. Ho sentito milioni di calcoli per circoscrivere gli altri e perdersi nelle piccole amministrazioni di provincia. Mentre fuori l’amministrazione della piazza e della gente è una capriola algebrica che non finisce mai con il segno più.

Sarà che ogni tanto ho incontrato sostenitori migliori di me. E spesso ho perso l’occasione di dirglielo. E di chiedergli di insegnarmi qualcosa.

Sarà che alla fine hai perso il senso di qualche importante dozzina di cose: amici, compagni e fratelli. Perché mi è successo di scoprirmi abituato. Come se alla fine in fondo me lo fossi meritato. Ed è un momento che ho sempre temuto.

Sarà che continuo vedere gente che fotografa la scorta mentre parliamo delle lotte pulite e sconosciute che attraversano il paese, come il vecchio turista che cerca di imitare le cartoline e poi si dimentica dov’è stato.

Sarà che se stiamo in gioco dobbiamo avere la voglia e la forza di giocare. Altrimenti siamo complici, e nient’altro.

Quest’estate è il momento di risistemare le carte. Provare a fare due conti. E spalancare le finestre. Perché guardare fuori aiuta a capire cosa, per cosa e dove, ne vale la pena.

In questa società comanda soprattutto chi ha la possibilità di convincere. Convincere a fare le cose: acquistare un’auto invece di un’altra, un vestito, un cibo, un profumo, fumare o non fumare, votare per un partito, comperare e leggere quei libri. Comanda soprattutto chi ha la capacita’ di convincere le persone ad avere quei tali pensieri sul mondo e quelle tali idee sulla vita. In questa società il padrone è colui il quale ha nelle mani i mass media, chi possiede o può utilizzare gli strumenti dell’informazione, la televisione, la radio, i giornali, poiché tu racconti una cosa e cinquantamila, cinquecentomila o cinque milioni di persone ti ascoltano, e alla fine tu avrai cominciato a modificare i pensieri di costoro, e così modificando i pensieri della gente, giorno dopo giorno, mese dopo mese, tu vai creando la pubblica opinione la quale rimugina, si commuove, s’incazza, si ribella, modifica se stessa e fatalmente modifica la società entro la quale vive. Nel meglio o nel peggio. (da “Un anno”, raccolta di scritti per la rivista i Siciliani, Fondazione Giuseppe Fava, 1983)

3 Commenti

  1. Caro Giulio, comprendo la sottile malinconia ma noi non saremo mai complici perchè noi siamo altro, ti scrivo una frase di Pessoa che credo faccia al caso tuo, nostro e anche ti tanti altri amici: " Esiste una stanchezza dell'intelligenza astratta ed è la più terribile delle stanchezze. Non è pesante come la stanchezza del corpo, e non è inquieta come la stanchezza dell'emozione. È un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilità di respirare con l'anima. " Fernando Pessoa, aggiungo che tale peso greve non è un vano accadere, perchè secondo me è solo partendo dalla consapevolezza di essere, che anche in questo mondo liquido, noi possiamo porre le basi per una " rivoluzione culturale e politica" Ciao un abbraccio Emanuela

  2. Luciano Chiodo

    “Sarà che se stiamo in gioco dobbiamo avere la voglia e la forza di giocare. Altrimenti siamo complici, e nient’altro”., condivido tutto quello che hai scritto, ma questo in particolare.
    Quando ero giovane si rimproverava ai giovani "l'impazienza giovanile", ora che ho 61 anni, sono più impaziente di prima, ma mi sembra che non ci sia, appunto, la sufficiente voglia e la forza di giocare.
    Io ne ho ancora tanta, forse sono ancora giovane…..

  3. Girogio Poidomani

    Sarà caro Giulio, che in questa società ipocrita ed edonista, non solo fuori nella vita di tutti i giorni, ma anche dentro la vita politica a tutti i livelli, sono in troppi coloro che per quanto dalla parte giusta e con sane idee per il bene comune, cedono, consapevolmente o no, non è rilevante, all'umana ed in politica purtroppo disastrosa tendenza, ad assecondare prioritariamente l'ego personale e le proprie ambizioni, anziché a mio avviso l'imprescidibile interesse della collettività, e sono d'accordo con te che no ! Non è facile, no ! Rimanere con il sorriso sulle labbra e costruire ottimismo !

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