La mafia, i media e il linguaggio del nascondimento. Intervista a Giulio Cavalli.

di Barbara Collevecchio (Psicologa), pubblicato su key4biz

Se ancora qualcuno non conosce quest’uomo coraggioso, prima che attore, politico, scrittore, ricordiamo che gli è stata assegnata una scorta da quando nel 2009 haricevuto delle pesanti minacce mafiose a causa della messa  in scena del monologo Do ut Des, spettacolo teatrale su riti e conviti mafiosi.

Nel suo ultimo libro “L’innocenza di Giulio”, appena uscito con Chiarelettere, si indagano i  rapporti inquietanti di Andreotti con Cosa Nostra (dalle amicizie pericolose con i cugini Salvo eStefano Bontate, ai summit con i capi dei capi, al bacio “leggendario” con Totò Riina), per i quali è stato processato, è stato assolto e poi riconosciuto colpevole, quindi prescritto dai reati, grazie (indipendentemente dal merito, che passa in second’ordine evidentemente) ai consueti stratagemmi delle leggine rallenta-processi. Scriveil giudice Giancarlo Caselli nella prefazione al volume, non senza retrogusto un po’ amaro: “…Le cose stanno di fatto in altro modo e prescritto significa l’opposto che innocente”.

E allora, com’è possibile che la stragrande maggioranza dei cittadini italiani è convinta che Andreotti sia vittima di una persecuzione che lo ha costretto a un doloroso calvario per l’accanimento giustizialista di un manipolo di manigoldi”?

Com’è possibile che la prescrizione, che non è assoluzione, passi come messaggio mediatico opposto?

I media hanno la colpa e il merito di far sparire o vivere una notizia, di creare o rinnegare una realtà. Crediamo di crearci una visione personale dei fatti o della verità, ma non ci rendiamo conto di quanto alla nostra costruzione di senso partecipino meccanismi che ci sovrastano. In psicoanalisi esiste un termine: rimozione. Così come la nostra psiche rimuove un trauma perché sarebbe troppo pesante portarlo alla coscienza e pericoloso riviverlo o ricordarlo, alcuni tipi di media nascondono o almeno non facilitano la conoscenza dei fatti, li rimuovono, in una specie di psicodramma collettivo.

E se una notizia è nascosta?

Se una notizia è nascosta o peggio velata, o peggio ancora mistificata, quella notizia diverrà costruzione del reale per milioni di persone. Per questo la mafia usa un linguaggio ambiguo, mistificante, schizofrenico ed ermetico, affinché la verità non sia chiara. Gli alchimisti, Ermete Trismegisto e i neoplatonici hanno inaugurato un linguaggio mistico e simbolico, il linguaggio del nascondimento, affinché le loro dottrine non arrivassero alla coscienza e conoscenza di tutti. Probabilmente questi antichi saggi lo facevano per il bene di tutti. Ma la mistificazione del linguaggio simbolico, necessita di ermeneutica, se viene adottato da elementi nocivi alla società e per questo persone comeGiulio Cavalli o Saviano che interpretano e svelano il linguaggio del nascondimento mafioso, sono pericolosi: portano alla luce quello che si vorrebbe nell’ombra. Non a caso, Ieri sera da Saviano e Fazio Giulio ha scelto la parola SOLE. Il sole è quello che non ha Giulio, costretto nell’ombra e a vivere sotto scorta per aver svelato, il sole è quello che non abbiamo noi, perché vittime del nascondimento, anche mediatico.

Andreotti è innocente? No. E’ stato prescritto, prescrizione non è innocenza, ribadisce il libro. Eppure, complici i media, il messaggio che è arrivato alla coscienza collettiva è diverso, mistificato e manipolato dal silenzio. Perché il silenzio è così pericoloso? Da bambini basta uno sguardo dei genitori talvolta  a farci male, a rimproverarci, da bambini il silenzio genitoriale è vuoto di informazioni e nel  vuoto noi costruiamo le nostre verità senza consenso, senza condivisione. Così, vediamo che è possibile scrivere mille diversi narrati, mille diverse interpretazioni di ciò che è vero e ciò che non è. Il dialogo, il confronto, costruire la verità in modo dialettico, ricostruire il percorso di realtà e condividerlo, questo è sano e possiamo farlo solo nell’ambito del SOLE, della condivisione.

Ho conosciuto Giulio su Twitter, è nata una condivisione di idee e ho letto il suo libro. Qui delle domande che gli ho rivolto  e alle quali lui ha gentilmente risposto:

BC.      La Bugia.  Tu sei un attore e un consigliere regionale impegnato contro la mafia. In entrambi i mestieri che usi per combattere la tua battaglia e’ presente l’arte della menzogna, la bugia come artifizio . Da quello che hai potuto vedere, Si mente più su un palco di un teatro o su quello di un comizio? Ci sono affinità tra un politico e un attore? 

Giulio Cavalli.   Su un palcoscenico si mente per appuntire il profumo della storia senza mai tradirla, in politica si mente per raccontare un’altra storia rispetto alla verità o per vomitare cumuli per coprire quello che non avviene sulla scena. Pensando al palcoscenico si potrebbe dire che noi teatranti facciamo tutto sul palco mentre in politica spesso le scene chiave si svolgono tra tre o più persone nel cesso del camerino. Quindi una è oscena, l’altra oscena.

BC.      Nel tuo libro è giustamente sottolineato quanto prescrizione non voglia dire assoluzione eppure nel nostro paese e’ passato un messaggio contrario. Viviamo in una sorta di dissonanza cognitiva che ci porta alla schizofrenia di verità lapalissiane negate. Chi è più colpevole di queste finte innocenze? La giustizia o i media?

Giulio Cavalli.   La mediaticità della giustizia che va a braccetto con la bugia mediatica che sentenzia più credibile e più potente di qualsiasi giudice. L’innocenza di Andreotti è stata la palestra dove si sono formati i muscoli della bugia talmente petulante da risultare vera. Del resto, basta chiedere in giro, per rendersi conto che la veridicità di una notizia si basa soprattutto sulla sua diffusione. Quindi l’analisi è stata sostituita dalla ripetizione amplificata al chilo.

BC.      Andreotti, cinico, raffinato, “perfido” stratega, paragonato a Belzebu’, artefice di decenni della nostra storia politica…cos’è che ti ha attratto maggiormente? 

Giulio Cavalli.   No, nessuna fascinazione. Orrore per una mediocrità rivenduta sulla bancarella dei memorabilia. Andreotti ha usato, secondome, la mafia per gestire il consenso dei territori come (e peggio, viste le sue responsabilità) un sudaticcio sindaco paramafioso qualunque. Forse ha semplicemente trovato un’empatia spendibile per raccontare il falso sulle proprie colpe.

BC.      Relazioni pericolose. Tu vivi sotto scorta, ci racconti perché?

Giulio Cavalli.   Perché siamo nel Paese in cui cinquecento anni fa i miei colleghi cantastorie venivano impiccati. E addirittura sepolti da indegni fuori dalle mura della città insieme alle prostitute (e pensare che oggi un giullare e una prostituta sono nella stessa assemblea legislativa). Il potere non sopporta di essere raccontato nella sua pateticità quando ha bisogno di diventare prepotente per governare perché non è in grado di farlo secondo le regole.

BC.      Nel tuo libro c’è un capitolo sui nuovi Andreotti, ce ne parli? 

Giulio Cavalli.   Ho voluto scrivere questo libro perché credo che conoscere a fondo Andreotti sia indispensabile per vaccinarsi dagli andreottismi. C’è andreottismo nell’uccisione di Notarbartolo a fine ‘800, poi Portella della Ginestra fino alla prossima innocenza di Giulio in cui cambieranno gli interpreti, ma i personaggi e il copione è sempre lo stesso.

Forse Cuffaro prima e Dell’Utri oggi hanno ripreso gli stessi meccanismi sia nella gestione politica, sia nella difesa mediatica.

BC.      Diceva Doevstoevskji che la bellezza salverà il mondo. Cos’è per tela  Bellezza?

Giulio Cavalli.   Un campo in cui non si possono comprare le mediazioni, in cui non è concesso il servilismo e nemmeno la prostituzione. Davanti alla bellezza chi non è intellettualmente onesto e pulito di cuore non è credibile. Per questo, come diceva Peppino Impastato, davanti allabellezza la mafia è messa spalle al muro.

Mi congedo da Giulio Cavalli e se dovessi scegliere una parola anche io, inevitabilmente sceglierei la parola bellezza, ed è con questa parola immensa che vi lascio al monologo IL SOLE che ieri Giulio Cavalli ha letto a Quello che non ho:

 

“Quello che non ho: il Sole

Perché Sole sa di sole quando non ha macchie in faccia.

Il Sole è rotondo se non ha schegge in giro.

Mi manca il Sole tutto a forma di sole.

Senza la scheggia di chiedermi se ne vale davvero la pena.

Dico di entrare sotto il livello del mare a raschiare i fondali della minaccia avvisata.

Non ho un Sole tutto caldo e bellezza: annuso la nebbia di camminare guardandosi i piedi, leggersi nei riflessi, condizionarsi.

È la paura sotto il Sole che diventa il tuo re nudo.

Convivo sotto il Sole con la coscienza di non essere solo mio.

Un virus con cui infetto i luoghi, gli oggetti e le persone che incontro, incrocio e che frequento.

Una colata che ha trovato un buco nel Sole per gocciolare costantemente nel vaso della mia giornata.

L’eclisse della tua famiglia che comunque si è persa un pezzo della storia e si ritrova a mulinare le braccia per stare a galla, e mentre nuota deve anche mettersi a capire. L’eclisse di un allontanamento dal resto, un’incomprensione continua, una voglia mancata di spiegare.

L’eclisse di una risata che ha bisogno di uno sforzo, di essere lanciata, di non spegnersi nelle parole e sul palco per non rischiare la resa.

L’eclisse di una bolla che ti soffia tutto intorno e ti ci siedi dentro, per proteggerti, sfocando il resto.

Se non riesco a sapere e conoscere chi mi guarda sono senza Sole come dentro una scatola di scarpe.

Posso solo sperare di non diventare ridicolo mentre abbaio alla luna.

Alla luna perché alla fine non riesci più a trovare le parole giuste per farci amicizia, con il Sole”.

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