L’ingrediente per lo sviluppo economico: l’umanità

Massimo Gramellini nel suo editoriale di oggi lo dice senza mezzi termini e, finalmente, alza la discussione. Perché in mezzo alle battute dei ministri, ai sorrisi compiaciuti di qualche berluscones non ancora estinto e di alcuni democratici con un’irrefrenabile strabismo liberista ci siamo dimenticati delle fragilità e delle solitudini. E mentre si gioca (come scrive bene Alessandro Gilioli) a fare i liberisti con il culo degli altri vogliono farci credere che la solidarietà è una debolezza e i deboli un costo non sostenibile e fastidioso. Adesso vuoi vedere che il “restiamo umani” di Vittorio Arrigoni non è solo questione di razze e territorio ma un grido d’allarme più alto e vasto? Perché il gioco dei duri che ce l’hanno duro l’abbiamo inventato noi in Lombardia qualche decennio fa riuscendo a costruire classi sempre più distanti, incazzate tra loro e difficilmente dialoganti, e la strategia del “divide et impera” conviene sempre a chi impera. Gli altri rimangono lacerati, più che divisi.

Desiderava fare qualcosa che non lasciasse possibilità di ritorno. Desiderava distruggere brutalmente tutto il passato dei suoi ultimi sette anni. Era la vertigine. L’ottenebrante, irresistibile desiderio di cadere. La vertigine potremmo anche chiamarla ebbrezza della debolezza. Ci si rende conto della propria debolezza e invece di resisterle, ci si vuole abbandonare a essa. Ci si ubriaca della propria debolezza, si vuole essere ancor più deboli, si vuole cadere in mezzo alla strada, davanti a tutti, si vuole stare in basso, ancora più in basso. (Milan Kundera)

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