L’eredità di Paolo Borsellino

(da cadoinpiedi.it – intervista a Giulio Cavalli)

A vent’anni dalla strage di via D’Amelio, che verità abbiamo?

Credo che l’unica verità che oggi possiamo avere è la morte di Borsellino e degli uomini della sua scorta. Poi mi sembra che allo stato attuale ci sia ancora molto poco. Si è voluto confinare nell’omicidio di mafia un intero periodo storico e politico in cui Cosa Nostra aveva un ruolo, sicuramente non marginale, aveva dei referenti. Oggi siamo nella situazione, forse inaspettata, in cui c’è sempre questo dubbio che in Via D’Amelio gli stessi che vanno a portare i fiori, possono essere gli stessi che sono andati a portarci le bombe. Viene il dubbio che questo Paese, questo Stato, quando si tratta di andare veramente a fondo nella verità degli anni 92/93 si sente abbastanza balbettante e imbarazzato.
Per i più giovani, ma anche per quelli della mia generazione, Via D’Amelio è stata una notizia di telegiornale, come poteva essere una notizia con i colori di una guerra qualsiasi in giro per il mondo. Oggi invece Via D’Amelio è un buco nero di domande mai poste, probabilmente di generazioni della classe dirigente e di cittadini che sono stati sempre molto poco curiosi. Oggi dobbiamo riprenderci la curiosità di 20 anni di oscurità, e non è facile.

Cosa ci ha lasciato in eredità Paolo Borsellino?

È stato il primo a parlare di criminalità al nord ef è stato il primo a capire che la mafia aveva già superato la linea della palma, che si spostava verso nord. Ci suggerì, in una delle sue ultime interviste, che la mafia al nord avrebbe avuto i vestiti della corruzione e del riciclaggio e noi, 20 anni dopo, questa cosa facciamo ancora fatica a capirla. Però ha sfondato questo muro. E poi è stato il primo a lanciare il segnale prettamente culturale, a raccontare di quanto la battaglia dell’antimafia dovesse essere una battaglia che non fosse riservata solo alle aule giudiziarie o agli ambienti investigativi. Penso che quella sia stata una delle illuminazioni più importanti e in fondo forse anche il grido di allarme più doloroso, perché Borsellino aveva già capito che pezzi della magistratura dovevano coprire i buchi lasciati dagli intellettuali o comunque dai curiosi, dagli uomini di parola, di informazione e di cultura di questo paese che su queste vicende direi che sono stati abbastanza pavidi.

Sarebbe felice oggi, Borsellino, di vivere in quest’Italia?

Sarebbe felice di vedere che ci sono delle generazioni che sull’argomento criminalità organizzata sono educate e quindi non ne vengono a conoscenza solo per paura o per emergenza. C’è un’ondata generazionale che invece ha deciso di applicarsi, di occuparsi e di preoccuparsi di questo tema, quindi di questo sarebbe felice. Sull’impermeabilità dal punto di vista istituzionale invece, che ci fa sembrare molto spesso alcune pubbliche amministrazioni, alcuni uomini di governo così terribilmente uguali a reinserirli nel 1992, sicuramente penso che sarebbe dall’altra parte della barricata.

Un commento

  1. Anche io credo che Borsellino sarebbe fiero di quell'ondata di persone che ha fatto proprio (come te Giulio)il suo insegnamento e che impone di fare "il proprio dovere" compreso il fatto di applicarsi ed informarsi (e conseguentemente anche protestare o provare a cambiare le cose). Non so cosa penserebbe delle istituzioni (minuscolo non a caso)…penso che lo Stato con Borsellino ancora tra noi sarebbe uno Stato migliore…

    Segnalo lo splendido lavoro del Fatto Quotidiano con un libro davvero completo…
    http://kappaviola.blogspot.it/2012/07/una-dovuta-

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