Se il bene è comune, è pubblico

Mi stupisce questa ultima narcolessia intellettuale sulla questione della presunta, paventata e minacciata svendita dei beni pubblici. Mi stupisce come l’ondata lunga dell’antipolitica (intesa come responsabilità sociale: per capirsi la stessa sindrome egoautonomista che la Lega usa così bene per accendere gli acidi gastrici di una parte di elettori) spinga persone che stimo a cavalcare questo ultimo refrain “vendiamo tutto, ripianiamo il debito”. E non credo che sia (come mi suggerisce qualcuno) un momento d’indignazione su cui soprassedere.

La battaglia per il bene comune deve declinarsi in una nuova responsabilità per la cosa pubblica che viene rivendicata dai cittadini: non c’è nulla di diverso nel bene comune che sta nell’acqua, nell’antinuclearismo e in una legge giusta rispetto al bene comune che sta nei beni pubblici o, per usare una parola più sfortunata, nel demanio. Scrive benissimo Salvatore Settis: nell´Italia devastata dal berlusconismo e dal secessionismo leghista, impoverite non sono solo le nuove generazioni, condannate alla disoccupazione o al precariato perpetuo. Impoverito è lo Stato, cioè noi tutti, borseggiati da chi governa il Paese svuotando il nostro portafoglio proprietario di cittadini e i valori di una Costituzione fondata sul bene comune. Questa erosione del patrimonio e dei principi della Repubblica ha preso la forma della rapina. Rapina, letteralmente, a mano armata: armata dei poteri residui dello Stato, cinicamente usati per smontare lo Stato e spartirsi il bottino. 

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