SOLOLIBRI su “L’innocenza di Giulio”

da sololibri.net

Giulio Andreotti è un archetipo del Male. La sua ombra gibbosa aleggia sulle trame della Repubblica come quella di Darth Vader in Guerre Stellari. Gelido, sardonico, implacabile, machiavellico, amico degli amici, impunibile, regista occulto, eterno. I suoi numeri politici sono un corollario di cariche senza soluzione di continuità e raccontano da soli la vocazione al potere di un uomo che a dispetto dell’inprinting democristiano (o forse proprio per quello) è sceso a patti, fra gli altri, con diversì Belzebù: sette volte presidente del Consiglio, otto ministro della Difesa, cinque ministro degli Esteri, due delle Finanze, dell’Industria, del Bilancio, del Tesoro, dell’Interno, delle Partecipazioni Statali, dei Beni Culturali. La spietata anamnesi che segue non viene dal j’accuse di un nemico giurato (a parte qualche magistrato, ne ha?) ma dal memoriale di Aldo Moro nella prigione delle Brigate Rosse:

“…lo scandalo delle banche (…) le ambiguità sul terreno dell’edilizia e dell’urbanistica, la piaga di appalti e forniture, considerata occasione di facili guadagni (…) la Dc non è certo estranea (…) Ma è naturale che un momento di attenzione sia dedicato all’austero regista di questa operazione di restaurazione della dignità e del potere costituzionale dello Stato e di assoluta indifferenza per quei valori umanitari i quali fanno tutt’uno con i valori umani. Un regista freddo, impenetrabile, senza dubbi, senza palpiti, senza mai un momento di pietà umana. E questi è l’on. Andreotti”.

Aldilà delle genuflessioni assolutorie in salsa talk show o dei peana interessati dei tanti servi sciocchi che gli scodinzolano ancora attorno, il Divo è subdolo e calcolatore per antica accezione e in nome di un interesse di Stato (più millantato che effettivo) è dal 1948 che va riempiendo i suoi armadi di scheletri ingombranti.

Ne “L’innocenza di Giulio” di Giulio Cavalli (Chiarelettere, 2012) si indagano i suoi rapporti con Cosa Nostra (dalle amicizie pericolose con i cugini Salvo e Stefano Bontate, ai summit con i capi dei capi, al bacio “leggendario” con Totò Riina), per i quali è stato processato, ha nicchiato, è stato assolto e poi riconosciuto colpevole, quindi prescritto dai reati, grazie ai consueti stratagemmi delle leggine rallenta-processi. Scrive, non senza retrogusto un po’ amaro, il giudice Giancarlo Caselli nella prefazione al volume:

“La stragrande maggioranza dei cittadini italiani è convinta che Andreotti sia vittima di una persecuzione che lo ha costretto a un doloroso calvario per l’accanimento giustizialista di un manipolo di manigoldi”.

Le cose stanno di fatto in altro modo e prescritto significa l’opposto che innocente. L’autore di questo illuminante libro-inchiesta impiega poco più di 140 pagine per raccontare e dimostrare come stanno e lo fa con coraggio, senza infingimenti né peli sulla lingua, dichiarando ab origine, in una delle introduzioni più belle e non paludate che abbia mai letto (Cavalli è scrittore e autore teatrale, si vede e si sente) che ciò che è venuto fuori dalla sua sacrosanta curiosità e dal suo impegno civile è “un libro maleducato e rissoso. Di un’indignazione che pulsa nelle tempie. Processare Andreotti [aldilà delle aule dei tribunali, n.d.a.] significa far accomodare la presunta democrazia sul banco degli imputati. Un processo da cui non ci si può esimere”. Vivaddio.

3 Commenti

  1. Claudio

    condivido il concetto, ma non la metafora: Darth Vader è uno che si sporca le mani, il buon Giulio invece trama nell'ombra. Se vogliamo restare in ambito Star Wars, direi che è perfetto come Imperatore Palpatine: tra l'altro, basta levargli gli occhiali e mettergli un cappuccio e non serve neanche il trucco.

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