Stavolta facciamo sul serio, Lucinda

Si incontrano al museo per farla finita. Negli austeri saloni pieni di arte concettuale, soli di giovedì pomeriggio, Lucinda Hoekke e Matthew Plangent erano sicuri di poter parlare al riparo da ogni tentazione. E poi, il viaggio in macchina nei canyon delle piazze deserte del centro di Los Angeles aveva la giusta magnificenza e irrevocabilità. L’idea era smettere non di essere amici, o membri della stessa band, ma di esse amanti.

Lucinda lo vide per la prima volta. Matthew, un vegetariano alto e mal nutrito, era di una bellezza inconsapevole, una bellezza da cantante. Era vestito come per lavorare allo zoo o provare con la band, dolcevita nero, jeans e immacolati scarponi scamosciati da lavoro che, come sapeva Lucinda, riponeva nell’armadietto quando entrava nell’habitat degli animali. Doveva aver chiesto un permesso per il turno pomeridiano di assistente veterinario, o forse ara il suo giorno libero. Per quattro anni Lucinda aveva preparato il caffè e sparecchiato i tavoli al Coffee Chairs, ma si era licenziata il giorno prima, in base a quel programma di cambiamenti di cui faceva parte la rottura definitiva con Matthew. Per pagarsi l’affitto aveva accettato un’occupazione nella galleria del suo amico Falmouth Strand. Entrando nel museo Lucinda si era fermata davanti a due eroici pilastri di neon montati ai lati del vano di una porta, e vi aveva scorto soltanto un’altra versione di sé e di Matthew: separati, sigillati, rilucenti. Ora vedendo Matthew, sentì che i sensi le si accendevano, l’equilibrio si spostava sulla punta dei piedi. Lui stava sbirciando con diffidenza un monitor installato su un frontone bianco, una specie di video arte. Forse per lui, come per lei, tutto quanto nel museo si riduceva a un’allegoria del loro dilemma. Sfinita dal vecchio richiamo della sua bellezza, dalla sua intensità trasandata, dai suoi arti snelli, Lucinda era pronta per lasciare che Matthew e la sua allure se ne sloggiassero altrove.

Gli si mise accanto in silenzio, la peluria sulle loro braccia si sollevò elettrizzata. vagarono per le sale come zombie, esitando a lungo davanti a un paio di palloni da basket che galleggiavano perfettamente sospesi al centro di una cisterna di acqua di vetro.

“Il problema è che l’abbiamo fatto tante di quelle volte che siamo diventati troppo bravi.”

Lo sguardo di Matthew rimase fisso sulla cisterna. “Vuoi dire che non c’e’ niente da aggiungere.”

“Si, ma anche che non ci crediamo davvero perchè siamo tornati insieme tante volte. Questa deve essere diversa dalle altre.”

“Stavolta facciamo sul serio, Lucinda”

“D’altra parte, il vantaggio di tutte queste prove di rottura è che sappiamo di piacerci ancora, quindi non c’e’ da temere di non riuscire a rimanere amici.”

(Non mi ami ancora, Jonathan Lethem, Il Saggiatore Editore, ed 2011)

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