Chi racconta le mafie: cosa avrei voluto dire oggi ad Ercolano

Oggi avrei dovuto essere ospite ad Ercolano dagli amici di Radio Siani per il Festival dell’Impegno Civile. Non ci sono potuto andare. Ho mandato due righe. Ecco il testo del mio intervento:

Innanzitutto mi scuso per la mia assenza. Ci armiamo contro le mafie ma soccombiamo all’influenza, siamo fatti così. Mi spiace non potere spendere l’abbraccio che ho tenuto in serbo per Pino Maniaci e la nostra Telejato che può rivedere la luce e continuare a raccontare che la sfrontatezza delle mafie in quei territori ha bisogno di uno sfrontato coraggio quotidiano e sempre in diretta. E avrei raccontato a Ciro com’è difficile qui giù al Nord fare informazione senza i morti ammazzati in giro che aprano le pance e le teste.

Perché il titolo della tavola rotonda proposto dagli amici di Radio Siani “Chi racconta le mafie” mi ha subito posto la domanda: ma chi racconta le mafie? Sappiamo chi cerca di fermarle e arrestarle, sappiamo dove vengono giudicate, conosciamo i meccanismi legislativi che le rallentano (o le favoriscono) ma in questa nostra Italia chi racconta le mafie? I giornalisti, mi si dice. Non tutti, chiaro. Ma molti. E’ vero. Ci basta? Gli scrittori, mi ricordano, anche se poi di solito sono i giornalisti che decidono di prendersi la libertà senza i limiti di battute. Il cinema e il teatro, ogni tanto qualcuno si avventura. Il cinema e il teatro? Pochi pervenuti, forse sono poco attento io, e quasi sempre sono trasposizioni giornalistiche, del resto.

Ecco, in fondo, se fossi stato lì vi avrei annoiato moltissimo su un mio dubbio (mi ci sto arrovellando da qualche mese) che non abbiamo ancora capito bene come raccontarle in giro, le mafie. Dico per strada. Tra la gente. Nei bar. Nelle piazze. L’argomento mafie che entra prepotentemente nei pochi minuti di conversazione in una giornata tra colleghi, coinquilini, i fedeli, tra i mariti con le mogli, negli spogliatoi delle partite di calcetto del mercoledì o nei treni pendolari. Lì ci siamo arrivati? Perché abbiamo un esercito di ostinati in giro (dico, lì siete tutti degli ostinati dell’antimafia che mi rendono orgoglioso di essere vostro concittadino) ma la sensazione è che poi ad un certo punto quel filo cada e si perda. Esce stampato in pagina, diventa un servizio televisivo, si veste da scena teatrale e non riesce a scendere le scale che portano alla gente. Rimane arroccato tra pochi. Un’oligarchia dell’analisi, delle chiavi di lettura e della consapevolezza.

Diventiamo “pop” se ci succede qualcosa. Si va a vedere Cavalli per vedere l’effetto che fa il minacciato al Nord, si invita Pino a raccontare delle lettere anonime o si solidarizza con Ciro per la causa milionaria. E noi (io almeno sicuro, non so se capita anche a voi) a correre e faticare per infilarci tra le pieghe del voyeurismo  qualche concetto vero, qualche valore che non ha bisogno di azzardate temperature emotive, uno slancio di studio e di analisi. Altrimenti siamo tutti animali da tournée, come l’uomo lupo che arrivava nelle piazze qualche decennio fa. Rischiamo addirittura di essere rassicuranti. Se esiste Cavalli a Milano, Pino Maniaci a Partinico, Ciro nelle terre di Cosentino e tutti gli altri nei loro luoghi dove devono stare ecco, in fondo, sembra che possa bastare per sentirsi tutti più sicuri.

Mi spaventa pensare a Don Peppe Diana che era riuscito ad infilare la parola antimafia invece nelle borse della spesa di tutte le donne di Casal di Principe. Mi spaventa pensare a Placido Rizzotto che aveva trovato le parole giuste per farla diventare un’emergenza nei campi. Mi spaventa la potenza di Don Puglisi che è riuscito ad infettare di bellezza i vicoli e i sottoscala. La potenza non perché bellezza o intelligenza, la potenza nell’essere così virale, così grande, così forte eppure così semplice da diventare subito quotidiana. Ecco, quella potenza lì. Come facciamo ad armarcene?

Non avrei avuto la risposta, eh. Avrei fatto la domanda con un discorso un po’ più arzigogolato e dentro un po’ di ironia per lenire il caldo. Ma quella potenza lì, per favore, se oggi pomeriggio trovate anche solo un’idea di come possiamo ammalarcene fatemi sapere con urgenza.

Un abbraccio.

 

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