Giulio versus Giulio dal palco alla carta, l’Andreotti di Cavalli

«Caro Giulio, ho cominciato cento volte a scrivere questa storia. Ho provato a metterci il rigore e l’impettimento dello storico, ma mi sembrava di costruire un palazzo nel deserto. Ho provato a scriverla con in testa l’eco dei muri e del legno dei tribunali, ma il cuore di questa storia sta nella verità più che nella giustizia. L’unico inizio possibile è impastato di nausea. Per questo, caro Gulio, è venuto fuori un libro maleducato e rissoso. Di un’indignazione che pulsa nelle tempie». Chi scrive è Giulio Cavalli, scrittore e autore teatrale lodigiano, dal 2010 anche consigliere regionale lombardo. E l’omonimo a cui si rivolge è Andreotti, sette volte presidente del consiglio, otto volte ministro della Difesa, cinque degli Esteri. E poi delle Finanze, dell’Industria, del Tesoro, dell’Interno. Le parole sono nell’incipit dell’ultimo lavoro dello scrittore lodigiano, L’innocenza di Giulio, sottotitolo Andreotti e la mafia, edito per Chiarelettere con la prefazione di Gian Carlo Caselli. Un lavoro secco, asciutto, diviso in capitoli che passa per la storia d’Italia, dal 1948 a oggi. I tempi della carriera politica dello stesso Andreotti che finisce per mescolarsi con nomi e ombre di mafia. Coincidenza per alcuni, fatti non riscontrabili per altri, quello del processo Andreotti, arrivato a sentenza definitiva nel 2004, racconta «di un reato commesso fino alla primavera del 1980 – spiega Giulio Cavalli – in cui la rappresentanza mediatica è stata un capolavoro di disinformazione e di distrazione di massa». Da qui l’esigenza di raccontare una storia che è «anche l’innocenza più colpevole della storia». Uno «di quei buchi neri nella storia in cui ciclicamente si finisce dentro». Una storia che fa la stola tra Palermo e Roma, in cui tornano nomi come quelli dei cugini Salvo, Ignazio e Antonino Salvo, Salvo Lima e l’ascesa della Dc in Sicilia, il caso Moro e poi Sindona, l’omicidio Ambrosoli, quello di Piersanti Mattarella, e poi le rivelazioni di Tommaso Buscetta, la guerra di mafia con i corleonesi, l’omicidio del prefetto di Palermo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Una vicenda processuale che si conclude con una sentenza di cui, secondo l’autore, non si è mai parlato abbastanza. «Perché una bugia, sembra dirci Andreotti, se la racconti all’infinito diventa verità» spiega l’autore, anche direttore artistico del Nebiolo che ha già portato sul palco la storia del “divo” Giulio nello spettacolo L’innocenza di Giulio. «Questo libro vuol far diventare l’argomento Andreotti diventi “pop” – spiega l’autore – mi piacerebbe che se ne parlasse dal parrucchiere, che ne parlino le signore al bar». L’idea nasce dalla collaborazione con Gian Carlo Caselli e lo scrittore Carlo Lucarelli. «Abbiamo riflettuto sul fatto che al di là dello sdegno di alcuni, la conoscenza dei fatti era davvero manchevole – spiega Cavalli – : non volevamo lasciare ai nostri figli l’idea che parlare del processo Andreotti significa essere di una parte politica. L’intenzione è quella di invitare a un atteggiamento critico». Al di là della vicenda Andreotti, però, quello che racconta Cavalli è l’«innocenza» di un Paese. «Di Andreotti mi interessa relativamente poco – conclude – mi interesse l’andreottismo, ovvero l’opera di chi oltrepassa i limiti etici e morali stando in equilibrio con quelli legali». Le “colpe” stanno anche in una generazione che non fa domande. «L’innocenza di Andreotti è quella di tutti gli italiani, ma gli anticorpi ci sono. Questo è il Paese di Andreotti, ma è quello del sindaco Angelo Vassallo (ucciso nel settembre 2010 con 9 proiettili ndr) e quello di Pio La Torre».

Rossella Mungiello (da IL CITTADINO)

____________________________________________________GIULIO CAVALLI, L’innocenza di Giulio (Andreotti e la mafia), prefazione di Gian carlo Caselli, Chiarelettere Editore, Milano 2012, pp. 148, 11 euro

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