SARDEGNA QUOTIDIANO su L’INNOCENZA DI GIULIO

Le pagine oscure e le assoluzioni il teatro denuncia di Giulio Cavalli Processo Andreotti, maggio 2003, ultimo grado di giudizio. Nella sentenza della Corte di Cassazione si parla non «di una mera disponibilità» ma di «una concreta collaborazione». Per i giudici Andreotti si è seduto al tavolo della mafia. «Concreta collaborazione». Accertata e riconosciuta, con esponenti di spicco di Cosa Nostra, almeno fino alla primavera dell’80. Questione di tempi. Se la sentenza definitiva fosse arrivata entro la fine del 2002 il senatore a vita della Dc avrebbe potuto essere condannato. Ma il reato è caduto in prescrizione. Giulio non è stato assolto, come invece lascia intendere il messaggio passato attraverso strani e oscuri incroci della storia e dell’informazione nostrane. Semplicemente, per così dire, la decorrenza dei termini previsti dalla legge non ha consentito di procedere contro di lui. E come, dove, con chi e perché lo racconta Giulio Cavalli, attore, scrittore e giornalista milanese, esperto in inchieste di mafia e altri casi spinosi, in “L’innocenza di Giulio – Andreotti non è stato assolto”. Lo spettacolo (ieri alla Vetreria di Pirri per la stagione di Cada Die e stasera, alle 19, a San Sperate al teatro La Maschera per il circuito Sardegna dei Teatri) è nato da una collaborazione con il magistrato Giancarlo Caselli, che ha istruito il processo, e lo scrittore e giornalista Carlo Lucarelli. Nello stile di Cavalli, originale drammaturgia, temi molto scomodi. In scena l’attore milanese è accompagnato da Cisco, ex dei Modena City Ramblers, autore delle musiche originali dello spettacolo.

TEATRO E FANTAPOLITICA

Teatro, finanza, politica. Cagliari in questi giorni crocevia delle nebulose storie d’Italia. Dopo i “suicidi eccellenti” di Tangentopoli, il processo Andreotti. «E’ uno dei maggiori interpretidi un modello di gestione politico-mafiosa che tanta parte ha avuto e ha in Italia», dice Cavalli. «La cosa che più mi stupisce è che comunque venga riconosciuto come un grande statista. In questo Paese si tollera che l’etica sia separata dalla politica». Ogni riferimento all’attualità è «puramente casuale». Sotto scorta dalla fine del 2005 per le sue inchieste coraggiose, l’attore e giornalista non ama parlare della sua situazione: «Non lo trovo rispettoso per magistrati come Caselli o Ingroia, che rischiano veramente la vita, o per giornalisti come Pippo Fava, o Don Pino Puglisi, che hanno pagato il prezzo estremo per il loro impegno e non erano sotto tutela». Cavalli viene dalla scuola degli Arlecchini: non prendersi troppo sul serio e non raccontare la propria storia ma quella degli altri. Chiaro il messaggio. «Posso solo dire che io sono la dimostrazione del fatto che la parola funziona ancora e da fastidio». E nello spettacolo le parole urticanti sgorgano, eccome. Testimonianze, atti giudiziari, articoli, interviste, legati ad una delle figure più controverse della politica italiana. Oggi quasi novantatreenne, sette volte presidente del Consiglio, incarichi ministeriali chiave, dall’Interno, alla Difesa agli Esteri. Belzebù, l’appellativo datogli dagli avversari. La scena è nuda, al centro un inginocchiatoio, apposta per le dichiarazioni del senatore «prescritto a vita». Il giudice Caselli in un video ribadisce la gravità di quanto accertato, l’informazione manipolata in un Paese che sembra aver voluto far finta di niente. Tante le tessere del mosaico. I legami con i capi mafia, gli incontri con Riina (il bacio raccontato dal pentito Di Maggio, mai sconfessato) e Bontade, i rapporti con Sindona, il delitto Ambrosoli e quello del generale Dalla Chiesa. Cavalli sul palco è narratore, testimone, accusa e difesa. Un quadro inquietante, ed emblematico, della realtà italiana, uno spettacolo politicamente scorretto, “indignado”, per ricordare che Giulio Andreotti non è stato assolto. In chiusura le parole che Aldo Moro indirizzò all’ex compagno di partito dalla prigione delle Br, prima di essere assassinato. Poi le scritte “fine” e “piccolo bis”: “Il racconto del processo Dell’Utri, che, non tutti sanno, parte da quello Andreotti”, dice ancora l’attore milanese. Che conclude: «In Italia ciascuno deve fare civilmente bene il proprio, i politici, i giornalisti, i teatranti, così come i vigili o i tranvieri».

Massimiliano Messina

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