Tutto quello che non vi hanno detto su Andreotti e i boss

Giulio Cavalli, sotto scorta dal 2006, ricostruisce in un libro l’intera vicenda dei legami mafiosi e del processo. «i più credono sia stato assolto, ma non è così. E anche Dell’Utri…»

Incontriamo Giulio Cavalli, 34 anni e tre figli, in un bar, mentre la scorta vigila: lo fa dal 2006, non si prevedono cambiamenti. «Mi minacciano varie famiglie mafiose, ma poiché sono dinastie anche alla terza generazione, penso che la colpa dei nostri padri è di non aver vigilato abbastanza. La mafia senza politica non esisterebbe». L’attore e autore teatrale – ma lui preferisce definirsi «raccontatore di storie» – è anche consigliere regionale della Lombardia dal 2010 per Sel e ha scritto ora un nuovo libro per Chiarelettere – L innocenza di Giulio con prefazione di Gian Carlo Caselli, il magistrato del processo Andreotti. II libro è una costola dello spettacolo che Cavalli porterà in tournée dal 22 marzo.

Perché tornare ancora a quel processo?

«Intanto perché la stragrande maggioranza degli italiani è convinta che Giulio Andreotti sia stato assolto. Non è cosÌ: è stato riconosciuto colpevole di associazione a delinquere con Cosa nostra fino alla primavera del 1980. TI delitto è stato commesso ma prescritto. Prescrizione non è sinonimo di innocenza. E poi perché vorrei che quel processo uscisse per sempre dai recinti della politica per stare sulla piazza, essere narrato in modo talmente chiaro, e i suoi termini resi talmente trasparenti, da diventare materia di chiacchiere al caffe tra signore. Mi domando perché non sia successo, quando invece, per esempio, sulla stagione delle Brigate rosse tutta l’opinione pubblica, al di là degli schieramenti politici, ha un quadro chiaro e un’ opinione abbastanza condivisa».

Che risposta si dà?

«II processo Andreotti é il processo a tutti gli italiani, alla loro ignavia – in cambio di 50 anni di benessere – e a mezzo secolo di politica a ogni livello. Uno dei lasciti è che la politica si permette di accusare solo quando la giustizia si è pronunciata in modo definitivo: diversamente si è giustizialisti. lo credo invece che non dobbiamo aspettare per giudicare la rilevanza morale – e politica – delle azioni che si compiono. La mia opinione è che Giulio Andreotti rappresenti la mediocrità di un politico che ha avuto bisogno del potere mafioso per governare, perché non sapeva più farlo secondo le regole. li politico più presente sulla scena italiana si è seduto al tavolo della mafia: moralmente, un compagno di giochi di Cosa nostra può cadere in prescrizione? lo rispondo di no».

Dopo di lui, le cose sono cambiate?

«L’andreottismo è un sistema di potere ancora in voga: è stato modernizzato, sono cambiati i referenti, ma è saldo. È la politica che ha bisogno di privatizzare i processi della democrazia, che li porta lontano dalla scena. L’andreottismo è un virus che diventa gene. Lo dico nell’ultima frase del libro, quando avverto che vado in stampa prima di sapere la sentenza della Cassazione su Dell’Utri (che ha. poi stabilito che il processo d’Appello è da. rifare, ndr) e scrivo: “Ogni lustro avrà sempre la sua innocenza di Giulio”, quella ottenuta con i cavilli, o dichiarando di non aver saputo, di non aver fatto caso, di essere stati distratti. Il senso del libro è la necessità che si sviluppino la vista e l’udito per capire quello che succede, essere dubbiosi e curiosi, fare e farsi domande, esercitare la memoria e imparare a declinarla per capire la realtà e riconoscere i nuovi andreottisrni: anche nelle vicende con personaggi – per cosÌ dire – minori».

Per esempio?

«Penso alla Regione Lombardia, o ai Comuni in odore di mafia come Desio o Buccinasco. Domando: se la criminalità organizzata conosce i progetti della politica prima dei cittadini, è perché ha informazioni di prima mano – l’ipotesi “migliore” – oppure perché è l’ispiratrice delle scelte?».

Isabella Mazzitelli

(da Vanity Fair, 28/3/2012)

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