No. Non mi fermo

In queste ultime settimane mi sono arrivati ‘segnali’ crescenti non propriamente amichevoli, curiosamente collegabili con alcune notizie, gare d’appalto e una strana attenzione su miei interventi circa personaggi poco raccomandabili uniti da comunione d’interessi, appartenenza e tutti quasi concittadini tra loro. Non mi è mai piaciuto e non mi piace alimentare questa banale litanìa di minacce e scortati ma questa volta (tanto ormai ci abbiamo fatto il callo) non posso non notare come l’impunità di alcuni personaggi in Lombardia (riferibili in modi e gradi diversi a storiche famiglie mafiose) stia non solo nell’infilarsi tra le pieghe della politica e dell’imprenditoria, delle istituzioni e, perché no, di pezzi della società civile ma soprattutto nell’arrogante sfrontatezza con cui esprimono il proprio dissenso (diciamo così, va). E allora l’allarme sta nella terribile sensazione che loro confidino in una protezione “sociale” molto più vasta di quella garantita da questo o quel rappresentante istituzionale. Un virus che si nutre soprattutto della pavidità dei territori e che forse troppo spesso abbiamo voluto comodamente relegare a questo o quel boss, questo o quel politico, questo o quel settore imprenditoriale, dimenticando come l’indifferenza del cittadino sia l’inconsapevole alleato migliore. Ho sempre preso tutto con il sorriso (che, vi avviso, non si è per niente spento) ma con un’affezionata serietà; e qualsiasi sia il senso di questi ultimi giorni (e noi qualche idea sul senso ce l’abbiamo) continuo sereno il mio lavoro (e continuano i miei collaboratori) con la lampadina accesa forse per una buona strada.

Pochi anni fa sarebbe stato impensabile vedere una Lombardia così ricca di fremiti, comitati e energie sul tema delle mafie (prima erano inesistenti, poi infiltrate e ora convergenti, finalmente) e non credano (loro) che la paura sia un’arma ancora vincente. Siamo tanti, troppi per essere identificabili come portatori unici di un’inarrestabile voglia di presidiare con stampo antimafioso. E la tutela è tutta in questa moltitudine.

No. Non mi fermo. Non mi interessano i consigli (chiamiamoli così, va) e le ‘timidezze’ (chiamiamole così, va) di qualcuno. Abbiamo troppe cose da fare, progetti da realizzare, curiosità da soddisfare e storie da raccontare per perdere un secondo di più di quelli che servono per scrivere questo post.

13 Commenti

  1. MARIA REGINA

    Siamo in molti non a fare il tifo dagli spalti ma siamo molti in campo a giocare al tuo fianco e al fianco di tanti calciatori della giustizia e della legalità. La partita a lungo andare sarà vinta. Noi intanto giochiamo con coraggio e passione la nostra partita. Sicuramente riusciremo, un pò alla volta, a farli uscire "dal nostro campo", dai nostri territori se saremo in tanti…. E relativamente a Maria Concetta Cacciola ti ringrazio per averne parlato. La prima cosa che avevo pensato e che mi era stata confermata da alcuni amici calabresi era appunto che era stata costretta a suicidarsi…. e la sua storia rimanda alla storia di Rita Atria… Un abbraccio Maria Regina Brun

  2. Enrichetta Gadioli

    Grazie Giulio! E' pazzesco a pensarci ma da un po' di tempo a questa parte mi ritrovo a scrivere "grazie" a persone che, come te, si comportano da persone perbene, oneste, civili, rispettose delle leggi ed, eletti, cercano di fare rispettare le leggi nell'interesse non solo dei propri elettori ma di tutti. Il senso è che i comportamenti normali, in Italia, sono diventati comportamenti eroici. Grazie per essere il nostro "eroe normale". Cordialmente. Enrichetta

  3. Luciano Benfatto

    Tutta la mia solidarietà. La paura e l'angoscia è il loro alimento, la determinazione e il sorriso la nostra forza. Sempre al tuo fianco, e al fianco di tutti quelli che lottano quotidianamente. Ciao

  4. Milla

    Dovremmo essere tutti così…fermi nella denuncia……anzi si dovrebbe arrivare al punto che non ce ne sia più bisogno…..ma questa forse è troppo utopica come idea….

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