La “ditta”, Penati e la questione morale

Chi lo conosce non dubita che Filippo Penati abbia sempre lavorato per il suo partito prima che per sé stesso. Ha condiviso senza interruzioni le sorti della” ditta”. Così usava chiamarla ironicamente Bersani: dalla militanza comunista ai Ds fino al Partito democratico. Il segretario del Pd delegò Penati come suo emissario nel Nord Italia, prima di sceglierlo come braccio destro a Roma. Per un decennio gli sono state affidate relazioni delicate con ambienti imprenditoriali, soprattut!o nel settore delle infrastrutture. E impensabile che Penati le abbia coltivate prescindendo da una visione condivisa. Per questo gli atti resi pubblici dalla magistratura di Monza con la richiesta di rinvio a giudizio per corruzione, concussione e finanziamento illecito dei partiti, esigono un chiarimento politico per il quale non serve attendere gli esiti giudiziari della vicenda. Cavarsela ricordando che Penati si è autosospeso dal partito, tanto più ora che Bersani avanzala propria candidatura al governo del paese, apparirebbe come una reticenza inspiegabile. Dalla lettura degli atti istruttori emergono domande squisitamente politiche: è opportuno che un dirigente di partito rivesta una funzionereticolarediintermediazione con aziende private e cooperative, finalizzata alla spartizione di appalti e licenze? E ancora: è accettabile che gliene derivino finanziamenti trasversali per l’attività politica di partito e sua personale? Infine: che lezione intende trarre il Partito Democratico sui rapporti fra politica e affari evidenziati dalle inchieste sull’ AutostradaMilano Serravalle e sulle aree industriali dismesse di Sesto San Giovanni? Il ricorso a professionisti di fiducia e l’inserimento nei cda di funzionari legati al partito, deve essere considerata una prassi necessaria?

Gad Lerner su Repubblica, oggi.

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