Giulio Cavalli e il teatro: l’intervista

Pubblichiamo l’intervista di Stefania Rizzo sul rapporto di Giulio Cavalli con la scena.

Oggi proiettando lo  sguardo nel passato cosa è rimasto come prima e cosa è totalmente cambiato?

E’ rimasta intatta la voglia di non scendere a compromessi nella stesura e nella visione degli spettacoli. Siamo nati “di parte” (dove per parte si intende la responsabilità di prendere una posizione all’interno della storia che raccontiamo) e continuiamo ad impegnarci a non prenderci troppo sul serio (altrimenti il rischio sarebbe quello di piegarsi sulla narrazione di noi piuttosto che raccontare i fatti). Oggi sicuramente la responsabilità che ci sentiamo addosso è esponenzialmente maggiore. Ma è un dazio dolce da pagare: significa che il nostro pubblico ha deciso di affidarci un compito che ci onora.

“Giulio sul palcoscenico”, emozioni, sensazioni, reazioni…

E’ il mio naturale momento di liberazione. Il recupero di un rapporto visivo e tattile con la gente. La celebrazione del rito laico dell’esercizio collettivo della memoria. In scena entro in uno stato confusionale creativo che è solo parola. Non esiste altro. La parola e il respiro e le reazioni del pubblico.

Esiste un confine tra la scena e il fuori-scena?

Dal punto di vista della temperatura emozionale e della cultura del racconto sicuramente la scena è il luogo dove l’asticella del sismografo accelera vorticosamente. Ma la posizione intellettuale e il modo è lo stesso. Non essendo io un attore e commediografo “puro” quanto piuttosto un multilavoratore su campi diversi ho sempre accettato con entusiasmo l’idea di essere sottoposto al giudizio critico in tutte le mie attività e in tutti i miei comportamenti.

Musica,immagini e narrazione nessuna storia da rappresentare, ma piuttosto storie da raccontare, perché questa scelta?

Perché fin da subito abbiamo deciso di togliere gli orpelli. Di non cadere nell’errore di fare teatro pensato per i teatranti ma di mantenere in scena solo ciò che consideriamo strettamente necessario. Un menù che sia un frugale ma responsabile pasto quotidiano: la parola è il pane, la musica il companatico e l’immagine il vino, quando serve. Tra estetica e etica preferiamo che sullo sfondo ci sia la seconda.

Cos’è l’attore per Giulio Cavalli?

Un bottegaio che forgia storie con forme diverse. Martellate con il lavoro, legate con lo studio e vendute su una bancarella a forma di palco. Con la speranza che siano le storie che galleggiano in salotto per i giorni successivi e che possano essere le storie da tenersi in tasca insieme agli oggetti utili.

Abbandonando l’etichetta di “teatro di narrazione” “teatro civile” “teatro di inchiesta”…. come definisci il tuo teatro?

Lascio le definizioni agli altri. Lavoriamo in un settore talmente tautologico dove i “definitori” sono diventati una figura professionale, non vorrei diventarne complice.

 

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