Intervista: i principi della legalità

MilanoSud intervista Giulio Cavalli. Di Paolo Piscone.

Giulio Cavalli : i principi della legalità

«…il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare.»

Giulio Cavalli, classe 1977 scrittore, autore, attore e dal 2010 anche politico. A soli 24 anni ha fondato a Lodi la compagnia “Bottega dei mestieri teatrali” iniziando a firmare il testo e la regia di molti spettacoli. Ciò che in questa intervista ci interessa evidenziare è la crescita e l’evoluzione personale ed artistica di un giovane pervaso dalla voglia di raccontare e che lo porterà, non solo sul palcoscenico, ad essere in prima fila nella battaglia per la legalità contro il sistema mafioso stigmatizzando nel contempo l’indifferenza di parte della politica e della società civile. Come dirà più avanti Giulio Cavalli «La passione per la legalità non è un’ hobby…ma è un dovere» e il coraggio non è la mancanza di paura ma la consapevolezza che esiste qualcosa di più importante della paura stessa» [James Neil Hollingworth] : è la dignità di essere uomini liberi, in un mondo libero e solidale.

«Si può resistere all’invasione degli eserciti, ma non si può resistere all’invasione delle idee e degli ideali. Le idee possono essere offuscate ma non sconfitte» (Fratelli di sangue- Nicola Gratteri, Antonio Nicaso)

Cosa l’ha spinta sulla scena del palcoscenico?

«Fin da piccolo,quello volevo che fosse il mio lavoro. Pensavo che nella vita non ci fosse privilegio più grande che quello di raccontare storie. Mi sono trovato a scriverle, poi per egoismo e forse per egocentrismo ho iniziato a recitarle io. Sono finito così per fare anche l’attore»

Quali sono stati i suoi Maestri?

«Nel teatro penso a Paolo Rossi. E’ stato il mio primo incontro e sicuramente ha segnato una svolta. Poi negli anni penso all’incontro con Dario Fo e alla collaborazione su un suo testo. E’ stata l’unica volta che ho portato in scena un testo non mio. Poi penso a Renato Sarti, un esempio di teatro applicato alla cittadinanza che tanto mi ha insegnato e continua ad essere per me un riferimento non solo sulla scena ma anche e soprattutto nella vita.»

Il 2006 con “Kabum” lo possiamo definire come il bivio, la svolta dell’uomo e dell’artista Giulio Cavalli ?

«Si. Fino al 2006 eravamo una Compagnia Teatrale classica, io ero il drammaturgo e il regista degli spettacoli e recitavo nella parte di Arlecchino, perché nella commedia dell’arte quella era stata la mia formazione. Nel 2006 scriviamo ‘Kabum’ e lo scriviamo con un grande uomo milanese:Aldo Aniasi. Decidiamo di provare a raccontare la resistenza però alla stregua dell’ Arlecchino quindi con la risata. Il testo era stato scritto per Paolo Rossi. Un giorno però Paolo Rossi me lo fece leggere su un palcoscenico, se non ricordo male eravamo a Grosseto, e mi disse che la migliore soluzione sarebbe stata che fossi io a rappresentare l’opera. Un passaggio dunque dalla compagnia teatrale nella sua accezione più classica, a monologhi che mi consentirono di poter coniugare in teatro para-giornalismo e para-attivismo sociale»

Con “Do ut des” (2008) sposta la sua attenzione al mondo della MAFIA, andando oltre il velo della mera cronaca, ridicolizzando gli uomini d’onore e i loro riti : perché questa scelta?

“Non ho mai chiesto di occuparmi di mafia. Ci sono entrato per caso. E poi ci sono rimasto per un problema morale”.[Paolo Borsellino]

«Perché dopo Kabum…ci siamo accorti che il palcoscenico ci dava la possibilità di raccontare, sotto ottiche diverse, dei fenomeni che spesso finivano ai margini dell’attenzione dei media o della discussione della società civile.» Ma prima di approdare a ‘Do ut des’ «andiamo in scena prima con uno spettacolo sull’ incidente di Linate del 2001» denunciandone «le responsabilità politiche e i meccanismi molto para-mafiosi» e poi con (Re) Carlo (non) torna dalla battaglia di Poitiers dove raccontiamo ciò che è successo al G8 di Genova. Notiamo che se la risata applicata alla tragedia o ad eventi storici come la resistenza o a temi non facili come il G8 funziona, se la risata funziona contro i prepotenti, i prepotenti peggiori forse sono gli uomini di mafia. Poi grazie all’intuizione di Rosario Crocetta (“Sindaco antimafia” di Gela e Parlamentare Europeo ndr) decidiamo di provare a ripercorrere la strada , già percorsa da Peppino Impastato (politico, attivista,conduttore di Radio Aut, candidato nel ’78 nelle liste di Democrazia Proletaria, assassinato dalla mafia il 9 maggio 1978 ndr), da Salvo Vitale (compagno di lotte di Peppino Impastato n.d.r.), e da Riccardo Orioles (giornalista antimafia ndr) provando a metterla in pratica sul palcoscenico. Si perché, la mafia è un po’ come la politica, se tu non ti occupi di lei è lei che si occupa di te. Con Do ut des, e questa è la svolta vera, incominciamo a fare SPETTACOLI CONTRO. Qui non ci interessa più solo raccontare il fenomeno, perché qualsiasi Magistrato lo sa raccontare meglio. Qui ci interessa utilizzare l’arma della risata per dare contro, come un guanto di sfida. Con Do ut des tutti gli spettacoli sono diventati atti d’accusa»

Aveva messo in conto che la scelta per un teatro di denuncia della mafia l’avrebbe poi portata ad essere oggetto di minacce di morte?

«Si l’avevo messo in conto perché tutti quelli che si occupano di mafia sono oggetto di ‘attenzioni’ diciamo non propriamente “civili”. Sul ricevere delle pressioni eravamo pronti fin dall’inizio. Per me è stato molto più facile rispetto ad altri perché le intimidazioni sono state graduali .Quindi io ho avuto all’inizio una sensazione, poi una conferma, poi un innalzamento del livello di attenzioni, poi sfociate nella minaccia. Questa gradualità mi ha permesso di essere ben consapevole . Quindi posso dire che l’ho proprio scelto».

Dal 2008 è sotto scorta: come vive questa condizione soprattutto pensando a sua moglie e ai suoi figli?

«Io molto tranquillamente, nel senso che rientra nella mia scelta. La questione della tutela e delle scorte rientra in un affare privato tra il tutelato e il tutelante che è lo Stato e non deve essere oggetto di banalizzazione e di pubblicizzazione. Lo spessore delle battaglie, le minacce e le scorte, sono le conseguenze, mentre invece noi dobbiamo lavorare sulle cause. C’è però un problema etico importante ed è che la famiglia non ha scelto tutto ciò. Quindi per me c’è il dovere di tutelare la mia famiglia più che pretendere di essere tutelato. Ho la fortuna di avere una moglie che ha sempre condiviso il percorso e insieme siamo sempre riusciti a cercare di normalizzare il più possibile questa condizione. Io mi auguro che quando i miei figli saranno grandi, e questo è uno dei miei obiettivi, trovino questi primi anni della loro vita abbastanza incredibili, perché saremo riusciti tutti insieme a fare dei passi in avanti»

In occasione del 17° anniversario della strage di Via D’Amelio in cui persero la vita Paolo Borsellino e la sua scorta legge “Lettera a mio figlio per Via D’Amelio”: qual’era il messaggio?

«Il fatto è che secondo me ci concentriamo troppo spesso sulle analisi, sugli aspetti pittoreschi di questo o quel boss, sull’efferatezza degli omicidi e dimentichiamo il lato umano. E la storia delle mafie in Italia è una storia di dolore e credo che noi narratori e teatranti, abbiamo l’obbligo di raccontare questo dolore. Paolo Borsellino è stato ucciso proprio nel momento in cui era figlio, quindi non era Magistrato. Questa cosa mi aveva molto colpito, come se dedicarsi ai normali affetti sia uno di quei momenti di debolezza che ti rende molto più vulnerabile e individuabile. E il figlio che citofona alla madre, come abituato a fare le tutte le domeniche, era una fotografia che serviva a raccontare l’ ordinarietà di questa lotta»

La Politica è molto spesso un passo indietro rispetto alla Cultura nella lotta alle mafie. Perché?

“Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d’accordo”.[Paolo Borsellino]

«Perché non è stata credibile. A parte l’azione di alcune grandi figure che in prima persona hanno combattuto la mafia, come Danilo Dolci, Pippo Fava, Peppino Impastato, Pio La Torre, il Sindaco Vassallo, , siamo il paese di tanti amministratori piccoli che non sono alla ribalta, non guadagnano, ma anzi forse spendono soldi per fare politica. Ci si dedica un po’ troppo a fare antimafia è un po’ troppo poco a studiare la mafia. L’alfabetizzazione è un compito dell’arte, della cultura e della politica in un paese normale. Plutarco diceva che la politica è la più alta forma d’arte. Lo spessore culturale era uno degli aspetti determinanti per la meritocrazia politica. Lavoriamo perché torni ad essere così»

Lei sta portando avanti il suo impegno e la sua lotta contro la cultura dell’illegalità oltre che in Teatro e in Regione, anche nelle scuole. Dunque una operazione che parte dal basso, dal territorio. Perché, e quale messaggio intende dare ai giovani?

“La lotta alla mafia deve essere … un movimento culturale e morale, anche religioso, che abitui a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, e quindi della complicità.” [Paolo Borsellino]

«L’amore per la legalità, la passione per la legalità non è un’ hobby, come ogni tanto in Lombardia mi è capitato di sentire, ma è un dovere. Uno dei doveri è educare i giovani affinché le leggi siano vissute come opportunità di convivenza sociale e solidale. Io credo che la criminalità organizzata non riuscirà a sconfiggere una generazione educata. Palermo è rinata nel momento in cui i ragazzi delle elementari, come è successo l’anno scorso all’anniversario di Falcone, hanno letto le loro poesie sulla mafia . Significa che non hanno avuto bisogno di scavalcare i cadaveri sui marciapiedi per sapere che cos’è la mafia, ma hanno avuto il tempo per potersi responsabilizzare e di prendere coscienza»

Come uomo politico, Consigliere Regionale di Sel, quale il suo impegno su questo fronte?

Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio, o si fanno la guerra o si mettono d’accordo.[Paolo Borsellino]

«Quello di educare alla legalità. Sono molto contento della legge, che siamo riusciti a far passare in Regione, e che ha portato in febbraio all’insediamento dell’Osservatorio sulla legalità. Penso che ciò costituisca una grande innovazione, non tanto perché abbiamo inventato “l’educazione alla legalità”, che a Milano c’è da anni, ma perché chi si occupa in questo campo sia legittimato, rendendolo quindi più forte e meno esposto ad eventuali ritorsioni non sempre lecite. E poi raccontare come la politica, abbia perso il senso dell’importanza istituzionale, perché la legalità passa attraverso il rispetto delle istituzioni. Noi proviamo a combattere contro una Regione che sulla questione dell’oligarchia delle regole, e quindi della sparizione delle regole, ha dimostrato di essere un ottimo alleato delle mafie»

Quali dovrebbero essere i compiti dell’Osservatorio sulla legalità di cui anche lei è componente e come intenderà contribuire?

Se la gioventù le negherà il consenso, anche l’onnipotente e misteriosa mafia svanirà come un incubo [Paolo Borsellino]

«I compiti della Commissione, sono quelli di verificare i temi, di proporre eventi e metodi di sensibilizzazione alla legalità e contrasto alla criminalità. Un compito molto importante perché rientra nel compito dell’alfabetizzazione. La legge prevede anche un finanziamento importante, 500 mila euro. Quest’anno la giornata In memoria delle vittime di mafia, istituita dalla Associazione Libera di Don Ciotti, vedrà l’evento in Regione. Saranno poi fatti alcuni corsi all’interno delle scuole e soprattutto agli Amministratori, perché le mafie corrompono gli Amministratori , inquinano la coscienza dei ragazzi. »

Ultimamente è stato stigmatizzato un certo presenzialismo antimafia che dimentica troppo spesso le realtà che operano dal basso e coinvolgono giovani in difficoltà. Lei come risponde a queste accuse?

«Che sono giuste. Se siamo intellettualmente onesti, dobbiamo riconoscere che chi per troppo amore per se stesso, chi per consenso, tende a credere che qualsiasi tema si tocchi sembra parti dal punto zero e di essere i profeti unici, sbaglia. Noi abbiamo delle realtà che operano da anni su tutti i territori. Ad esempio in Lombardia l’Osservatorio per la Legalità in passato si chiamava Società Civile. Non abbiamo quindi inventato niente. Siamo un paese che non riesce ad avere memoria di quello che di buono è stato fatto e che ogni volta riparte da zero. Sulla questione dell’antimafia siamo portati più al ‘vippismo’ in forme diverse. Borsellino e Falcone, avendo ben analizzato anche l’aspetto culturale , dissero «…questa è una battaglia che ha bisogno dell’impegno ordinario di tutti e non dell’impegno straordinario di pochi». Questa dovrebbe essere una frase sempre ben presente per chi si ritrova ad operare in questo campo.»

Cosa significa essere indifferenti e cosa produce nel sistema sociale il suo radicamento?

«Questo l’ha raccontato benissimo Ilda Bocassini. Siamo un paese dove gli intellettuali sono un po’ latitanti, ed ai Magistrati tocca fare anche gli intellettuali. Disse Ilda Bocassini che noi non possiamo più dire di non sapere, e che l’indifferenza è una forma di collusione. Io credo che quando si è di fronte ad una emergenza bisogna decidere esattamente da che parte stare. Da che parte stare significa essere partigiani e che non significa essere tutti uguali. Significa avere delle opinioni diverse, ma un nemico comune che tutti riconoscono come una priorità nell’azione politica sociale e civile. L’articolo 4 della Costituzione dice: Ogni cittadino italiano ha il dovere con la propria professione , con la propria funzione di concorrere alla crescita materiale spirituale del proprio paese. In questo articolo c’è tutta l’onestà intellettuale della battaglia antimafia, perché afferma di evitare gli eroismi, di svolgere bene la propria funzione, la propria professione, consapevole che ognuno di noi è un ingranaggio di un meccanismo che se oliato funziona»

James Neil Hollingworth disse “ Il coraggio non è la mancanza di paura ma la consapevolezza che esiste qualcosa di più importante della paura stessa “. E’ d’accordo con questa definizione?

«Si. In realtà io credo che più che coraggio sarebbe più opportuno parlare di urgenza. C’è l’urgenza di fare alcune cose e ci sono dei modi su cui non si può soprassedere. Che poi dei modi normali oggi ci rendano identificabili o attaccabili , cioè che la normalità diventi eccezionale è un problema sociale molto più ampio che sta nella pavidità, nell’indifferenza della moltitudine e non nell’eroismo dei pochi. Credo quindi sarebbe anche meglio non parlare di paura e coraggio su questi temi, di sgombrare anche su questo il campo, e parlare piuttosto di doveri e di diritti che poi sono i principi della legalità.»

La mafia è pervasiva a Milano e in Lombardia?

Si , l’attività giudiziaria continua a raccontare quanto sia pervasiva la mafia. A Milano parliamo soprattutto di ‘ndrangheta ed è presente in diversi settori . Nelle cooperative del mercato ortofrutticolo, nelle cooperative di trasporto, nel gioco d’azzardo, nei videopoker, nella sicurezza dei locali notturni, nel riciclaggio, nella ristorazione. Direi che la storia della mafia in Lombardia è una storia antica. E’ la storia di Epaminonda , di Turatello… Sono esistiti diversi modi di averne consapevolezza e secondo me diversi modi di combatterla. Un’emergenza di fatto esiste e lo racconta ad esempio il fatto, che a Milano, con il nuovo Sindaco, (al di là dell’aspetto prettamente politico, su questo tema ha preso delle posizioni anche forti e tra l’altro avendo anche il coraggio di sfidare la timidezza delle istituzioni e delle forze dell’ordine, perché qui non è tutto bianco e tutto nero), un bene confiscato alla mafia è stato bruciato nel momento in cui è stato riassegnato. L’ottimismo per alcune battaglie vinte non deve però evitare di essere realisti :nel varesotto hanno accoltellato capi degli Uffici Tecnici, in Lombardia ci sono molti Sindaci minacciati. Io credo che siamo assolutamente in piena emergenza. Come disse il Procuratore Alberto Nobili “…non abbiamo ancora imparato che l’attività giudiziaria interviene sulle macerie e quindi su ciò è già avvenuto”, quindi non è risolutiva ma racconta ciò che è stato. L’operazione Infinito ci racconta ciò che è stato fino al 2010. Noi dobbiamo avere quanto prima le chiavi di lettura per provare ad immaginare per prevedere ciò che succede. Io credo che il fatto che le mafie abbiano “alzato il tiro” , può essere una buona notizia, perché significa che si sentono molto meno protetti e molto meno impuniti rispetto a quanto avvenuto prima.

Se dovesse continuare così si potrebbe prevedere un acuirsi dello scontro?

Credo di si, soprattutto in previsione dei grossi lavori di Expo 2015, ma anche in generale anche per lavori di altre infrastrutture ugualmente appetibili come Pedemontana o Brebemi, (un’autostrada costruita sui rifiuti tossici ndr). Ciò provocherà secondo me innanzitutto un ‘assestamento’ nei rapporti interni della ‘ndrangheta, in parte peraltro già avvenuto con l’uccisione di Carmelo Novella che voleva rendersi autonomo dalla Calabria. Io credo quindi che ci attende un tempo abbastanza buio.

Quindi il rischio è che il tiro possa essere alzato proprio nei confronti della politica?

«Si credo proprio di si. Del resto anche su questo abbiamo eventi recenti che ce lo raccontano…Provate a pensare, il Sindaco di Pollica Angelo Vassallo è vero che è un Sindaco di un piccolo paese ma è una di quelle storie che rimbalza solo dopo una fine tragica. Noi viviamo in una nazione dove è stata ammazzata gente come Fortugno che ricopriva ruoli istituzionali molto alti. Non siamo negli anni di piombo degli anni ’90, ma la mafia ha dimostrato di puntare molto in alto»

Lei recentemente ha nuovamente ricevuto minacce?

«Il mio rapporto con la criminalità organizzata è sempre stata abbastanza regolare , quindi non mancano ogni tanto di dare segnali di presenza. Ultimamente in queste ultime settimane ho vissuto momenti più difficili e allora ogni tanto quando succede , soprattutto quando si intensificano i segnali significa che probabilmente ho toccato qualche corda giusta . La cosa che mi lascia sempre molto perplesso, e questo vale per l’incendio di Affori, e vale per alcuni segnali che ho vissuto io negli ultimi giorni è che lo fanno sempre con molta sfrontatezza. E se lo fanno con molta sfrontatezza significa che si sentono protetti dall’indifferenza sociale. Quindi forse a livello sociale non abbiamo ancora raccontato e fatto vedere quanto possiamo essere vivi. Questo è l’aspetto secondo me più importante»

Milano, 9 febbraio 2012 Paolo Piscone

 

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