E nell’omertà il problema siamo noi (lettera di un padre alle maestre)

Egregio Dirigente Scolastico,

Gentili signore Maestre,

con la presente comunicazione voglio anticipatamente giustificare l’assenza di mia figlia da scuola nella giornata di martedì 22 marzo 2011. Voglio con voi scusarmi per avere permesso alla mia primogenita di andare a letto tardi e di aver permesso che saltasse un giorno di scuola per potersi riposare. Ben sapendo dell’importanza di un corretto rapporto con i proprio doveri e ben sapendo che la scuola, e l’istruzione in generale, siano fondamentali per la crescita e la vita di una persona, ho ritenuto in quest’occasione di dover fare un’eccezione. La scelta è stata difficile, sia per l’età di mia figlia, sia per i principi miei che cerco di insegnare in casa mia. La scuola innanzi tutto, la cultura è la base della vita, qualunque sia la strada che si decide di prendere. È l’unica via per essere sempre liberi, indipendentemente dal lavoro, dalle amicizie o dal luogo in cui ci si trova. Poter pensare con la propria testa, il saper pensare fanno di noi gente libera anche all’interno di stanze con mura di un metro. Ritengo che anche la classe prima della scuola primaria sia fondamentale, anche il primo giorno, quello che per la prima volta ci fa varcare la soglia che ci porterà, se sapremo approfittarne, in capo al mondo. Perché ogni grande cammino inizia sempre con il primo passo e la scuola è la strada. Purtuttavia ho ritenuto che per un giorno la scuola dovesse passare in secondo piano, perché c’è un ostacolo su quella strada che vale la pena di fermarsi a guardarlo, osservarlo per conoscerlo bene. La giovane età di mia figlia non le permetterà di capirlo fino in fondo, la sua piccola statura non le permetterà di abbracciarlo pienamente e coglierne le sfumature. Mi accontenterò che lei inizi a fare suo il concetto che quell’ostacolo, quel masso sospeso sulle nostre teste, esiste davvero ed esiste qui nel profondo nord. Non è una cosa di altri, non è una cosa lontana, non è una cosa che non ci riguarda. È sulla strada di tutti e tutti ci passano a fianco. Alcuni ci sbattono contro, alcuni lo usano, altri lo sfiorano e si sporcano facendo finta di non essersi lordati i vestiti e l’anima. Molti non sanno che quel masso esiste, io tra questi. Ho creduto fino a quindici giorni fa che la mia strada, per quanto tortuosa, per quanto altalenante tra salite durissime e discese da scavezzacollo, non avesse carichi sospesi al di sopra di essa. Guardavo avanti cercando di catturare il mio orizzonte mentre questo si spingeva sempre più in là. Guardavo avanti, ma non ho mai guardato in alto, e se anche l’ho fatto non ho mai visto nulla. Mi sono venuti in mente quegli autobus che portavano i prigionieri nei lager: per mascherare l’orrore a cui andavano incontro i detenuti, ai finestrini erano disegnate persone che ridevano e si godevano la vita. Ecco, noi ci siamo goduti la vita disegnata sui finestrini, abbiamo delegato la coscienza ai politici e i politici, troppo intenti a dipingerci le finestre, non si sono curati di quel capitava dentro alle loro regioni del nord, alle province, ai paesi che li hanno eletti. O forse se ne sono curati fin troppo riempendosi le tasche. È notizia di queste ore che il consiglio comunale di Bordighera è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. Bordighera. Non Gela, non Corleone, ma Bordighera in Liguria! Mafia: una parola tanto grande quanto eterea per noi del nord. Soffocante per il suo peso, la sua vastità, la sua enorme cappa di silenzio e potere e tanto impalpabile che se non ci sbatti la faccia contro, non ti rendi nemmeno conto che esiste. E la faccia ce l’ho sbattuta, per caso come sempre accade quando qualcuno picchia il muso da qualche parte. Non lo si fa mai apposta a farsi male, capita e basta. A me è capitato qualche settimana fa quando ho letto un articolo sulla commistione tra mafia, politici locali, discariche e cave al nord. Ancora con il fiato corto per il dolore, mi è capitato tra capo e collo la serata con Giulio Cavalli che ha rimarcato la cosa, che ha sottolineato come i morti ammazzati dalla ‘ndrangheta ci siano stati anche a Torino, che le confische ai mafiosi ci siano anche in Piemonte, che la DIA sia presente nel nord come nel sud. E mi è mancata l’aria dai polmoni: possibile che sia stato così distratto da non essermi accorto di una tale cosa intorno a me? Che non mi sia accorto di una tale vastità che mi sovrastava? C’era sì un presidio di libera a Borgosesia, ma pensavo fosse opera di qualche fine pensatore che, con animo più sensibile del mio, volesse dare una mano a Don Ciotti e al sud della nostra penisola. Mai avrei immaginato che il problema è qui, tra noi. E nell’omertà il problema siamo noi. Per questo la decisione di portare una bambina di otto anni ad una fiaccolata per il giorno della memoria della lotta alle mafie. È stata una decisione sofferta, ed è per questi motivi che ho ritenuto di aver trovato una cosa più importante della scuola: il futuro stesso dei nostri figli. Perché, se è vero che la cultura li renderà liberi ovunque essi siano, è altrettanto vero che la conoscenza è il primo passo per formare una coscienza. Spero che di bambini martedì ce ne siano pochi a scuola, spero che siate voi insegnanti ad esortarli a prendersi un giorno di riposo dopo l’impegno della serata. Mi piacerebbe autorizzaste tutti ad entrare dopo l’intervallo, così non perdono un giorno di scuola, ma simbolicamente gli permettete per un giorno di pensare che c’è qualcosa di più alto, di più importante. Che c’è un noi che vale più di qualunque persona e un futuro che vale più di qualunque adesso. Vi prego quindi di giustificare l’assenza da scuola di mia figlia per improcrastinabili necessità di vita.

Distinti saluti

Un Padre

(da facebook)

6 Commenti

  1. patrizia

    Apprezzo la lettera, l'iniziativa e la delicatezza con cui ha accompagnato sua figlia in un percorso di crescita; Lei ci fa riflettere su come davvero anche i più piccoli possano affrontare delicate tematiche legate alla ns. società; sono anch'io insegnante di scuola primaria e mi ha stupito la reazione di marina che se la prende con gli inss. omertosi…troppo facile giudicare ed attribuire agli altri la responsabilità di ciò che non funziona; io con i miei alunni affronto- con le dovute attenzioni- tematiche anche delicate.Lo ritengo un mio dovere di educatore e non mi nascondo dietro facili alibi anche se è innegabile che ritengo più semplice affrontare alcuni argomenti in ambito famigliare in quanto ogni genitore trova modalità più consone al proprio figlio.
    Ps. in quanto insegnante cara marina forse dovresti insegnare a tuo figlio anche il giusto rispetto di sè e dell'ambiente in cui è inserito!!

  2. Chiara

    Da maestra sarei stata veramente contenta e orgogliosa nel leggere una giustificazione tanto sentita, pensata ed educativa…E' proprio una bella speranza a cui aggrapparsi sapere che ci sono ancora genitori così coraggiosi e con dei nobili valori che non si stancano di voler trasmettere ai figli, che, per quanto piccoli, vi assicuro capiscono davvero molto più di quanto si possa immaginare…grazie di cuore per queste parole che spero ci inducano tutti a riflettere un pò di più…

  3. Marina

    Che bella lezione per i tanti insegnanti "silenziosi"! Non si parla di certe cose a scuola, alla scuola primaria, poi, cosa vuoi che capiscano i bambini! Io insegno alla scuola primaria e li conosco gli insegnanti "omertosi". Posso aggiungere ancora qualcosa che aiuta a capire come la penso. Nella sua irrequietezza e demotivazione alla scuola, mio figlio si è preso una sospensione per aver raggiunto le tre note sul registro. Quella sospensione l'ha trascorsa con me in un viaggio d'istruzione in Austria in visita ai campi di concentramento di Gusen e Mauthausen. La storia forse gli piacerà di più…

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